Raccontare la storia di Gaza è nostro dovere, ma chi ci protegge?

Abbiamo visto Israele uccidere i nostri colleghi uno dopo l’altro. Molti altri sono stati feriti o imprigionati. Ogni volta ci chiedevamo chi sarebbe stato il prossimo, dato che la fuga diventava sempre più difficile.

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Di Plestia Alaqad – 21 ottobre 2026

È quel periodo dell’anno in cui noi palestinesi sembriamo di nuovo rilevanti.

La mia casella di posta è inondata di richieste di interviste sul 7 ottobre. I media sono interessati a conoscere la mia opinione sull’anniversario e i giornalisti vogliono sapere se condanno Hamas o no.

Ma che differenza fa?

Crescendo, sognavo il giorno in cui avrei indossato la giacca e il casco da giornalista e avrei raccontato al mondo le storie di Gaza attraverso i miei occhi. Volevo raccontare storie di come i palestinesi amano la vita, di come cercano di creare qualcosa dal nulla e di come cercano di rialzarsi dopo l’aggressione israeliana e di andare avanti. Volevo raccontare le storie della Gaza che conosco, non della Gaza su cui i media si concentrano solo quando c’è l’aggressione israeliana o il Genocidio.

Ma poco dopo la mia laurea, era il 7 ottobre.

In un attimo, indossare l’equipaggiamento da giornalista è diventato rischioso. Invece di proteggere giornalisti e operatori dei media, li ha resi un bersaglio.

Dall’inizio del Genocidio, oltre 74.000 palestinesi sono stati uccisi, tra cui oltre 21.000 bambini, e questi sono solo i dati ufficiali. Quasi 2 milioni di persone sono state sfollate e l’80% delle infrastrutture nella Striscia di Gaza è stato distrutto. Secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti, 247 giornalisti sono stati uccisi, 174 feriti e 118 imprigionati.

Durante i primi 45 giorni del Genocidio, ero sul campo a lavorare a stretto contatto con due colleghi, Hatem Rawagh e Mohammed Abu Safia. Entrambi padri, sentivano la responsabilità di rimanere forti e, soprattutto, vivi per i loro figli. Si aggrappavano alla speranza di vederli crescere, di dare loro un futuro e di vederli vivere in un mondo migliore di quello di cui stavano raccontando.

Ricordo ancora come Nour, la figlia più giovane di Mohammed, lo chiamasse mentre eravamo sul campo a fare riprese. Gli diceva “bahebak” (ti voglio bene) con la sua voce dolce, mentre imparava ancora a pronunciare la parola. Potevo vedere come quelle parole lo colpissero ogni volta che le sentiva.

La sua famiglia era sempre stata la sua ragione di vita, ma il desiderio di Mohammed di raccontare al mondo la verità, nella speranza che questa carneficina potesse finire, lo costringeva a stare lontano da loro. Ogni giorno si chiedeva se fosse sicuro andare a trovare la sua famiglia, o se andarci li avrebbe esposti a un rischio maggiore di essere presi di mira.

La sua più grande paura era che Israele li uccidesse a causa della sua professione, e che lui sarebbe rimasto in vita per sopportare quell’agonia.

Pensava spesso a ciò che Wael Dahdouh aveva subito. Dopo aver saputo che la sua famiglia era stata uccisa da un bombardamento aereo israeliano, il giornalista di Al Jazeera si era sentito in dovere di raccontare la tragedia.

Questa non era l’unica perdita che condividevamo.

Belal Jadallah, il fondatore di Press House Palestine, una figura paterna per tutti i giornalisti di Gaza, era stato anch’egli preso di mira e ucciso da Israele. Aveva formato molti di noi, insegnandoci come proteggerci e come usare con cautela il linguaggio e la terminologia, data la loro importanza per il mondo intero.

Ero con Hatem quando ci ha dato la notizia: “Belal è stato colpito da un proiettile di carro armato israeliano, o da un bombardamento aereo che ha colpito la sua auto”.

Se la persona che ci aveva insegnato a proteggerci non poteva essere protetta, allora il giubbotto antiproiettile e l’elmetto non sarebbero mai stati sufficienti.

A Gaza, l’unica certezza sembrava essere l’incertezza.

Avevamo visto Israele uccidere i nostri colleghi uno dopo l’altro. Molti altri erano rimasti feriti o erano stati imprigionati. Ogni volta ci chiedevamo chi sarebbe stato il prossimo, mentre la fuga diventava sempre più difficile.

Sopravvivevamo un giorno alla volta, senza mai sapere quando sarebbe arrivato il nostro turno.

IL DOVERE 

Hatem e Mohammed sono ancora a Gaza, e continuano a fare servizi. Spiegano: “È il nostro dovere”.

Una parte di loro spera ancora che se il mondo sapesse di più su ciò che sta accadendo a Gaza, il Genocidio si fermerebbe. Ma ora, a tre anni di distanza, sappiamo che non basta. La conoscenza senza responsabilità e giustizia non significa nulla.

Come giornalisti, la nostra responsabilità è testimoniare e raccontare la verità, e a Gaza rischiamo la vita per farlo. Ma questa responsabilità non può ricadere solo sulle nostre spalle. Anche il resto del mondo deve essere disposto a portare avanti questa verità, a trasformare ciò che sa in azione.

Sognavo di raccontare al mondo quanto i palestinesi amino la vita, come costruiscano qualcosa dal nulla e continuino ad andare avanti. Invece, ho passato gli ultimi tre anni a raccontare al mondo come vengono uccisi.

Ogni volta che vedo il numero di giornalisti uccisi al telegiornale, penso alle famiglie che si sono lasciati alle spalle e alle persone che aspettano ancora una chiamata che non arriverà mai. Ogni volta che guardo il telegiornale da lontano, immagino i giornalisti dietro le immagini, in piedi nelle stesse strade con gli stessi giubbotti, chiedendosi se oggi toccherà a loro.

Ora, a tre anni dall’inizio del Genocidio, le notizie provenienti da Gaza sono sempre meno numerose, e questo perché il giornalismo stesso è diventato un bersaglio.

Nonostante i nostri colleghi in tutto il mondo assistano all’uccisione di così tante persone a Gaza, il che crea un pericoloso precedente per il futuro del loro lavoro, troppi contribuiscono all’ingiustizia attraverso il cosiddetto linguaggio misurato che scelgono, le realtà che nascondono e la violenza che contribuiscono a giustificare e normalizzare.

Quindi, ogni anno in questo periodo, quando le richieste di interviste arrivano a fiumi, penso ai giornalisti che sono ancora a Gaza, ancora sul campo a documentare gli eventi, e che non riceveranno mai un’e-mail in cui viene chiesto il loro parere di esperti, le loro esperienze di tragedia e distruzione.

Hatem e Mohammed affermano che è loro dovere, ma non dovrebbe essere solo loro.

-Plestia Alaqad è una giornalista e autrice pluripremiata che si è affermata come una voce autorevole nei media digitali. Ha ottenuto riconoscimenti internazionali per i suoi servizi giornalistici toccanti e sul campo durante il Genocidio di Gaza, dove la sua narrazione cruda e personale ha portato l’attenzione globale sull’impatto umano della violenza. Di recente ha pubblicato il suo libro: Gli Occhi di Gaza, che è salito in vetta alle classifiche del New York Times, degli indie, di San Francisco e del Boston Global.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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