Accuse di terrorismo montate ad arte: lo Stato italiano tenta di criminalizzare la rivolta 

In tutta Europa, i governi che si trovano ad affrontare contemporaneamente inflazione, costi di riarmo e la solidarietà di massa con Gaza stanno optando per un ampliamento dei poteri di polizia.

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Di Michael Leonardi – 30 ottobre 2026

Nel pomeriggio del 28 ottobre 2026, Youssef Siher ha lasciato il Carcere di San Vittore a Milano tra gli applausi di amici, familiari e rappresentanti della comunità palestinese. Coloro che lo hanno accolto hanno formato un cerchio compatto, proteggendolo dalle decine di telecamere e microfoni dei media che per tutta la settimana precedente lo avevano diffamato, dipingendolo come il mostruoso mandante di una rivolta spontanea e come un terrorista, alimentando i soliti stereotipi islamofobi.

Il trentenne italiano di origini marocchine, ricercatore, giornalista indipendente e amministratore del canale Telegram e della pagina Instagram “Movimento 17 Ottobre”, era detenuto dalla notte del 24 ottobre.

La Procura di Milano lo aveva accusato di istigazione a delinquere aggravata da finalità terroristiche e di violenza organizzata in manifestazioni pubbliche, quest’ultimo reato nuovo ai sensi di uno degli otto decreti sicurezza del governo Meloni.

La ragione principale per cui queste accuse sono così assurde è che si basano sulla creazione di una pagina Instagram e di un gruppo di messaggistica la sera del 18 ottobre, dopo che si erano già verificati atti di vandalismo e saccheggio, nell’ambito di massicce proteste pacifiche.

Il giudice istruttore Tiziana Landoni ha rifiutato di convalidare il fermo. In un’ordinanza di 37 pagine ha affermato di non aver riscontrato prove di colpevolezza, né incitamenti concreti alla violenza, né rischio di fuga. I messaggi di Siher, ha scritto, si configuravano come atti di disobbedienza civile, mobilitazione collettiva e “formazione di una coscienza collettiva”, non come produzione di terrorismo o attacchi organizzati. Siher e sua moglie Sagia rimangono sotto inchiesta, ma è libero. La solidarietà a Youssef e Sagia è stata immediata.

Il caso rappresenta il più chiaro esempio recente di come lo Stato italiano stia trattando l’intersezione tra la rivolta del costo della vita e la solidarietà palestinese come una minaccia alla sicurezza. Gli scontri del 17 e 18 ottobre a Milano sono seguiti a settimane di proteste contro i prezzi, gli affitti e l’evidente divario tra la spesa militare e il collasso dei servizi pubblici.

Quelle settimane avevano già prodotto qualcosa di più grande. Il 10 ottobre, centinaia di migliaia di persone hanno riempito le strade di oltre 80 città e paesi in tutta Italia in manifestazioni di solidarietà con la Palestina: una partecipazione massiccia e in qualche modo inaspettata contro il Genocidio e il Sionismo, che ha messo in guardia il governo ancor prima che iniziassero gli eventi di Milano.

Saccheggi e scontri di strada si sono verificati il ​​17 e il 18, così come grandi marce pacifiche. I pubblici ministeri hanno individuato nei canali di Siher, circa 50.000 utenti su Instagram e 11.000 su Telegram, il centro organizzativo, nonostante fossero stati creati a posteriori. Hanno interpretato i suoi post come una continua dichiarazione di guerra.

Landoni ha letto gli stessi testi e ha riscontrato aspre critiche al governo e ai media (“lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove”, “Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente vergognoso”), appelli a manifestazioni settimanali e istruzioni per mantenere la calma in caso di gas lacrimogeni.

Ha notato che Siher non ha mai citato le violenze del 17 e 18 ottobre come modello e che un manuale pubblicato sulle tattiche urbane aveva le sezioni più aggressive rimosse. La soglia legale per l’istigazione richiede un pericolo concreto, non un linguaggio aggressivo. L’aggravante del reato di terrorismo richiede l’intento di intimidire la popolazione o danneggiare lo Stato; lei non ha riscontrato nessuna delle due cose. Il nuovo reato di violenza organizzata richiede almeno cinque persone che agiscono con strumenti offensivi; Le prove non erano sufficienti.

La reazione della Primo Ministro Giorgia Meloni è stata immediata e senza filtri. Ha definito la decisione del giudice “vergognosa” senza mezzi termini. Il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva in precedenza elogiato la polizia per aver individuato la “mente” del movimento e aveva descritto Siher come vicina ad ambienti antagonisti.

Il messaggio politico era chiaro: l’esecutivo si aspettava che la magistratura ratificasse la narrativa della sicurezza. Quando un giudice ha applicato i normali criteri probatori e i limiti costituzionali alla libertà di espressione, la Primo Ministro ha trattato l’esito come un affronto.

Questa reazione si inserisce nello stesso schema di repressione crescente visibile in questo autunno carico di tensione: nuovi reati penali per le proteste organizzate, precettazione (ordini coercitivi che obbligano i lavoratori a tornare al lavoro) contro gli scioperanti e la sistematica etichettatura della solidarietà palestinese come affine al terrorismo.

A Roma, gli studenti che tentavano un’occupazione pacifica del loro liceo, il Liceo Giordano Bruno, sono stati trascinati fuori dalla scuola dalla polizia e interrogati. I membri di un collettivo artistico studentesco sono stati fermati e interrogati dalla polizia, impedendo loro di partecipare a una marcia e a una manifestazione. Il prendere di mira studenti delle scuole superiori e collettivi culturali fa ormai parte dello stesso apparato utilizzato contro organizzatori e attivisti palestinesi.

La stessa logica opera ai massimi livelli. Quando la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha presentato il suo recente rapporto sulla Complicità dei media nel Genocidio di Gaza alle Nazioni Unite, è stata oggetto di un attacco verbale da parte dei rappresentanti israeliani e statunitensi, che l’hanno definita una pazza, una truffatrice e una terrorista, nel tentativo di criminalizzare qualsiasi documentazione di Complicità nei Crimini di Guerra contro la Palestina e i palestinesi.

Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, rimane in custodia, così come Raed Dawoud, Yasere Elasaly, Ryad Albustanji, Anan Yaeesh e Ahmad Salem. Il movimento di solidarietà con i prigionieri palestinesi in Italia ha chiesto che lo sciopero generale del 30 ottobre sia permeato dalle loro foto, in particolare da quelle di Ahmad Salem, un giovane rifugiato palestinese condannato a quattro anni di reclusione ai sensi dell’articolo 270 ter, per quello che i sostenitori definiscono “terrorismo della parola”.

Nel maggio 2025, Salem si è recato alla Questura per chiedere asilo politico da Israele; invece di protezione, è stato incriminato. La presenza di video e appelli alla Resistenza del popolo palestinese è stata sufficiente per la condanna. Nonostante sia già detenuto in un carcere di massima sicurezza, lo Stato ha ora richiesto la sorveglianza speciale; l’udienza d’appello è fissata per il 26 novembre a Campobasso.

L’appello è chiaro: portare una foto di Ahmad Salem e degli altri in ogni piazza, in ogni porto, in ogni luogo di sciopero il 30 ottobre. La lotta contro la guerra e la carovita non possono essere separate dalla lotta per la liberazione dei prigionieri politici palestinesi. La repressione è il volto interno dello Stato di Guerra generalizzato che il governo sta conducendo, dall’Ucraina a Gaza, e lo stesso governo ora dichiara una guerra interna per mantenere intatti quei piani imperiali. Libertà per tutti i prigionieri e per tutte le prigioniere palestinesi.

La biografia di Youssef Siher rende le accuse contro di lui particolarmente deboli. Nato e cresciuto in provincia di Brescia, si è laureato in comunicazione e ha conseguito un dottorato in scienze politiche all’Università di Milano, ha fatto parte del senato accademico ed è stato presidente degli studenti universitari musulmani. Ha svolto un tirocinio presso l’osservatorio ISPI per il Medio Oriente e il Nord Africa nel 2024 e ha scritto per i quotidiani nazionali Il Fatto Quotidiano e, in precedenza, Il Foglio.

Il suo Substack, Scritti politici, contiene lunghi saggi sulle proteste della Generazione Z marocchina, Ceuta, l’Orientalismo di Edward Said e Kissinger e il significato politico della Resistenza. Ha descritto l’attacco del 7 ottobre 2023 come “un atto rivoluzionario di decolonizzazione”. Ha criticato il coordinamento della sicurezza dell’Autorità Palestinese definendolo una forma di collaborazione e ha definito le esportazioni di armi italiane e le collaborazioni istituzionali con Israele una Complicità attiva nel Genocidio di Gaza.

Niente di tutto ciò è segreto; e, stando all’interpretazione del giudice basata sui canali specifici, nulla di tutto ciò costituiva i reati contestati. Lo Stato ha trattato un critico noto e accreditato come il direttore della guerriglia urbana dopo un fine settimana di disordini che hanno avuto molteplici autori e molteplici cause.

La tempistica non è casuale. Camionisti e agricoltori hanno scioperato e bloccato le strade. Le occupazioni studentesche si sono diffuse. Gli scaffali dei supermercati nel Sud si sono svuotati. Una mobilitazione indetta dalla CGIL a Roma ha posto le bandiere palestinesi al centro di una protesta contro il costo della vita. Il 30 ottobre è previsto uno sciopero generale, al quale aderiranno oltre 100 porti del Mediterraneo e del mondo contro l’economia di guerra, rifiutandosi di caricare armi destinate a Israele.

Il governo ha risposto con una legislazione sulla sicurezza che amplia gli strumenti a disposizione contro i manifestanti e con una retorica pubblica che riduce le rivendicazioni economiche e l’organizzazione contro il Genocidio a un’unica minaccia. I canali di Siher sono stati aperti dopo gli eventi del 17 e 18 ottobre e si sono concentrati su un’ulteriore mobilitazione contro le politiche governative. Il giudice Landoni ha considerato ciò come espressione protetta. Meloni ha considerato il rifiuto del giudice di incarcerarlo come uno scandalo. Il governo Meloni e i media stanno ora diffamando il giudice perché in precedenza aveva firmato un appello per Gaza sottoscritto da oltre 3000 giuristi in Italia, come se sostenere un popolo che subisce un Genocidio in corso perpetrato da Criminali di Guerra fosse in qualche modo sovversivo. La distanza tra queste due posizioni è la distanza tra un ordinamento costituzionale che richiede ancora prove e un esecutivo che preferisce l’apparenza di potere e controllo.

L’indagine prosegue. I pubblici ministeri possono ancora richiedere ulteriori provvedimenti. La copertura mediatica ha già svolto il lavoro di costruzione dell’immagine: il “cervello”, l'”ideologo”, l’uomo la cui risposta a Salvini nel 2023 conteneva le parole “Allah Akbar” (Dio è Grande). L’ordinanza del giudice è un documento pubblico che attesta che i post non soddisfano i requisiti legali per i reati contestati.

Quel record non fermerà la campagna più ampia. In tutta Europa, i governi, confrontati contemporaneamente con l’inflazione, i costi del riarmo e la solidarietà di massa con Gaza, stanno scegliendo l’ampliamento dei poteri di polizia piuttosto che concessioni materiali. In Italia la scelta è esplicita. Un ricercatore che ha organizzato via social manifestazioni settimanali contro “questo presente infame” ha trascorso quattro giorni nel Carcere di San Vittore. Il Primo Ministro ha definito la sua liberazione vergognosa. Le strade continuano a riempirsi.

La prossima prova non è se lo Stato riuscirà a inventare una mente terroristica; è se il movimento che ha prodotto sia gli scontri di ottobre che lo sciopero del 30 ottobre riuscirà a sopravvivere al tentativo di criminalizzare i suoi organizzatori e liberare i prigionieri palestinesi già detenuti, mentre lo Stato cerca di distruggere il potere giudiziario e calpestare la Costituzione italiana.

– Michael Leonardi è un giornalista con sede in Italia, è il vicepresidente della Treewater Initiative, un’organizzazione no-profit dedicata alla costruzione della sostenibilità in un mondo libero

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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