L’industria tessile palestinese sotto l’occupazione coloniale sionista

Storicamente, alla Palestina è stato impedito di sviluppare una propria economia indipendente, venendo relegata nel commercio internazionale al ruolo di paese manifatturiero subordinato ai cicli di produzione e consumo del capitalismo.

Fonte

Testo di Estefanía Córdova ★ Illustrazione di @caosilustrado – 2 Settembre 2026

Questo articolo fa parte del nostro Programma di Collaborazione per la Creazione di Contenuti Critici sulla Moda 2026 di Melodrama.

Quando la moda occidentale parla di Palestina, tende a soffermarsi con ammirazione sulla bellezza dei ricami palestinesi noti come tatreez; anche i ricami sulla kufiyyah sono altrettanto belli, ma questo indumento non viene menzionato, poiché su di esso pesa un profondo significato politico, icona della lotta per la liberazione palestinese e simbolo anticapitalista adottato da numerosi movimenti sociali.

Il tatreez, inoltre, permette al sistema moda di romanticizzare un’industria tessile percepita come “rudimentale”. Si loda il fatto che le donne palestinesi portino avanti questa tradizione in “condizioni così avverse” (evitando accuratamente la parola genocidio) e senza innovazioni tecnologiche. Un lavoro che dipende interamente dalla maestria del ricamo a mano, a differenza della produzione industriale e su larga scala della kufiyyah.

In ogni caso, l’effetto è lo stesso: la moda devia l’attenzione dalla distruzione prolungata e sistematica a cui è sottoposta l’intera industria tessile palestinese.

L’industria tessile palestinese: tra colonialismo e capitalismo

Lo sviluppo di un settore della moda e dell’industria tessile all’interno della Palestina è stato storicamente soffocato dalle pratiche coloniali. Questo processo è iniziato nel 1920 con il Mandato britannico e si è esacerbato nel 1948, quando il progetto sionista ha portato alla nascita illegittima di Israele, segnando l’inizio della Nakba: la catastrofe in cui il popolo palestinese è stato costretto dall’esercito israeliano ad abbandonare le proprie terre.

Gli espropri e la violenza hanno devastato il tessuto economico: i telai comunitari che producevano per il consumo locale sono scomparsi, mentre solo alcune attività di commercio di tessuti e laboratori di confezione sono sopravvissuti, affrontando ostacoli che si sono aggravati nel tempo.

Nonostante le barriere produttive, il settore tessile resta uno dei più importanti a Gaza per l’occupazione, gli investimenti e le esportazioni che riesce a generare, resistendo al blocco economico e alla costante minaccia di distruzione.

Questa realtà non può essere compresa senza analizzare la struttura capitalista dell’industria globale della moda. Sebbene il settore tessile generi crescita economica, rimane una delle fasi della filiera a più alta intensità di sfruttamento della manodopera.

Storicamente, alla Palestina è stato impedito di sviluppare una propria economia indipendente, venendo relegata nel commercio internazionale al ruolo di paese manifatturiero subordinato ai cicli di produzione e consumo del capitalismo.

Tuttavia, la denuncia più urgente riguarda il fatto che le condizioni di vita in Palestina sono costantemente sotto attacco: Israele colpisce in modo persistente un’economia che dovrebbe, invece, soddisfare i bisogni quotidiani della popolazione.

Ciò non significa che la Palestina sia estranea alle dinamiche capitaliste globali, anche se vi partecipa in modo indiretto. La sua produzione tessile è stata cooptata da Israele, che trae profitto economico attraverso un controllo coloniale.

Questo dominio permette di imporre condizioni di supersfruttamento alla manodopera palestinese, lucrando sull’occupazione illegale del territorio e sullo sfruttamento delle risorse naturali.

 Di fronte alle crescenti difficoltà economiche, i capi di fast fashion – importati principalmente dalla Turchia – sono diventati l’unico mezzo accessibile per soddisfare il bisogno primario di vestirsi.

Il declino dell’industria tessile a Gaza

I dati pubblicati dalla Federazione Palestinese dell’Abbigliamento e del Tessile (PFGT) permettono di tracciare una breve e drammatica cronologia della situazione a Gaza:

  • 2000: Si contavano 900 fabbriche attive che garantivano 36.000 posti di lavoro, spesso legate a contratti di subfornitura con Israele.
  • 2006: Le fabbriche scendono a un numero compreso tra 450 e 400, con circa 20.000 occupati.
  • 2007: Israele intensifica il blocco su Gaza. Restano operative appena 50-100 fabbriche, con circa 2.000-2.500 lavoratori dediti esclusivamente al mercato locale.
  • 2014: Israele ripristina parzialmente le relazioni commerciali con Gaza; si registrano 124 fabbriche attive.
  • 2017: I posti di lavoro censiti scendono ulteriormente, attestandosi tra i 2.500 e i 3.000.
  • 2023: Prima degli attacchi di Hamas e della conseguente escalation di violenza israeliana contro la Palestina, si contavano circa 300 fabbriche con 8.000-9.000 lavoratori.

Gli ultimi dati diffusi dalla Federazione indicano che a giugno 2026 la produzione tessile a Gaza è ridotta al 30% della sua capacità. Oggi restano soltanto 40 fabbriche attive con circa 300 operai, che lavorano nonostante la gravissima carenza di materie prime ed energia causata dal blocco totale che Israele mantiene sulla Striscia di Gaza. Gli sforzi del settore sono ora interamente tesi a riaprire i laboratori e a fornire beni di prima necessità.

In questo contesto si inserisce la proposta di partecipazione al programma “Gaza can”. È stato presentato il progetto pilota per una “unità di rifugio” progettata con materiali riciclati, pensata per offrire soluzioni pratiche e dignitose alle famiglie sfollate nei campi profughi. Di fronte alle sistematiche violazioni da parte di Israele, l’industria tessile di Gaza ha riconvertito la propria capacità produttiva per sostenere i centri di accoglienza, il settore sanitario e le necessità di abbigliamento della popolazione.

La moda come complice dell’esproprio

Sul fronte opposto, Israele ha stabilito il suo polo tessile più importante nel territorio occupato di Ramya. “Delta Galil”, il maggiore produttore e distributore tessile del paese, vanta accordi commerciali, franchising e contratti di vendita con colossi della moda globale come Adidas, American Eagle, Calvin Klein, Columbia, Skims e Lululemon. Fino all’ottobre del 2023, l’industria tessile dell’occupante ha continuato a sfruttare la manodopera palestinese: negando i permessi di lavoro regolari e controllando l’accesso a materie prime ed energia, costringeva i palestinesi all’interno di Gaza a lavorare per datori di lavoro israeliani in cambio di salari da fame.

Per chi si occupa di critica della moda, è urgente analizzare a fondo la condizione dell’industria tessile in Palestina. È ormai risaputo che il sistema moda globale trae profitto dalla sofferenza del popolo palestinese. Diverse aziende e marchi del settore sono finiti nel mirino del movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) a causa dei loro legami diretti con il sostentamento, il finanziamento e il profitto generato dal genocidio israeliano in Palestina.

Nel suo saggio Recognizing the Stranger: On Palestine and Narrative (2025), Isabella Hammad spiega come il popolo palestinese debba lottare instancabilmente per la propria liberazione, a partire dal gravoso compito di destare nel resto del mondo quel riconoscimento che restituisca loro umanità, empatia e solidarietà.

La moda, in quanto industria capitalista, ostacola, rende invisibile e impedisce questo incontro.

“I singoli momenti di riconoscimento vengono travolti ancora e ancora dalla forza di un potere politico che dice allo spettatore: ‘Non è come sembra, è troppo complicato per capire, guarda da un’altra parte'” (p. 30).

Attraverso l’ammirazione superficiale per la conservazione dei ricami, la moda occulta i corpi, le vite e le morti dei palestinesi. Riducendo l’umanità di un intero popolo all’esistenza culturale di un singolo indumento – di cui ama appropriarsi per esibirlo nei musei o trasformarlo in oggetto di consumo – il sistema ci impedisce di vedere la realtà e la resistenza dell’industria tessile palestinese, nonché gli sforzi titanici che compie, da 78 anni a questa parte, per ridare dignità ai corpi che resistono alla distruzione.

Bibliografia

★ Business and Human Rights Centre (2022). Palestine/Israel: Israeli manufacturing companies reportedly employing garment workers in Gaza on low wages, amid high employment rates

★ Fashion’s Hidden Ties to Illegal Occupation (2025). Cosh! https://cosh.eco/en/articles/how-fashion-supports-illegal-occupation-and-genocide

★ Hammad, Isabella (2025). Reconocer al extraño. Sobre Palestina y el relato, Barcelona, Anagrama.

★ Mounayer, Diana (2025). Prosperity fashion in Palestine. Experiences between the past and the future. Fashion Highlight.

★ Who Profits. Delta Galil Industries (2024) https://www.whoprofits.org/companies/company/3655?delta-galil-industries

Estefanía Córdova ha studiato Relazioni Internazionali e si è specializzata in Economia Femminista. Si occupa di ricerca e scrittura su moda, politica, economia e cultura da una prospettiva critica, marxista e anticapitalista; i suoi articoli sono pubblicati anche su Ruido Magazine . Costretta ad alzarsi presto, passa tutta la giornata a sognare che non ci mancheranno mai i mezzi per trasformare le nostre lotte personali in rivoluzioni collettive. Ha un pessimo senso dell’orientamento, ma conosce tutte le canzoni di Bad Gyal.

Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
Gli altri articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi

Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.