L’Albania di Rama usa la cultura per ripulire l’immagine di Israele, mentre proseguono il genocidio e cresce la repressione.

Mentre i manifestanti affrontano i proiettili di gomma a Tirana, il governo di Edi Rama invoca la protezione degli ebrei da parte dell’Albania durante la guerra per giustificare legami più profondi con Israele.

Di Klodiana Millona, ​​Diana Malaj, Brunilda Pali, Kristina Millona, ​​Drivalda Delia e Vjosa Musliu – 21 ottobre 2026 

Nel maggio 2026, gli abitanti di Zvernec, vicino a Valona, ​​si sono svegliati scoprendo che la costa, a cui avevano avuto accesso libero per lungo tempo, era stata recintata con filo spinato.

Quando uno di loro è stato trascinato via da guardie di sicurezza private mascherate davanti alla polizia albanese, che è rimasta a guardare senza intervenire, le immagini dell’incidente si sono diffuse rapidamente, scatenando l’indignazione pubblica.

Da allora le proteste si sono diffuse in tutta l’Albania e nella sua Diaspora, con manifestazioni a Tirana che continuano da oltre quattro mesi.

Il movimento, noto come Rivoluzione dei Fenicotteri, prende il nome dai fenicotteri rosa della laguna di Narta, una zona umida protetta che viene disboscata per far posto a un progetto turistico di lusso multimiliardario legato a Jared Kushner e Ivanka Trump e sostenuto dal Primo Ministro Edi Rama.

Poi, a ottobre, le proteste si sono intensificate. Le manifestazioni studentesche a Tirana che chiedevano le dimissioni di Rama sono state represse con proiettili di gomma, cannoni ad acqua e gas lacrimogeni a partire dal 13 ottobre. Entro il 18 ottobre, 272 persone erano rimaste ferite, secondo il Ministero della Sanità albanese.

Affinity Partners, la società di Kushner che promuove i legami di investimento tra Israele e il mondo arabo, è collegata al villaggio residenziale in Albania, e Kushner è anche coinvolto nella “ricostruzione” di Gaza “dopo” il Genocidio.

L’Albania è inoltre tra i cinque Paesi che si preparano a schierare truppe a Gaza nell’ambito della Forza Internazionale di Stabilizzazione a guida statunitense.

A meno di 10 km da Zvernec, la più grande azienda israeliana del settore della difesa, Elbit Systems, sta riqualificando la Scuola di Aviazione albanese in collaborazione con la controversa azienda militare statale Kayo, nell’ambito di una più ampia cooperazione militare.

Proteste contro il museo dell’Olocausto

A due chilometri di distanza, nel centro storico di Valona, ​​è in costruzione il Museo Ebraico Albanese, in onore degli albanesi che salvarono ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il progetto ha scatenato proteste prolungate a Valona, ​​dove cittadini e attivisti si oppongono alla realizzazione del museo all’interno del Museo Etnografico, un edificio di importanza culturale nazionale.

Le loro obiezioni si concentrano su due questioni: la richiesta di un embargo contro Israele anziché l’espansione dei legami culturali nel contesto della guerra contro i palestinesi, e la preoccupazione che il progetto oscuri la storia locale a favore degli interessi geopolitici e privati ​​del governo.

L’opposizione si è estesa oltre Valona, ​​con manifestazioni anche a Tirana, persino davanti al Ministero della Cultura albanese.

La Rivoluzione dei Fenicotteri sostiene che il museo di Valona rifletta un modello più ampio di diplomazia culturale guidata da interessi politici piuttosto che dalla conservazione del patrimonio.

Questo spaccato di Valona mostra come i villaggi residenziali di lusso su un lato della costa, la militarizzazione nelle vicinanze e la diplomazia culturale nell’entroterra siano intrecciati, e come la memoria venga mobilitata come strumento di potere convincitivo per normalizzare il Genocidio sull’altro lato del Mediterraneo.

Gli Stati hanno a lungo utilizzato la cultura, l’arte e il patrimonio per proiettare legittimità morale, perseguendo al contempo i propri interessi strategici.

Israele ha investito a lungo nel potere convincitivo, ma ha registrato un calo significativo nell’Indice Globale del potere convincitivo del 2025, a fronte di un aumento dei boicottaggi e delle proteste contro le sue istituzioni culturali in tutto il mondo.

Migliorare la propria reputazione è quindi una priorità assoluta. Le iniziative culturali e i finanziamenti si sono intensificati per rafforzare la sua immagine internazionale, insieme all’uso strategico dell’arte e della cultura per migliorare l’immagine pubblica, che mira a distogliere l’attenzione dalla violenza di Stato o a legittimarla.

L’intensificarsi dei legami culturali con l’Albania offre a Israele una conferma simbolica in un contesto di critiche internazionali, consentendo al contempo al governo albanese di presentare il proprio allineamento come storicamente e moralmente fondato.

La cooperazione bilaterale tra Israele e Albania ha acquisito maggiore rilevanza politica dopo l’ottobre 2023. Mentre Israele si trovava ad affrontare crescenti proteste internazionali, boicottaggi e controlli diplomatici e legali, l’Albania ha ampliato la cooperazione culturale, commemorativa, educativa e turistica.

Il ricordo del salvataggio degli ebrei da parte dell’Albania durante l’Olocausto, sempre più espresso attraverso il concetto di Besa, un codice d’onore albanese, è stato centrale in questa espansione.

Fino a poco tempo fa, la memoria dell’Olocausto in Albania non aveva sviluppato strutture istituzionali paragonabili a quelle di altri Paesi dell’Europa Orientale.

La storia degli albanesi che protessero gli ebrei attraverso il codice culturale della Besa veniva solitamente invocata più come una narrazione patriottica e culturale che come oggetto di un rigoroso studio storico.

Un tempo marginale nella memoria globale dell’Olocausto, l’Albania sta ora emergendo come un luogo di commemorazione “riscoperto” di recente. In seguito al crollo del socialismo di Stato, la storia della protezione degli ebrei da parte degli albanesi è stata riscoperta ed elevata a testimonianza del prestigio morale europeo dell’Albania.

La memoria dell’Olocausto come strumento di diplomazia

La narrazione del salvataggio albanese si è concretizzata attraverso musei, memoriali, la ridenominazione di strade, programmi educativi e la cooperazione con istituzioni israeliane e transnazionali impegnate nella lotta all’Olocausto.

Il Museo Salomone è stato inaugurato a Berat nel 2018 e il Memoriale dell’Olocausto a Tirana nel 2020, mentre il Vicolo degli Ebrei a Valona è stato integrato nel patrimonio culturale albanese.

Sono stati inoltre annunciati due nuovi musei dedicati alla storia della protezione degli ebrei da parte degli albanesi. Il Museo Besa di Tirana è finanziato dal filantropo israeliano Alexander Machkevitch in collaborazione con il Ministero della Cultura e progettato dallo studio di architettura Oppenheim Architecture.

Il Museo Ebraico Albanese di Valona è finanziato dalla Fondazione Albanese-Americana per lo Sviluppo e progettato da architetti di Tel Aviv.

I discendenti delle famiglie ebree che un tempo trovarono rifugio presso famiglie albanesi hanno partecipato a progetti commemorativi che trasformano i luoghi di rifugio in luoghi di memoria e turismo.

Il progetto “Qarrishta per gli ebrei” (Rifugio per gli ebrei), ad esempio, commemora l’accoglienza offerta dalla famiglia Bicaku a 26 ebrei, combinando un sito commemorativo con visite guidate, escursioni e rievocazioni dell’ospitalità basata sulla Besa.

La ripetuta invocazione della Besa è significativa. Obbligo etico, secondo il Diritto Consuetudinario albanese, di proteggere un ospite a tutti i costi, la besa è diventata uno strumento esplicativo privilegiato per l’eccezionalismo albanese durante l’Olocausto.

La sua mobilitazione contemporanea rischia di trasformare una pratica storicamente e socialmente radicata in uno strumento politico, presentando la protezione degli ebrei da parte dell’Albania in tempo di guerra come un legame morale duraturo con Israele.

La confusione tra gli ebrei come comunità storica e religiosa e gli israeliani come cittadini di uno Stato contemporaneo è particolarmente rivelatrice. In albanese, il termine izraelit può significare sia israelita, un termine più antico per indicare gli ebrei, sia israeliano, il che rende facile l’equivoco.

La storia degli ebrei in Albania scritta da Josef Jakoel, Izraelitet ne Shqiperi, pubblicata alla fine degli anni ’80 e in albanese nel 2020, usa izraelit nel suo significato più antico.

Tuttavia, una traduzione in inglese del libro ne riporta il titolo come “Israeliani in Albania” e la famiglia Jakoel come “famiglia israeliana”.

Tale ambiguità nazionalizza retrospettivamente le vittime ebree come sudditi israeliani e trasforma sottilmente il ricordo del salvataggio degli ebrei in una narrazione di affinità storica con lo Stato di Israele.

La cultura come copertura

La narrazione del salvataggio viene rafforzata attraverso programmi educativi e culturali, tra cui corsi di formazione per insegnanti, mostre e conferenze incentrate sulla prevenzione dell’antisemitismo e discorsi del tipo “Mai Più”.

Queste iniziative sembrano allineare la memoria dell’Olocausto alle priorità di politica estera piuttosto che rispondere a un problema locale consolidato.

L’Albania non ha una storia significativa di antisemitismo, un punto celebrato dagli scrittori israeliani che promuovono con entusiasmo il Paese a fini turistici. Persino il previsto Museo Ebraico Albanese afferma: “Non c’è mai stata alcuna traccia di discriminazione contro gli ebrei in Albania”.

Dall’ottobre 2023, mostre, presentazioni di libri, proiezioni di film, conferenze e settimane culturali sponsorizzate da Israele si sono moltiplicate a Tirana, spesso ospitate in sedi centrali e simboliche adiacenti alle sedi statali.

Queste attività, insieme alle visite sponsorizzate in Israele per giornalisti albanesi, hanno proiettato un’immagine di normalità culturale e di reciproco apprezzamento in un momento in cui le istituzioni culturali israeliane altrove si trovavano ad affrontare cancellazioni, proteste e campagne di boicottaggio.

Il turismo ha ulteriormente contribuito a questa normalizzazione. L’inaugurazione dei voli diretti tra Tel Aviv e Tirana nell’aprile 2025 è stata presentata come un evento diplomatico di alto livello.

Rama ha accolto i primi passeggeri al Palazzo delle Brigate, insieme a ministri di alto rango, operatori turistici israeliani, giornalisti e influencer dei social media, dipingendo l’Albania come una destinazione sicura e accogliente a maggioranza musulmana.

Rama, egli stesso artista, ha spesso strumentalizzato progetti culturali nell’ambito di una più ampia strategia dell’uso dell’arte e della cultura per migliorare l’immagine pubblica del Paese, utilizzando musei, spettacoli architettonici e promozione culturale per proiettare l’immagine dell’Albania come un Paese moderno, tollerante e filo-occidentale.

Questa strategia lo ha aiutato a consolidare il potere politico plasmando la percezione internazionale, attirando l’attenzione straniera e deviando le critiche sul declino democratico e sulle pratiche apertamente autoritarie.

Il dissenso viene dipinto come antimoderno, provinciale o ostile allo sviluppo. I critici di tali progetti vengono spesso emarginati o delegittimati, considerati ostacoli all’inevitabile integrazione dell’Albania nei circuiti globali del capitale e della cultura. Di fronte alle proteste di ottobre, Rama ha attribuito la responsabilità a una “mano straniera”.

Questo modello permette al governo di estetizzare la politica, distogliendo al contempo l’attenzione dalle proprie pratiche autoritarie e dalla corruzione.

Memoria selettiva

L’ipocrisia del dichiarato impegno del governo nella lotta all’antisemitismo è emersa con particolare evidenza a luglio, quando, al culmine della Rivoluzione dei Fenicotteri, sono stati stanziati 4 milioni di euro di fondi pubblici per la costruzione di uno stadio appositamente per ospitare il rapper, cantautore, produttore discografico e stilista statunitense, noto con lo pseudonimo di Ye, Kanye West, nonostante le sue esplicite dichiarazioni antisemite.

Rama ha affermato che il denaro è stato speso “per evitare di mettere in imbarazzo l’Albania agli occhi di quasi 25.000 visitatori stranieri”. Si è trattato dell’ennesimo tentativo di dipingere i manifestanti come arretrati, incapaci di comprendere il presunto destino dell’Albania come centro del mondo musicale.

Abbiamo iniziato da Valona, ​​dove il filo spinato ha recintato una costa che gli abitanti avevano sempre conosciuto come aperta, e dove una laguna recintata, una scuola di aviazione militarizzata e un museo che celebra il salvataggio degli ebrei da parte dell’Albania sorgono a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro, compressi in un unico tratto di costa.

Valona offre anche un contrappunto. Il 21 agosto, tre imbarcazioni della Global Sumud Flottiglia sono arrivate al porto della città, ripercorrendo a ritroso la traversata adriatica compiuta 35 anni prima dalla nave mercantile Valona verso Bari, in Italia. L’esodo del 1991 rimane impresso nella memoria albanese.

Mentre la diplomazia culturale del governo ricorda selettivamente la Besa come un legame ereditario con lo Stato di Israele, l’arrivo della flottiglia ha rievocato una solidarietà diversa, più antica, che collega la storia albanese di fuga e rifugio alla lotta palestinese per il diritto al ritorno alla terra.

Nella stessa città in cui erano state erette le recinzioni, quell’arrivo si è rappresentato come un silenzioso rifiuto: un monito che la memoria, come la costa stessa, è ancora oggetto di contesa, e che chiunque ne controlli la narrazione controlla molto più del semplice passato.

 – Klodiana Millona è un’artista visiva e spaziale che vive e lavora tra Tirana e Rotterdam. Il suo lavoro si basa su testo, suono e immagini in movimento, affrontando temi come la giustizia spaziale e le geografie della Resistenza.

– Diana Malaj è un’attivista culturale, scrittrice e ricercatrice che vive in Albania. È co-fondatrice di Ata (“Loro”), un collettivo di attivisti a Kamza, e co-redattrice del sito di notizie locale Nyje.al.

– Brunilda Pali è professoressa associata di dinamiche dei conflitti e governanza presso il dipartimento di scienze politiche dell’Università di Amsterdam. Svolge attività di ricerca, insegnamento e pubblicazione su temi quali la giustizia riparativa, ambientale e sociale e la criminalizzazione dell’attivismo.

– Kristina Millona è una giornalista investigativa e ricercatrice che vive e lavora tra Tirana e Vienna, occupandosi di migrazione, violenza di frontiera ed esternalizzazione delle frontiere. Ha conseguito un dottorato in politica queer femminista transnazionale presso la Facoltà di Studi Orientali e Africani dell’Università di Londra ed è dottoranda presso l’Università Centrale Europea di Vienna, dove si occupa di razzializzazione dei richiedenti asilo albanesi di sesso maschile nel Regno Unito.

– Drivalda Delia lavora all’intersezione tra società civile e ricerca accademica, concentrandosi sulle mobilitazioni sociali femminili e di genere e sulle dinamiche sociopolitiche dell’Europa Sud-Orientale.

– Vjosa Musliu è professoressa associata di relazioni internazionali presso la Libera Università di Bruxelles. La sua ricerca si concentra sugli interventi internazionali ed europei e sulla costruzione dello Stato.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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