Numerose agenzie internazionali, come il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) e le coalizioni per la salute mentale, hanno documentato alti tassi di disagio psicologico tra i giovani palestinesi, che si manifesta con ansia cronica, disturbi del sonno, enuresi notturna e un profondo senso di impotenza.
Di M. Reza Behnam – 27 agosto 2026
L’infanzia dovrebbe essere un percorso di graduali risvegli; un accumulo di pomeriggi soleggiati, ginocchia sbucciate, spensierate giornate di scuola e il graduale e sicuro dispiegarsi dell’identità.
Tuttavia, per un bambino palestinese che cresce nei Campi di Sterminio israeliani di Gaza o nella Cisgiordania Occupata, non esiste un simile rifugio protetto. In Cisgiordania, i bambini sono costretti a districarsi in un labirinto di ostacoli creati dallo Stato: muri di cemento, posti di blocco, barriere, sorveglianza, incursioni militari e attacchi da parte degli occupanti abusivi (“coloni”). Crescono all’ombra del muro di “separazione”, lastre di cemento che stabiliscono se possono far visita ai familiari, giocare nei campi aperti o ricevere le cure mediche di cui hanno bisogno.
I rumori dell’Occupazione Militare che scandiscono la giornata di un bambino sono inquietanti. Svegliarsi di notte con soldati armati che irrompono con la forza nelle case, urlando insulti e ordini, lascia una paura duratura e un’impronta profonda nella mente dei bambini, anche dopo l’alba.
Nel Campo di Concentramento di Gaza, i bambini sperano solo in un altro giorno.
Intere generazioni sono cresciute considerando l’orizzonte stesso come un limite insopportabile.
I bambini sotto occupazione assorbono le ansie dei genitori molto prima di avere il vocabolario per comprenderle. Il trauma di vedere i genitori umiliati e maltrattati dai soldati o di vedere le case di famiglia demolite lascia nei bambini ricordi inalterati dal tempo.
Sotto Occupazione, il gioco lascia il posto all’ipervigilanza. I bambini imparano presto a leggere i soldati, a calcolare percorsi sicuri per andare e tornare da scuola e a convivere quotidianamente con paura e incertezza.
Numerose agenzie internazionali, come il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) e le coalizioni per la salute mentale, hanno documentato alti tassi di disagio psicologico tra i giovani palestinesi, che si manifesta con ansia cronica, disturbi del sonno, enuresi notturna e un profondo senso di impotenza. Il trauma non è episodico. Poiché l’Occupazione e la violenza sono continue, le ferite emotive e fisiche rimangono perennemente aperte.
Sotto Occupazione, la scuola non è un rifugio sicuro. In Cisgiordania, i bambini vivono le giornate scolastiche, spesso interrotte, in condizioni di estrema difficoltà. Il pericoloso tragitto verso la scuola comporta l’attraversamento di ordigni inesplosi, posti di blocco militari, barriere di “sicurezza” e minacce concrete da parte di occupanti abusivi e soldati.
Con oltre il 95% delle scuole di Gaza danneggiate o distrutte, solo una piccola parte, circa un terzo dei circa 700.000 bambini in età scolare, ha accesso a limitate e informali aule improvvisate allestite in tende. La stragrande maggioranza rimane esclusa dalla scuola. Nonostante tutti gli ostacoli, i bambini palestinesi mantengono un forte impegno per l’istruzione; uno dei pochi strumenti di autodeterminazione rimasti nelle loro mani.
L’infanzia in Palestina è definita da contraddizioni. Giovani vite, con un potenziale infinito, sono costrette a destreggiarsi tra barriere istituzionali e ambientali progettate per distruggerle. Crescere come palestinese in Palestina ha significato:
Per 80 anni, il fragore assordante della guerra ha soffocato la silenziosa promessa di pace.
Per 80 anni, generazioni hanno vissuto un’esistenza non plasmata da loro.
Per 80 anni, generazioni hanno portato il peso di una dignità apolide, dove ogni semplice diritto dell’infanzia diventa un atto radicale di sfida.
Per 80 anni, generazioni si sono evolute in un presente rubato, attraversando un futuro in cui la normalità è un sogno illusorio e dove rimangono i custodi di un domani non scritto.
Per 80 anni, generazioni hanno imparato fin dalla tenera età che la vita vera significa affrontare la morte senza esitazioni.
Per 80 anni, generazioni sono state imprigionate in un sistema progettato per soffocare il loro genio e annientare il loro spirito.
Per 80 anni, il Regime Sionista non è riuscito a estinguere quello spirito.
Per 80 anni, lo spirito resiliente dei bambini palestinesi è rimasto una condanna per un mondo che ha assistito alla catastrofe senza fare nulla.
In mezzo all’oppressione schiacciante, l’essenza dell’infanzia persiste ostinatamente. I bambini palestinesi trovano il modo di imparare, giocare e ridere; e, soprattutto, di coltivare un’ardente solidarietà reciproca e verso la propria eredità.
Questo forte senso di unità si è manifestato di recente quando la tredicenne Saida Abdullah e i suoi compagni di classe si sono riuniti per l’inizio della giornata scolastica in un’aula improvvisata a Gaza. In piedi davanti ai suoi compagni, li ha guidati in questo ritornello senza paura: “Lunga vita a una Palestina libera e araba” e “Gloria ed eternità ai nostri giusti martiri”.
Ogni nuova generazione di bambini palestinesi ha dovuto sopportare il pesante fardello dell’apolidia e della sopravvivenza. Pur avendolo fatto con coraggio, il cammino verso la fine degli orrori richiede un impegno vincolante da parte della comunità internazionale ad agire. Richiede un quadro obbligatorio di riparazioni complete, che comprendano indennizzi materiali, restituzione istituzionale, riabilitazione garantita e punizione per i responsabili.
Il denaro può ricostruire infrastrutture, scuole e strutture mediche, ma non potrà mai annullare la distruzione premeditata dell’infanzia.
Per una generazione ferita emotivamente dalla perdita dei genitori, di arti e del diritto fondamentale alla sicurezza, la vera giustizia inizia con l’ammissione formale di colpa da parte dello Stato e l’irrogazione di una punizione.
In definitiva, oltre all’espiazione, una riparazione significativa per i crimini commessi in oltre 80 anni richiede una garanzia sicura e vincolante che la Palestina venga restituita ai palestinesi. Solo allora, nella loro terra, potrà iniziare il processo di guarigione e di prosperità dignitosa che durerà tutta la vita.
M. Reza Behnam è uno scienziato politico specializzato in storia, politica e governi del Medio Oriente.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi
Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.
