I genitori ebrei sanno cosa fanno i loro figli in Cisgiordania?

I video che mostrano coloni israeliani attaccare palestinesi, mentre i soldati restano inerti o partecipano alla violenza, chiedono a gran voce un profondo esame di coscienza all’interno delle famiglie ebraiche.

Fonte

Tamer Nafar – 13 ottobre 2026

I video che continuano ad emergere dalla Cisgiordania sono orribili, a prescindere dalla questione ebraico-araba. Guardarli significa semplicemente assistere al male: un gruppo di bambini che picchia anziani, prende a calci cani, avvelena pecore, rompe ossa con bastoni. Sono video che farebbero venire la nausea a chiunque.

E anche se in ogni video di questo tipo l’atto fisico è ciò che occupa la maggior parte  della scena sullo schermo, c’è sempre qualche comparsa militare nell’inquadratura. Un colono mascherato costringe una capra a bere del veleno e ne prende a calci un’altra, e per un secondo la telecamera inquadra un giovane soldato lì presente. Una banda di teppisti aggredisce senza pietà degli anziani con delle mazze, e una jeep militare si aggira nell’inquadratura.

Chi ha un occhio cinematografico li definirebbe comparse, ma più si guardano questi video, più si capisce che sono membri del cast.

Non sono estraneo alla violenza. Sono cresciuto a Lod, una città dell’Israele centrale. Io e la violenza eravamo vicini di casa. Sapevo come affrontarla, nel bene e nel male, sia da picchiatore che da picchiato, qualsiasi cosa pur di sopravvivere nel quartiere. Ma il giorno dopo, facevamo sempre pace. Parlavamo, ci scusavamo. E poi il giorno dopo tornavamo a litigare.

Ma non si trattava di una violenza di questo tipo. La violenza che conoscevo io scoppiava rapidamente e veniva repressa altrettanto rapidamente.

Quello che vedo in questi video non è un’esplosione di violenza dovuta a un malinteso. Ricorda piuttosto un nuovo tipo di violenza: la criminalità organizzata. Ecco cosa sembrano questi video. Il male organizzato.

E non mostratevi sorpresi. Non è una novità. I ​​vostri figli e le vostre figlie ne fanno parte. Che stiano attaccando fisicamente i palestinesi al fianco dei coloni, trattenendo i palestinesi che cercano di difendere le loro pecore, seduti in una jeep a poca distanza da ciò che accade per fare poi una dichiarazione, o seduti in qualche stanza climatizzata con la foto della loro bella famiglia appesa vicino al computer, impartendo gli ordini che mandano i soldati al prossimo atto di violenza.

Mettiamo da parte per un attimo la questione ebraico-araba. Parliamo da genitori. Se sapessi che uno dei miei figli ha partecipato, attivamente o passivamente, all’umiliazione di un’altra persona, me la prenderei con sua madre e con me.

Inizierebbe così: “Vieni subito qui. Cos’è questo? È così che ti abbiamo cresciuto? Devi chiedere scusa immediatamente, e intendo proprio ora. E devi spiegare a noi, a te stesso e a loro, perché ti stai scusando. Dobbiamo aiutarti a capire il perché? O lo capisci già?”

Ho quindi una domanda per i genitori ebrei: avete questo tipo di conversazioni educative con i vostri figli e le vostre figlie? Conversazioni su cosa sia il bene e cosa sia il male e sulla capacità di distinguerli, anche quando la situazione non è chiara? Anche se un uomo bianco che avvelena una capra nera è quanto di più chiaro si possa immaginare.

Per ora, non mi addentrerò nella questione più ampia dell’esercito e dell’occupazione, ovvero se prestare servizio o rifiutarsi di farlo. Mettiamola da parte. Su questo punto siamo a distanza siderale, ed è anche una questione troppo complessa per me. E come si dice, bisogna scegliere le proprie battaglie. Quindi ecco qualcosa di semplice: una conversazione serale, una riunione di famiglia.

Sullo schermo di un iPhone compare un video in cui dei bambini di età inferiore ai 15 anni prendono a calci un padre e suo figlio. A quel punto arrivano dei soldati che stringono la mano agli aggressori . Cosa succede poi a casa tua?

La madre lascerà cadere il bicchiere di vino? Dirà: “Oh, figlio mio!” e chiamerà il marito? Lo metteranno alle strette e gli chiederanno: “Sei tu quello nel video? Eri lì? Come hai potuto non intervenire?” Ti fa riflettere, anche solo per un istante, su un fallimento educativo? O continueresti come se nulla fosse successo?

Non risponderò a questa domanda. Non voglio mettermi risposte in testa né metterle in bocca a voi.

Ma  è una questione che vorrei porvi: una conversazione che, a mio avviso, è più importante della domanda se il primo ministro stesse dormendo quando è iniziato l’attacco il 7 ottobre 2023 e se non sia stato svegliato in tempo .

Perché al momento mi sembra che un intero Paese – in cui quasi ogni famiglia ha qualcuno in uniforme – si rifiuti di svegliarsi in tempo.

Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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