Robert Inlakesh contesta le affermazioni secondo cui Israele avrebbe creato o sostenuto Hamas, mostrando come esse distorcano la storia palestinese e neghino ai palestinesi la loro capacità di agire politicamente.
di Robert Inlakesh, Thinking Palestine , Settembre 2026
Dal 7 ottobre 2023 si è diffusa una narrazione che tenta di spiegare l’esistenza di Hamas sostenendo che Israele sia responsabile della creazione del partito politico palestinese, lasciando spesso intendere che il gruppo sia stato anche sostenuto attivamente. Dietro quella che, in genere, è un’argomentazione avanzata in buona fede, si celano alcune lacune fondamentali che rivelano una scarsa comprensione della politica palestinese.
«Hamas è stata una creazione di Israele»: se avete seguito i media – sia indipendenti che alternativi – almeno dall’inizio del genocidio a Gaza, è molto probabile che abbiate sentito questa tesi. Potreste aver sentito dire anche che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia «sostenuto Hamas» nella Striscia di Gaza nell’ambito di un piano più ampio volto a impedire la formazione di uno Stato palestinese.
La maggior parte di coloro che sostengono queste tesi lo fa in buona fede, spesso utilizzando le informazioni presentate per confutare la propaganda sionista. Tuttavia, così facendo, tali commentatori sottintendono qualcosa di più profondo che, oltre a essere fattualmente inesatto, dipinge i palestinesi come vittime perenni prive di qualsiasi reale autonomia.
Per fare chiarezza sulla questione, è necessario innanzitutto esaminare le argomentazioni addotte a sostegno dell’idea che Hamas sia stata creata da Israele e verificare cosa indichino realmente i fatti. Successivamente, occorre analizzare le implicazioni di tale tesi, valutando se essa trovi riscontro nella realtà.
Hamas è stata finanziata da Israele?
Hamas – acronimo di *Harakat al-Muqawama al-Islamiyya* (Movimento di Resistenza Islamica) – non è mai stata effettivamente finanziata da Israele. L’equivoco nasce dai rapporti intrattenuti da Israele con il *Mujamma al-Islamiyya*, attivo nella Striscia di Gaza.
Il Mujamma era un’organizzazione sociale e caritatevole fondata nel 1973 dallo sceicco Ahmed Yassin. Sebbene abbia rappresentato l’organizzazione precorritrice di Hamas, ne differiva notevolmente; ripercorrere l’evoluzione che ha portato dall’una all’altra aiuta a comprendere l’origine di tali idee errate.
Tra gli esponenti di spicco di Fatah in Palestina – i principali rivali politici interni di Hamas – l’argomentazione più articolata a sostegno della tesi secondo cui Israele avrebbe contribuito a creare Hamas proviene dal noto giornalista Mehdi Hasan. Esaminando gli elementi da lui citati, la fonte più significativa è l’ex generale di brigata israeliano Yitzhak Segev, che fu governatore militare di Gaza negli anni ’80.
Dopo aver lasciato il servizio militare, Segev dichiarò al *New York Times* che Israele aveva messo a punto una strategia volta a rafforzare i gruppi islamici per indebolire l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) di Yasser Arafat. Affermò inoltre che “il governo israeliano mi assegnò un budget” per finanziare il Mujamma, aggiungendo che “l’amministrazione militare elargiva fondi alle moschee”.
Un’altra fonte citata è Avner Cohen, un ex funzionario israeliano addetto agli affari religiosi che lavorò per l’esercito di occupazione a Gaza; egli ha dichiarato di aver presentato ai propri superiori militari, a metà degli anni ’80, un rapporto in cui metteva esplicitamente in guardia dal mettere in atto la strategia del “divide et impera” nei territori occupati.
Parlando delle radici di Hamas nella Fratellanza Musulmana, in un video pubblicato per *The Intercept* nel 2018, Mehdi Hassan sostiene che, una volta occupata la Striscia di Gaza nel 1967, gli israeliani “non si limitarono a tollerare questi islamisti, ma li incoraggiarono”. Si tratta di una rappresentazione inesatta e di una semplificazione eccessiva dei fatti storici.
A Gaza, la Mujamma veniva spesso chiamata colloquialmente “Ikhwan” (termine usato per indicare i Fratelli Musulmani) ed era palesemente la branca palestinese dell’organizzazione. Tuttavia, sostenere che Israele abbia appoggiato gli “islamisti” dopo aver occupato Gaza durante la guerra del giugno 1967 è un’affermazione fattualmente errata. Solo nel 1979 Israele riconobbe ufficialmente la Mujamma al-Islamiyya come organizzazione autorizzata a operare con il benestare dell’amministrazione militare occupante. Inoltre, non tutti i gruppi “islamisti” legati ai Fratelli Musulmani ricevettero sostegno da parte di Israele.
La vera domanda, dunque, è: perché fornire un qualche tipo di sostegno al Mujamma? Ebbene, a questa domanda è già stata data una risposta parziale – ovvero la strategia del “divide et impera” – ma anche tale spiegazione manca del contesto completo; contesto che porta a una conclusione radicalmente diversa rispetto a quella che si potrebbe trarre in sua assenza.
Nello stesso anno in cui Israele legalizzò la Mujamma, stava iniziando a formarsi un’altra organizzazione islamica, guidata da un medico di nome Fathi Shiqaqi: la Jihad Islamica Palestinese (PIJ). La PIJ, che si sarebbe costituita ufficialmente nella Striscia di Gaza nel 1981, non fu mai finanziata né riconosciuta come entità legittima dalle autorità di occupazione israeliane. È dunque errato sostenere che Israele abbia concesso un sostegno indiscriminato agli “islamisti”.
Il motivo per cui gli israeliani si opposero esplicitamente alla PIJ risiedeva nel fatto che essa era sorta promuovendo un’immediata lotta armata, aspetto che la distingueva nettamente dalla Mujamma. All’epoca, l’organizzazione socio-assistenziale dello sceicco Ahmed Yassin – che traeva quasi tutti i propri fondi dagli Stati arabi del Golfo – condannava esplicitamente la lotta armata, sostenendo con forza la necessità di islamizzare la società prima di poter avviare qualsiasi rivolta violenta. Tali posizioni divergenti portarono persino a scontri di piazza tra le due fazioni islamiche rivali a Gaza.
All’epoca in cui Israele iniziò a finanziare la Mujamma – i cui fondi non costituivano affatto la maggior parte del suo finanziamento – l’amministrazione militare di occupazione stava fronteggiando, nella Striscia di Gaza, una resistenza armata di matrice prevalentemente socialista. Il FPLP era, di gran lunga, il gruppo di resistenza più pericoloso attivo sul territorio. È inoltre importante ricordare che l’OLP, guidata da Fatah, era un’organizzazione messa al bando a Gaza; il semplice possesso di una fotografia del suo leader, Yasser Arafat, poteva portare alla detenzione da parte delle autorità militari.
Entrò quindi in scena un’organizzazione finanziata da uno Stato del Golfo che predicava la non violenza e annoverava tra le proprie fila membri disposti a scontrarsi per strada con i palestinesi laici, iniziando al contempo a costruire una rete di società civile islamica capace di fornire assistenza alla popolazione senza costi per Israele. Agli occhi delle autorità israeliane, sostenere un gruppo sociale apolitico rappresentava una soluzione vantaggiosa per tutti, in un momento in cui all’interno della Palestina non operava alcun movimento di resistenza islamica.
Dall’organizzazione sociale alla resistenza armata
Nel 1982 le cose iniziarono lentamente a cambiare. In tutta Gaza si verificarono una serie di manifestazioni di massa che precedettero l’assalto israeliano al Libano il quale avrebbe poi portato all’uccisione di 20.000 persone e alla sconfitta dell’OLP. Nella Striscia di Gaza, molti ex sostenitori di Fatah e dell’OLP, disillusi dal gruppo di resistenza laica, iniziarono a cercare una soluzione e ad aspettare alla loro porta trovarono proprio il PIJ.
Nel 1967, gli israeliani inflissero una sconfitta al nasserismo, e più in generale al marchio egiziano del nazionalismo arabo secolare, creando la necessità di un esame di coscienza e dando vita a una serie di gruppi di resistenza che avrebbero seguito un percorso completamente diverso e aderito a ideologie diverse. Ad esempio, il leader palestinese George Habash, che guidava il Movimento nazionalista arabo (ANM) allineato a Nasser, fondò il gruppo marxista noto come Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP).
La sconfitta dell’OLP nel 1982, seguita da una serie di massacri di civili – come l’uccisione di massa di rifugiati palestinesi nei campi di Sabra e Shatila, in Libano – creò la “tempesta perfetta” di profonda riflessione e senso di urgenza da cui sarebbero poi emersi i movimenti islamici. Un caso analogo si verificò nel Libano meridionale con l’ascesa di Hezbollah, un gruppo islamico sciita destinato a guidare la resistenza contro l’occupazione israeliana del sud.
Torniamo dunque al rapporto che Avner Cohen inviò ai suoi superiori a metà degli anni ’80, lanciando l’allarme sui rischi della strategia del “divide et impera” nella Striscia di Gaza. Le sue osservazioni erano assolutamente fondate: a quell’epoca, infatti, alcuni membri e dirigenti della Mujamma erano già stati arrestati per aver iniziato a introdurre clandestinamente armi nei territori occupati. Tuttavia, la posizione ufficiale dell’organizzazione rimaneva contraria alla lotta armata, mentre il PIJ stava attivamente compiendo attacchi che provocavano perdite tra le forze di occupazione israeliane.
Ad esempio, il leader dell’organizzazione sociale islamica, lo sceicco Ahmed Yassin, fu arrestato e condannato al carcere per il suo coinvolgimento nell’introduzione di armi a Gaza nel 1984. Analogamente, Yahya Sinwar, all’epoca poco più che ventenne, fu arrestato nel 1985 per aver partecipato alla creazione dell’apparato di sicurezza della Mujamma, noto come al-Majd. A quel punto, sebbene il gruppo non avesse ancora intrapreso alcuna azione armata, iniziavano a manifestarsi segnali di un cambiamento di orientamento del movimento: i loro rivali del PIJ stavano infatti attirando un numero crescente di aderenti, provocando un’immediata repressione da parte di Israele.
Con lo scoppio dell’Intifada nel 1987 – iniziata nel campo profughi di Jabalia, a Gaza – il PIJ fu il primo gruppo a ingaggiare uno scontro armato con i soldati israeliani, evento documentato pubblicamente. Nel frattempo, la leadership dell’OLP, ormai di stanza in Tunisia, faticava a esercitare influenza sull’Intifada. Verso la fine del 1987, lo sceicco Ahmed Yassin e altri decisero di avviare la lotta armata e di proclamare la nascita di Hamas; da quel momento in poi, il Mujamma fu messo al bando come organizzazione e i suoi vertici subirono una dura repressione: il resto è storia.
Se si sostiene che Hamas esista a causa di Israele, allora lo stesso vale per qualsiasi altro gruppo della resistenza palestinese. Nessuno nega che il Mujamma abbia ricevuto un certo sostegno dagli israeliani nel tentativo di dividere il popolo palestinese – un fatto oggettivo –, ma furono gli eventi del 1982 e i massacri di civili in Libano, uniti al deterioramento delle condizioni nella Striscia di Gaza, a concorrere alla formazione di Hamas.
Non vi fu un sostegno indiscriminato a tutti i gruppi “islamisti”, bensì a un’organizzazione che erogava servizi finanziati dagli Stati del Golfo e si opponeva alla lotta armata, opponendosi al contempo ai socialisti sulle questioni sociali; questi ultimi rappresentavano, all’epoca, la minaccia più seria per l’esercito di occupazione sul campo.
Negare l’autonomia ai palestinesi
La lotta palestinese viene spesso presentata, da persone animate da buone intenzioni, in un modo che trascura il popolo palestinese stesso. Ciò accade perché commentatori, giornalisti e persino accademici non riescono a comprendere le dinamiche politiche interne palestinesi né a tenere conto degli umori della popolazione.
Sostenere che Hamas sia stata in realtà creata da Israele permette ai sostenitori dei diritti palestinesi in Occidente di evitare di affrontare la questione del perché Hamas sia diventata il movimento più popolare in Palestina. A differenza dell’OLP e dell’organizzazione Fatah che la guidava – le quali non nacquero da gruppi caritatevoli o sociali che avessero ricevuto finanziamenti o permessi di operare dalle autorità occupanti –, Hamas è nata proprio all’interno dei campi profughi della Striscia di Gaza sotto occupazione.
Come la storia ha poi dimostrato, l’OLP a guida Fatah ha finito per riconoscere Israele; attualmente, l’Autorità Palestinese – guidata dal partito Fatah e che ora controlla l’OLP – si è trasformata in una sorta di subappaltatore dell’occupazione della Cisgiordania. Non gode di maggiore legittimità agli occhi della popolazione palestinese per il fatto di avere radici più “pure” rispetto a quelle di Hamas; il giudizio nei suoi confronti si basa sulle azioni intraprese dalla sua leadership e su chi siano i suoi referenti.
Un’altra tesi, che spesso accompagna l’affermazione secondo cui “Israele ha creato Hamas”, è quella secondo cui “Netanyahu avrebbe sostenuto Hamas”. Di fatto, si tratta anche in questo caso di un’accusa a forte connotazione politica, nata in seno all’opposizione israeliana contraria al governo dell’attuale Primo Ministro Benjamin Netanyahu. Tuttavia, nel 2022, quando Netanyahu è stato estromesso dal potere e la carica di Primo Ministro è passata prima a Naftali Bennett e poi a Yair Lapid, quei medesimi fondi hanno continuato a raggiungere la Striscia di Gaza.
Analogamente all’accusa secondo cui “Israele avrebbe creato Hamas”, l’idea che Netanyahu abbia finanziato e/o sostenuto il gruppo comporta implicazioni che vanno affrontate. Per certi versi, ciò rende Netanyahu il capro espiatorio ideale e, ancora una volta, tronca sul nascere una discussione che richiederebbe invece di confrontarsi con la realtà di Hamas e con i motivi per cui i palestinesi lo sostengono a scapito di qualsiasi altro partito.
Innanzitutto, l’idea che Benjamin Netanyahu abbia sostenuto Hamas è palesemente falsa. Non vi è alcuna prova che i fondi di aiuto del Qatar – inviati inizialmente a Gaza in valigie piene di contanti – fossero essenziali per la sopravvivenza di Hamas quale forza di governo nel territorio costiero sotto assedio.
La situazione era la seguente: verso la fine del 2017, l’Autorità Palestinese (AP) – che aveva continuato a erogare gli stipendi ai propri dipendenti a Gaza – aveva iniziato a sospendere o tagliare tali pagamenti, esercitando così una pressione su una popolazione già provata da condizioni che, secondo gli esperti delle Nazioni Unite, avrebbero reso il territorio invivibile entro il 2020.
Il principale sostenitore dell’ala politica di Hamas è il Qatar, che tuttavia nel 2017 subì un blocco imposto dagli Stati arabi del Golfo vicini. Una delle richieste fondamentali avanzate alla leadership di Doha fu quella di espellere Hamas e di cessare i finanziamenti al movimento palestinese. Nella Striscia di Gaza, proprio in quell’anno, il leader del movimento appena eletto, Yahya Sinwar, aveva iniziato ad attuare cambiamenti significativi nel tentativo di alleviare le sofferenze della popolazione.
Hamas aveva pubblicato un nuovo statuto, accettando in linea di principio la soluzione a due Stati qualora fossero state soddisfatte le condizioni opportune, condannando inoltre esplicitamente l’antisemitismo e cercando di presentare una piattaforma più pragmatica. Più tardi, nello stesso anno, a Gaza scoppiarono festeggiamenti quando Hamas acconsentì a lasciare che l’OLP, con sede in Cisgiordania, assumesse la gestione dell’amministrazione civile del territorio sotto assedio. L’entusiasmo fu tuttavia di breve durata: Stati Uniti e Israele intervennero infatti esercitando pressioni sull’Autorità Palestinese affinché si ritirasse dall’accordo. Israele iniziò inoltre a esercitare una pressione economica ancora maggiore sull’Autorità Palestinese – in risposta alle sue iniziative diplomatiche e legali – arrivando a strumentalizzare il trasferimento dei fondi fiscali all’ente con sede a Ramallah.
Ancora una volta, l’affermazione secondo cui Israele avrebbe adottato la strategia del “divide et impera” è corretta sul piano dei fatti; a essere errate, tuttavia, sono le conclusioni che molti in Occidente traggono da tali manovre. Ad esempio, nel 2007 l’amministrazione statunitense guidata da Bush collaborò con israeliani ed egiziani fornendo armi – oltre a fondi – all’allora capo delle Forze di sicurezza preventiva dell’Autorità Palestinese, Mohammed Dahlan, nel tentativo di rovesciare il governo democraticamente eletto a Gaza. Il fallimento di tale iniziativa innescò quella che è nota come guerra civile palestinese tra Hamas e Fatah, un conflitto anch’esso incoraggiato da Israele. Nel 2014, Israele lanciò un’offensiva contro Gaza proprio nel momento in cui questa avrebbe fatto naufragare un accordo di unità tra Hamas e l’Autorità Palestinese a guida Fatah.
Nel 2018, Hamas sostenne la “Grande Marcia del Ritorno”, che portò centinaia di migliaia di manifestanti non violenti ai cancelli del campo di concentramento della Striscia di Gaza. In definitiva, la comunità internazionale ignorò la pacifica sollevazione di massa, sostenendo che Israele avesse il “diritto di difendersi” da civili che non rappresentavano alcuna minaccia per i suoi soldati pesantemente armati; questi ultimi finirono per massacrare circa 300 civili e ferirne oltre 36.000.
Durante la fase iniziale della sollevazione di massa non violenta, Hamas si astenne completamente dall’aprire il fuoco contro Israele, finché, più tardi quello stesso anno, le forze di occupazione tentarono di rapire un comandante di Hamas nel corso di un’incursione fallita.
A quel punto, Hamas si ritrovò in un vicolo cieco, nonostante avesse tentato di modificare il proprio statuto, cercato la via diplomatica, sposato la non violenza e provato a trasferire il controllo di Gaza all’Autorità Palestinese. Gli unici risultati ottenuti furono ulteriori raid aerei israeliani, un tentativo di rapimento di un comandante, restrizioni economiche più severe e politiche israeliane sempre più radicali che minacciavano lo status dei Luoghi Santi di Gerusalemme. Nessun governo israeliano avrebbe mai preso in considerazione l’idea di allentare l’assedio di Gaza. L’unica alternativa rimasta era, dunque, ricorrere alle armi.
In base alle sue precedenti esperienze nella Striscia di Gaza, Netanyahu si rese conto che sradicare fisicamente la resistenza armata palestinese avrebbe comportato costi insostenibili. Tuttavia, voleva comunque aumentare la pressione. Quando Hamas iniziò a infliggere colpi umilianti all’esercito israeliano e la minaccia di lanci di razzi su larga scala contro gli insediamenti israeliani di confine divenne un problema crescente, egli concluse un accordo con il Qatar per consentire l’afflusso di denaro contante, che Hamas utilizzava per pagare i dipendenti del settore civile. Il risultato fu, in sostanza, un’intesa volta ad allentare temporaneamente le tensioni e a neutralizzare la minaccia dei razzi.
Osservando gli scontri reciproci tra la resistenza a Gaza e Israele in quel periodo, si nota come gli israeliani fossero dissuasi dal condurre attacchi su larga scala nel territorio, preferendo spesso colpire obiettivi meno protetti per evitare di scatenare un conflitto più ampio. Una delle leve utilizzate da Israele per modulare la tensione era la concessione di permessi ai palestinesi per lasciare Gaza e recarsi a lavorare negli insediamenti o accedere a strutture sanitarie. Hamas, dal canto suo, decideva se consentire o meno ai giovani di lanciare palloni incendiari oltre la barriera di separazione per esercitare, a propria volta, pressione sul governo israeliano; all’epoca, infatti, tali palloni provocavano incendi che rappresentavano un serio problema per i coloni.
Nell’agosto del 2022, l’esercito israeliano lanciò addirittura l’“Operazione Breaking Dawn”, prendendo di mira esclusivamente la Jihad islamica palestinese (PIJ) nel tentativo di separarla da Hamas. A guidare l’iniziativa fu l’ex primo ministro israeliano Yair Lapid, oggi a capo del blocco di opposizione. Sebbene all’epoca Netanyahu non fosse al governo, si stava attuando la stessa strategia del “divide et impera”, mantenendo al contempo in vigore le intese con Hamas che avevano tenuto il gruppo fuori da quel ciclo di ostilità.
È importante affrontare questi aspetti perché, osservando i dettagli, appare evidente che le tesi semplicistiche – secondo cui Netanyahu avrebbe sostenuto Hamas e Israele ne avrebbe addirittura causato la nascita – sono palesemente false. È vero, tuttavia, che gli israeliani hanno costantemente adottato la strategia del “divide et impera”. Ciò non dimostra che Hamas sia stato creato, controllato o addirittura mantenuto in vita da Israele.
Hamas è da tempo, e rimane tuttora, il partito politico palestinese più popolare. Gode di un vasto consenso grazie alla sua resistenza contro Israele ed è un movimento autentico, nato nei campi profughi della Striscia di Gaza. In Occidente, è politicamente comodo liquidare questo fatto ricorrendo ad argomentazioni che dipingono il gruppo come una realtà artificiale, di cui Israele sarebbe in qualche modo responsabile.
Provate per un attimo a riflettere su ciò che questa tesi implica realmente per i palestinesi che vivono nei territori occupati, qualora il movimento più popolare del loro Paese fosse una creazione di Israele sostenuta da Benjamin Netanyahu: significherebbe che essi sono, al contempo, ignari delle dinamiche politiche interne e così ingenui da cadere nelle trappole dei loro occupanti senza nemmeno porsi il minimo dubbio.
Without intending to do so, these work to undermine Palestinian autonomy and silence their voices. There is no need to attempt to explain away Hamas; they exist and are the largest of a series of Islamic-oriented national liberation movements that operate under occupation. Every national liberation struggle has used violent tactics, just as Hamas has. They are not a “unique evil”; they have consistently shown they are willing to negotiate and have even sat down to negotiate directly with officials representing the Trump administration.
This explanation will not be popular, because it forces those in the West to actually contend with what Hamas is as an organization and why it enjoys support amongst Palestinians. In order to understand this, it requires further research, but it also entails listening to Palestinians inside of Palestine. Ask yourself: are Western commentators with no in-depth knowledge of Palestine correct on this question? Or is the vast majority of the Arab World and Palestinian population not smart enough to figure the answer out for themselves?
Robert Inlakesh è un giornalista, scrittore e documentarista. Si occupa del Medio Oriente, con un focus specifico sulla Palestina.
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Traduzione a cura di: Nicole Santini
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