Awad Joumaa: «Lo scopo degli stupri è impedire ai palestinesi di alzare la testa»


Giovanni Verazzo
ROMA

Incontri: Parla il regista del documentario “Bodies of Evidence” sul dramma delle torture perpetrate dalle forze di polizia israeliane

Fonte Il Manifesto Edizione 20/10/2026

Awad Joumaa è un giornalista, regista e fondatore della piattaforma streaming internazionale di Al Jazeera. Bodies of Evidence, il suo documentario sui palestinesi torturati e stuprati delle forze di polizia israeliane, è stato distribuito gratuitamente su Youtube. Il film, nonostante la co-produzione italiana, non ha avuto una distribuzione nel nostro paese ma è stato presentato ieri alla Camera dei deputati. Ne abbiamo parlato con il regista.

«Naza», «Palestine ’36» e «The Bibi Files» hanno avuto successo in Italia e all’estero. Qual è il ruolo del documentarista oggi?
Dobbiamo documentare la guerra e denunciare i crimini, in Palestina e non solo. Storicamente i media hanno chiesto la verità al potere. Ma, citando il compianto Edward Said, docente e intellettuale palestinese, il ruolo delle figure pubbliche è dire la verità al potere.

Il regime israeliano ha risposto con «Naza – The Real Story». Come tracciare una linea tra giornalismo e propaganda?

Il film è un classico della strategia israeliana. Chi dice la verità è etichettato come antisemita, contro Israele e il popolo ebraico. Ma, nonostante i milioni di dollari investiti, l’hasbara (la macchina propagandistica israeliana, ndr) ha fallito miseramente. La stragrande maggioranza delle persone lo ha capito. Persino nelle proteste di piazza di questi giorni si vedono le bandiere palestinesi. Israele è arrivata al punto di investire in Chat Gpt e TikTok pur di plasmare la narrazione. Ma ogni volta che provano a sopprimere la verità, le persone — specialmente le più giovani — si dimostrano intelligenti e critiche. Penso che non ci siano dubbi su chi sia dalla parte sbagliata della storia.

Come ha girato il documentario visto che Al Jazeera è bandita da Israele?

Ho dovuto dirigere da remoto ogni fotogramma. Ho lavorato alla regia e alla sceneggiatura con il mio team, che in parte è siciliano. Per fortuna alcuni membri della mia squadra possono ancora operare in Cisgiordania. Per individuare i casi di tortura raccontati nel film ci siamo rivolti ai colleghi delle testate locali. La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese (presente nel film) ha collaborato con noi per verificare i casi di cui si è occupata. E poi ci sono i testimoni: c’è voluto tempo, insistenza e dedizione per convincerli a parlare, ma alla fine siamo riusciti a verificare e incrociare i racconti di uomini, donne e anche di un ex minore detenuto. Se venissero scoperti, rischierebbero ripercussioni da parte di Israele. Questa è solo la punta dell’iceberg: c’è molto altro che accade nell’ombra.

La tortura è da sempre uno strumento di repressione dei palestinesi ma Europa e Stati uniti iniziano a riconoscerlo solo adesso

Per molto tempo l’influenza dell’hasbara sui media internazionali è stata così forte che la sola critica a Israele poteva rovinare una carriera. Ma oggi assistiamo per la prima volta a un genocidio trasmesso in diretta sui media e molti non sono più disposti a tacere. Attori, atleti, giornalisti, content creator e persone comuni si espongono, la barriera della paura si è spezzata. Il messaggio è che «se vuoi togliermi il lavoro fallo, ma non posso rimanere in silenzio mentre avviene un genocidio». Europa e Usa, dopo la Seconda Guerra Mondiale, avevano promesso «mai più». Eppure hanno assistito ai crimini in Bosnia, in Ruanda, ai Khmer Rossi e ora al genocidio in Palestina. La gente ne ha abbastanza dei media tradizionali e dei politici che non vogliono vedere la verità.

Cosa ha capito ascoltando le testimonianze dei sopravvissuti?

Verso la fine del film, uno di loro interrompe il racconto, guarda in camera e pone una domanda, non a Israele, ma a noi spettatori. Chiede «Dove siete? Perché siamo soli? Dov’è il mondo?». Un altro sopravvissuto ha detto che lo scopo degli stupri è di impedire ai palestinesi di alzare la testa. Invece lo hanno fatto, hanno parlato, correndo il rischio con il volto coperto, affinché voi possiate vedere. Oggi vorrei restituire una cosa che gli è stata tolta: il suo nome che non è un numero e non è un insulto. Il suo nome è Mohammed Zaki Al-Bakri. Quindi vi chiedo di fare quel che Cesare Beccaria chiese all’Europa, quel che lo Statuto di Roma chiede a ogni paese firmatario: non voltatevi dall’altra parte. Il corpo del reato è qui. Guardatelo.

20/10/2026, 12:03 articolo aggiornato