A Gaza, le donne i cui mariti sono scomparsi o sepolti sotto le macerie si trovano ad affrontare una crisi poco conosciuta. Senza i certificati di morte dei loro mariti, sono escluse dai conti bancari, dagli aiuti e dai diritti di affidamento, intrappolate in un limbo burocratico nel mezzo del Genocidio.
Di Enas Abu Ghayad – 21 settembre 2026
Il 30 giugno, un soldato israeliano ha pubblicato sul suo profilo Instagram personale la foto di un uomo palestinese che sembrava avere circa vent’anni. Era nudo, a eccezione della biancheria intima, con gli occhi bendati da un panno scuro, le mani legate dietro la schiena con una robusta cravatta e il corpo fissato a un letto di metallo con delle corde. Il soldato ha accompagnato l’immagine trapelata con una sola parola in ebraico: “Buongiorno”. Per il mondo, e per coloro che seguivano la scena a distanza sui social media, l’immagine era solo un altro crudo documento visivo che si aggiungeva alla quotidiana documentazione di arresti, abusi e privazione della dignità umana in tempo di guerra. Ma nella Striscia di Gaza assediata, quella stessa immagine è diventata un “barlume di speranza avvelenato” che ha gettato nel caos quattro famiglie, ognuna delle quali insisteva sul fatto che l’uomo legato nella foto trapelata fosse il proprio marito, figlio o fratello, scomparso da mesi.
L’aspra disputa sulla foto mette in luce una battaglia quotidiana e nascosta per stabilire se i propri cari siano vivi e in attesa di essere ritrovati, o morti e sepolti sotto oltre 61 milioni di tonnellate di macerie e cemento.
Ma per migliaia di donne a Gaza, in particolare le mogli o le vedove degli uomini ancora dispersi, è emersa una realtà particolarmente crudele. Non solo vivono con il dolore di non sapere dove si trovino i loro mariti, o di non poterli seppellire, ma si trovano anche ad affrontare un vuoto legale e burocratico che intrappola loro e i loro figli in un limbo. In una società tradizionalmente patriarcale, basata interamente sulla documentazione, le donne che si ritrovano senza un uomo che provveda al sostentamento della famiglia e senza una prova ufficiale della morte dei loro mariti non hanno modo di gestire la propria vita o di proteggere i propri figli dalla povertà e dall’instabilità.
Una di queste donne è Ghadeer al-Ghoul, la moglie di Amin al-Ghoul, scomparso dal novembre 2023. La famiglia al-Ghoul è stata una delle quattro famiglie che hanno affermato che l’uomo bendato e legato nella foto fosse il loro figlio, dopo che l’immagine era diventata virale a Gaza a giugno.
Da quando quella foto è stata diffusa, Ghadeer scorre le dita tremanti sullo schermo ingrandito centinaia di volte al giorno, indicando piccoli segni scuri sul collo dell’uomo, una curva familiare nella sua spalla e una particolare angolazione dei suoi piedi che ha memorizzato durante i loro lunghi anni di matrimonio.
“Conosco i lineamenti di Amin e i segni sul suo corpo: i miei occhi non li confondono mai e la mia memoria non li dimentica mai, non importa quanto si allunghino le giornate o quanto questa guerra diventi più crudele”, ha detto Ghadeer.
“Spero con tutto il cuore che sia lui l’uomo in quella foto, anche se è un prigioniero torturato e umiliato, perché per me, la detenzione significa che respira ancora, che è ancora vivo su questa terra. L’assenza sconosciuta, d’altra parte, è una morte lenta che ci divora l’anima”.
Una disperta ricerca del marito
Il calvario di Ghadeer al-Ghoul è iniziato nel novembre del 2023, quando suo marito Amin ha subito un esaurimento nervoso e un grave trauma psicologico in seguito al Massacro che ha ucciso decine di parenti stretti in un attacco alla loro casa. È stato trasportato d’urgenza all’Ospedale dei Martiri di al-Aqsa a Deir al-Balah per essere curato. In un giorno caotico, tra la folla di morti e feriti che affollava i corridoi dell’ospedale, chi era con lui si è svegliato e ha trovato il suo letto completamente vuoto. Da allora non si è più saputo nulla di lui; nulla che spieghi quale strada abbia preso, o chi lo abbia portato via.
Da allora, per quasi tre anni, Ghadeer è rimasta sospesa nella confusione, senza sapere se suo marito fosse morto o detenuto in qualche prigione israeliana. È stato allora che è apparsa la foto trapelata.
Sebbene credesse che l’uomo somigliasse ad Amin, la sua confusione aumentò ulteriormente quando i media israeliani diffusero la notizia che il detenuto nella foto era stato catturato nella zona di Beit Hanoun, nel Nord di Gaza, mentre avanzava verso una posizione militare solo poche settimane prima: una cronologia che contraddiceva nettamente il luogo e il momento della scomparsa di Amin nel 2023 dall’Ospedale di Al-Aqsa, nel centro della Striscia. Questa contraddizione ha lasciato Ghadeer lacerata tra la mente che cerca di analizzare le prove e il cuore che si rifiuta di accettarle.
La tragedia di Ghadeer non si è limitata alla devastazione emotiva. Come innumerevoli donne nella sua situazione, ha dovuto affrontare ostacoli sia psicologici che finanziari. Poiché suo marito Amin è ufficialmente classificato come “scomparso” senza un certificato di morte ufficiale, non può più accedere al suo conto bancario per prelevare il denaro della famiglia ancora depositato. Ha inoltre incontrato ostacoli in molti punti di distribuzione degli aiuti, che richiedono la presenza di un “capofamiglia”, ovvero un uomo, oppure di una vedova in grado di dimostrare la morte del marito. Ghadeer non ha né l’uno né l’altro.
“La banca mi chiede una procura o un certificato di morte prima che io possa prelevare dal conto di mio marito, e le organizzazioni umanitarie mi trattano come se mio marito fosse ancora vivo e in grado di procurarsi il cibo da solo!”, ha detto Ghadeer con amarezza. “Non ho né i soldi né i documenti che mi darebbero diritto a un pacco alimentare per sfamare i miei figli”.
Il dolore più profondo risiede nel declino psicologico e sociale dei suoi figli. Il figlio più piccolo soffre di enuresi notturna involontaria e di incubi in cui urla il nome del padre.
“I miei figli non sono più quelli di una volta. Il mio bambino si sveglia terrorizzato di notte, urlando: Dov’è papà?. Socialmente, si sono chiusi in se stessi nella tenda, rifiutandosi di socializzare con chiunque o di giocare, come se si vergognassero dell’assenza del padre”, ha raccontato Ghadeer. “Se li lascio soli anche solo per un minuto, vanno nel panico, pensando che sparirò come ha fatto il loro padre. E la cosa più difficile è che non ho nemmeno i soldi per comprare loro una caramella per calmarli”.
Un’identità rubata, una vita accanto alla tomba: le storie di Um Yousef Al Far e Amina Al Bahtini
La storia di Ghadeer è quella di ogni donna di Gaza il cui marito è scomparso. Ogni dettaglio della loro vita quotidiana: ricevere aiuti, gestire un conto in banca, persino l’affidamento dei figli e le pratiche burocratiche, è legato al loro stato civile così come appare nei registri governativi. Ma quando non c’è modo di verificare la sorte del coniuge, i loro diritti legali sono di fatto bloccati.
Senza la presenza fisica di un corpo (o un ritrovamento ufficiale del cadavere confermato da un medico), una donna sposata non può ottenere un certificato di morte valido. E senza questo documento, ogni procedura bancaria e amministrativa si blocca: non può rivendicare il proprio diritto all’eredità o quello dei figli, non può liquidare i beni del marito per sostenere la famiglia e non può nemmeno percepire la pensione di vedovanza o gli assegni destinati alle famiglie dei defunti, tutti servizi che richiedono una prova ufficiale della perdita del capofamiglia.
Questa sofferenza è evidente nella storia di Um Yousef al-Far, che ha perso il marito Raed nel dicembre 2023, dopo che questi era uscito dalla moschea di Rafah, dove la famiglia si era rifugiata, in cerca di cibo e acqua per la figlia malata, quando un bombardamento aereo israeliano ha colpito la zona. Il suo nome è poi comparso negli elenchi dei morti, ma le squadre di soccorso non sono mai riuscite a localizzare o recuperare il suo corpo, a causa dell’entità della distruzione e delle condizioni pericolose.
Um Yousef si trova ora intrappolata tra una figlia che sta morendo lentamente di cancro e una malattia alla gamba che le impedisce di camminare, trascinandosi ogni giorno per ritirare un pacco di aiuti che le autorità si rifiutano di consegnarle. Suo marito è il “beneficiario principale”, dicono, e lei non ne ha diritto senza una procura o un certificato di morte.
“Ora vivo in una tenda fatiscente piantata sotto il tetto crollato della mia casa nel campo profughi di Shati”, ha raccontato Um Yousef. “Ho un coagulo nella gamba che limita i miei movimenti e la mia capacità di lavorare, e sto crescendo da sola i miei quattro figli, uno dei quali sta combattendo contro il cancro e ha bisogno di cure, assistenza e cibo che semplicemente non si trovano nei mercati, senza alcun documento che attesti il mio diritto, o il loro, agli aiuti o ai sussidi stanziati per le famiglie dei defunti”.
“Il sistema tratta mio marito come se fosse ancora vivo, come se continuasse a svolgere i suoi doveri, mentre la realtà priva me e i miei figli persino dei diritti più elementari a una vita dignitosa. Viviamo di ciò che i nostri vicini possono offrirci”.
Non lontano, nel quartiere di al-Yarmouk a Gaza, Amina al-Bahtini vive lo stesso incubo di questa zona grigia, intrappolata tra la morte e la burocrazia. Ha allestito una tenda a pochi metri dalle macerie della sua casa di sei piani, rasa al suolo da un bombardamento aereo. Da qualche parte sotto quei pavimenti di cemento crollati, a diversi metri di profondità, giace il corpo di suo marito Muhammad dal 24 dicembre 2024. Dopo che l’attacco israeliano lo ha seppellito sotto le macerie, non c’era alcuna attrezzatura o macchinario pesante disponibile per recuperarlo.
La lotta di Amina non si è limitata al dolore per le macerie. Si è trasformata in una battaglia quotidiana contro le istituzioni che le chiedono di dimostrare l’impossibile. Si muove tra tribunali e strade distrutte, con i documenti dei figli in mano, scontrandosi con regole che richiedono testimoni giurati di aver visto i cadaveri sotto le macerie, come se morire a Gaza avvenisse in circostanze documentabili.
Si rifiuta di lasciare la zona della sua casa bombardata, trovando una sorta di amaro conforto nel semplice fatto di rimanere vicino al corpo del marito. Ma questa vicinanza comporta una totale paralisi burocratica: lotta quotidianamente contro le intricate procedure dei tribunali religiosi, cercando di ottenere l’unico documento che potrebbe tirare fuori i suoi figli dalla povertà e dal limbo.
“Non chiediamo miracoli”
Di fronte a questa catastrofe umanitaria, i tribunali religiosi di Gaza si sono trovati di fronte a una prova senza precedenti nella storia giudiziaria moderna. Secondo la giurisprudenza islamica standard e le norme che regolano i casi di persone scomparse e assenti, dichiarare morta una persona scomparsa significa normalmente attendere quattro anni o più, finché la morte non diventi una presunzione ragionevole, prima che un tribunale possa emettere una sentenza formale, distribuire il patrimonio e definire lo status della moglie. Ma aspettare quattro anni, durante un Genocidio e una distruzione totale, significa condannare migliaia di famiglie come quelle di Ghadeer, Um Yousef e Amina alla povertà e alla perdita dei loro diritti fondamentali.
Per superare lo stallo, i tribunali hanno iniziato a basarsi su prove circostanziali e indicatori forti per emettere sentenze di presunzione di morte accelerate, attingendo ai rapporti ufficiali della Protezione Civile sui bombardamenti e alle testimonianze di sopravvissuti, vicini e testimoni credibili in grado di confermare che la persona scomparsa si trovava esattamente sul luogo di un attacco al momento dell’attentato.
Questa procedura eccezionale ha permesso ad alcune donne di ottenere una sentenza giudiziaria che dichiarasse morto il marito scomparso, consentendo loro di gestire i propri affari, risolvere le controversie finanziarie o chiedere la separazione giudiziale per sbloccare la situazione di stallo legale in merito all’eredità e all’affidamento dei figli. Ma questa soluzione comporta rischi concreti: se un marito viene “presunto morto” e improvvisamente ritorna (ad esempio, rilasciato dal carcere o sopravvissuto in qualche altro modo), potrebbe scoprire che il suo patrimonio è già stato diviso e che la moglie si è risposata.
Amina al-Bahtini siede nella sua tenda mentre il sole tramonta, osservando la struttura crollata della sua casa e le enormi lastre di pietra che nessuna squadra di soccorso è mai riuscita a sollevare o rimuovere. Per lei, la battaglia legale in tribunale non è una questione di scartoffie o di dibattito giurisprudenziale che si svolge in qualche corridoio del tribunale. È una lotta per un riconoscimento dignitoso, imposta dalla realtà che affronta ogni mattina.
Amina riassume il dolore di questa attesa mentre asciuga il viso del suo bambino. “Dormo ogni notte accanto alla tomba di mio marito, sepolto sotto queste macerie”, ha detto. “Per settimane ho sentito l’odore della perdita salire tra le pietre. E ancora oggi le pratiche burocratiche mi impongono di portare due testimoni che giurino formalmente di averlo visto morire sotto quel tetto crollato”.
“Non chiediamo miracoli”, ha aggiunto. “Non chiediamo al mondo di sollevare tonnellate di cemento dai nostri mariti se non è in grado nemmeno di fornirci delle ruspe. Tutto ciò che vogliamo è un semplice documento ufficiale che liberi i nostri figli dalla fame. In modo da non essere costrette, ogni singolo giorno, a scegliere tra preservare la dignità dei nostri scomparsi e tenere in vita i nostri figli”.
Enas Abu Ghayad è una giornalista, scrittrice e attivista palestinese indipendente con sede nella Striscia di Gaza. Il suo lavoro si concentra sulla documentazione delle violazioni sistemiche dei diritti umani e sulla divulgazione delle realtà vissute dalla sua comunità a un pubblico internazionale. Dedita alla narrazione dal basso, Enas concentra gran parte del suo lavoro giornalistico sulle esperienze e la resilienza delle donne palestinesi in contesti di conflitto. I suoi rapporti investigativi e i suoi commenti sono stati pubblicati su importanti testate regionali e internazionali, tra cui Al Jazeera English, The Progressive, Kritica e Raseef22.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi
Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.
