Abbiamo parlato con i fondatori e gli allievi della Gaza Cinema Academy per creare uno spazio sostenibile per la formazione, la produzione e lo scambio cinematografico palestinese, radicato a Gaza.
Mariana Hristova – 16 settembre 2026
“Siamo qui” è il messaggio della Gaza Cinema Academy , lanciata a livello internazionale all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il suo obiettivo è quello di fornire a una nuova generazione di cineasti palestinesi gli strumenti per raccontare le proprie storie.
L’accademia è stata cofondata dalle registe palestinesi Mai Masri ed Ezzaldeen Shalh, con il supporto di un gruppo di cineasti e professionisti dell’industria cinematografica palestinesi, arabi e internazionali, tra cui la regista tunisina Kaouther Ben Hania , la regista palestinese Annemarie Jacir, gli attori palestinesi Hiam Abbass e Saleh Bakri, l’attore e regista egiziano-americano Ramy Youssef , la produttrice italiana Graziella Bildesheim e il professionista egiziano dell’industria cinematografica Alaa Karkouti.
A Gaza, dove l’elettricità è scarsa, le attrezzature sono difficili da reperire e la libertà di movimento è fortemente limitata a causa del genocidio e dell’assedio israeliano, le condizioni di base per realizzare film rimangono profondamente incerte. Allo stesso tempo, mentre Gaza viene documentata attraverso un volume di immagini senza precedenti, è emersa una domanda ancora più fondamentale: a chi spetta il diritto di impugnare la telecamera e a chi spetta il diritto di raccontare la storia?
È da questa tensione che è nata l’Accademia di Cinema di Gaza.
Lanciata a livello internazionale in concomitanza con un evento al Festival del Cinema di Venezia per celebrare la seconda edizione del Festival Internazionale del Cinema Femminile di Gaza , l’accademia rappresenta un tentativo di creare qualcosa di più duraturo di una serie di workshop: uno spazio sostenibile per la formazione, la produzione e lo scambio cinematografico radicato a Gaza.
‘Un bisogno ben maggiore’
Le sue origini risalgono a circa due anni fa, quando la regista e docente Mai Masri e Ezzaldeen Shalh, che dirige anche il Gaza International Festival for Women’s Cinema , iniziarono a discutere su come creare un vero e proprio percorso nel mondo del cinema per i giovani nel territorio assediato.
“Eravamo d’accordo sul fatto che i giovani di Gaza avessero bisogno di qualcosa di più di workshop occasionali; avevano bisogno di un vero e proprio percorso formativo che potesse fornire loro conoscenze, strumenti e continuità”, ha dichiarato Mai a The New Arab .
Il primo passo è stato un diploma in regia cinematografica, concepito in parte come test pratico per verificare se un progetto così ambizioso potesse funzionare nelle condizioni di Gaza. Ben presto, però, gli organizzatori si sono resi conto che la domanda era di gran lunga superiore a quanto un corso di breve durata potesse soddisfare.
“Durante il corso di diploma, abbiamo potuto constatare l’enorme passione dei partecipanti, sia giovani uomini che donne”, ricorda Ezzaldeen.
“Ci siamo anche resi conto che il bisogno era ben maggiore di un corso di formazione che si sarebbe concluso dopo pochi mesi.”
Quell’esperienza si è poi concretizzata nella Gaza Cinema Academy.
Per Ezzaldeen, fondare una scuola di cinema durante una guerra devastante non è una contraddizione, ma la ragione stessa per farlo ora.
“Potrebbe sembrare insolito fondare un’accademia di cinema a Gaza in uno dei momenti più difficili che il nostro popolo sta vivendo, ma per me è proprio questo che ne rende necessaria l’esistenza”, afferma.
“La guerra non distrugge solo gli edifici; minaccia anche la memoria, le immagini e le storie.”
L’obiettivo principale dell’accademia, quindi, non è semplicemente quello di insegnare competenze tecniche. È quello di trasformare i giovani palestinesi da soggetti di immagini a protagonisti delle proprie creazioni.
“C’è una generazione che sta vivendo un’esperienza eccezionale ed estremamente dolorosa”, continua Ezzaldeen, “ed è importante che possiedano le conoscenze e gli strumenti che consentano loro di raccontare le proprie storie, anziché lasciare che Gaza rimanga sempre una storia raccontata da altri”.
Mai, la cui lunga carriera nel cinema palestinese si è concentrata su temi come la memoria, l’identità e l’esperienza umana, interpreta l’immagine in termini altrettanto ampi.
“Sono giunta alla conclusione che l’immagine possa essere un mezzo per preservare la memoria e resistere alla sua cancellazione”, afferma.
“I giovani di Gaza stanno vivendo un’esperienza estremamente difficile, ma al tempo stesso possiedono storie, prospettive ed energie creative che meritano di trovare spazio nel cinema e di essere condivise con il mondo.”
Questa distinzione – tra documentare eventi e creare film – è importante per entrambi i fondatori. L’accademia non ha lo scopo di produrre un flusso infinito di immagini di distruzione. Il suo obiettivo è quello di formare cineasti capaci di guardare oltre lo spettacolo immediato per trovare storie nella vita quotidiana, nella memoria, nelle relazioni e nei dettagli.
“Non vogliamo che il cinema a Gaza si limiti a documentare la tragedia, pur essendo importante farlo”, chiarisce ulteriormente Ezzaldeen.
“Vogliamo che ci sia una vera e propria vita cinematografica: formazione, produzione, film, festival e nuove generazioni capaci di creare un cinema palestinese che porti la loro esperienza nel mondo.”
Per i tirocinanti che hanno completato il primo corso di diploma, l’accademia rappresenta qualcosa di più immediato: un’opportunità per acquisire una lingua a cui spesso si erano avvicinati dai margini del giornalismo e dei media.
Raghda Al-Buhaisi è arrivata con una laurea in giornalismo e media conseguita presso l’Università Islamica di Gaza e anni di esperienza nel giornalismo cartaceo, radiofonico, visivo e nel coordinamento dei media. La sua svolta verso il cinema è iniziata con una fotografia.
“Ho deciso di iscrivermi al corso di diploma dopo aver realizzato un reportage fotografico di interesse umano, la mia prima esperienza nel campo della fotografia”, afferma.
“Volevo approfondire la mia conoscenza del settore e affinare le mie competenze, in particolare nella regia cinematografica.”
Per Raghda, il fascino del cinema risiede in parte nella sua capacità di comunicare al di là delle strutture convenzionali dell’informazione.
“Ho capito che questo era il modo ideale per trasmettere il nostro messaggio come palestinesi – che viviamo ancora oggi sotto assedio, genocidio e distruzione – attraverso un approccio fluido che raggiunge le menti e i cuori degli spettatori di tutto il mondo, facendo loro sapere: ‘Noi siamo qui’.”
Il programma le ha fornito le basi tecniche della realizzazione cinematografica – cinematografia, selezione delle inquadrature, sceneggiatura, produzione e regia – e ha reso meno astratto il passaggio da un’idea a un film vero e proprio.
“Durante i miei studi e attraverso il lavoro sul campo ho acquisito numerose competenze, come l’arte della cinematografia, tra cui le angolazioni, la scelta delle inquadrature e la comprensione di ciò che funziona meglio davanti alla telecamera”, spiega.
“Ho anche imparato a concepire, sviluppare e perfezionare un’idea, a scrivere una sceneggiatura e a gestire i processi di produzione, esecuzione e regia.”
Raghda Al-Buhaisi vanta anni di esperienza nel giornalismo cartaceo, radiofonico e visivo, nonché nel coordinamento dei media, e ha conseguito una laurea in Giornalismo e Media presso l’Università Islamica di Gaza.
Manar Abu Sha’ira, un’altra tirocinante con una laurea in scienze della comunicazione ed esperienza in televisione, radio e giornalismo, è arrivata al programma con un interesse correlato ma distinto: la narrazione visiva come mezzo per avvicinarsi a vite che altrimenti rimarrebbero invisibili.
“Sono appassionata di cinema, ma per me fare film non significa solo esprimersi artisticamente”, afferma. “Mi interessa anche documentare la realtà che mi circonda e raccontare storie che altrimenti rimarrebbero sconosciute.”
Tuttavia, Manar è restio a ridurre quella realtà a semplici immagini di sofferenza.
“Voglio imparare a raccontare queste storie in modo onesto e umano, senza limitarmi a mostrare la sofferenza”, afferma.
“Voglio mostrare le persone, le loro esperienze, la loro resilienza e i piccoli dettagli della vita quotidiana.”
L’esperienza mediatica di Manar Abu Sha’ira spazia dalla televisione alla radio e al giornalismo, con la narrazione visiva al centro del suo interesse nel catturare vite che altrimenti potrebbero rimanere invisibili.
L’importanza attribuita all’osservazione e all’ascolto prima delle riprese è fondamentale per l’approccio dell’accademia.
“Una delle cose più importanti per me è che gli studenti imparino prima a vedere e ad ascoltare, prima ancora di imparare a filmare”, afferma.
“Il cinema non è semplicemente conoscenza tecnica di una macchina da presa o di un software di montaggio; è una relazione con le persone, i luoghi, la memoria e i dettagli.”
Ezzaldeen fa una distinzione simile. L’accademia, dice, insegnerà la realizzazione di film “come un processo integrato, non semplicemente come usare una telecamera”.
Gli studenti impareranno a cercare un’idea, a svilupparla in un soggetto e in una sceneggiatura, e a percorrere tutte le fasi della realizzazione di un film. Ma l’obiettivo più profondo è quello di coltivare un punto di vista individuale.
“Possedere una macchina fotografica non fa necessariamente di qualcuno un regista”, afferma. “Ciò che conta per noi è che i tirocinanti imparino a osservare, a fare ricerche, a sviluppare il proprio punto di vista e a usare il linguaggio cinematografico per esprimerlo.”
L’importanza attribuita alla pratica è altrettanto fondamentale. Durante il corso di diploma, gli studenti non si limitavano alle lezioni frontali, ma erano tenuti a realizzare dei cortometraggi.
“Vogliamo quindi che gli studenti lavorino su film e progetti reali e che imparino attraverso l’esperienza, i propri errori e il lavoro collaborativo, piuttosto che solo attraverso le lezioni frontali”, spiega Mai.
Per Manar, questa componente pratica risponde a una difficoltà personale comune a molti cineasti esordienti: sapere cosa si vuole dire ma non sapere ancora come farlo capire al pubblico.
“A volte ho un’idea in testa, ma faccio fatica a tradurla visivamente. Spero che l’accademia mi aiuti a superare questa difficoltà attraverso la pratica e il feedback”, afferma.
Donne dietro la macchina da presa
L’attenzione iniziale dell’accademia verso le giovani donne e le nuove voci affonda le sue radici in parte nell’esperienza di Mai ed Ezzaldeen con il Gaza International Festival for Women’s Cinema, ma riflette anche una convinzione più ampia secondo cui la rappresentazione non può limitarsi a mettere le donne sullo schermo.
“Credo che per le giovani donne di Gaza ci sia un bisogno ancora maggiore di creare opportunità, non solo per apparire davanti alla telecamera, ma anche per stare dietro di essa, per scrivere, dirigere, girare e realizzare i propri film”, afferma Mai.
Ezzaldeen descrive la stessa ambizione in termini di chi ha il potere di plasmare lo sguardo cinematografico.
Attraverso il loro lavoro con il festival del cinema femminile, spiega, sono diventati sempre più consapevoli “dell’importanza di creare più spazio per le donne, non solo perché siano soggetti nei film, ma perché diventino coloro che stanno dietro la macchina da presa, prendendo decisioni e plasmando la visione, e perché raccontino le loro esperienze dal loro punto di vista”.
L’accademia non è tuttavia un’istituzione esclusivamente femminile. La sua missione dichiarata è quella di creare opportunità per giovani donne e uomini, con particolare attenzione a coloro che in precedenza non hanno avuto accesso a una formazione cinematografica professionale.
Mai descrive questo come parte di uno sforzo più ampio volto a consentire l’emergere di prospettive nuove e diversificate da Gaza.
“Vogliamo dare a una nuova generazione di giovani donne e uomini accesso alla conoscenza cinematografica e contribuire all’emergere di nuove voci capaci di presentare Gaza e la Palestina da prospettive diverse, personali e umane.”
Le preferenze cinematografiche dei tirocinanti stessi suggeriscono il tipo di film che potrebbe emergere da tale approccio.
Raghda è particolarmente attratta dal cinema documentario per il suo rapporto diretto con la realtà. “Credo che sia forse il mezzo più efficace per trasmettere un messaggio”, afferma.
Il suo istinto estetico, tuttavia, non è puramente giornalistico, poiché è attenta al colore, agli effetti naturali, ai primi piani e alla forza espressiva della presenza umana spontanea.
“Una persona che appare naturale e spontanea è più efficace di qualsiasi effetto speciale quando si tratta di trasmettere un messaggio o un’idea”, spiega. “Sono attratta dai primi piani e amo i dettagli che celano elementi significativi e in movimento.”
Manar, dal canto suo, predilige un “cinema realistico e incentrato sull’essere umano”, in particolare film che appaiono semplici ma racchiudono significati più profondi.
“Mi piacciono i documentari e i film che mi fanno sentire vicina ai personaggi e alle loro esperienze reali”, afferma. “In generale, sono influenzata dai registi che si concentrano su una narrazione onesta, emozioni autentiche e piccoli dettagli, piuttosto che affidarsi esclusivamente a scene drammatiche.”
Qui si nota una sorprendente convergenza. L’accademia nasce in un contesto storico di enorme portata, ma i cineasti che vi si formano non sono interessati solo alla storia nei suoi aspetti più monumentali, bensì ai volti, ai dettagli, alle esperienze quotidiane e agli spazi che intercorrono tra i grandi eventi.
Fare cinema quando mancano le basi
Naturalmente, le ambizioni dell’accademia si scontrano con una brutale realtà pratica.
Nella maggior parte delle scuole di cinema, l’accesso a un’aula funzionante, all’elettricità, a internet, a computer per il montaggio e a telecamere non meriterebbe nemmeno di essere discusso. A Gaza, ognuno di questi elementi può diventare un ostacolo significativo.
“Ogni dettaglio che potrebbe essere ordinario in qualsiasi altra scuola di cinema del mondo diventa qui una sfida quotidiana: la sede, l’elettricità, l’accesso a Internet, i trasporti, le attrezzature e persino la possibilità per studenti e docenti di raggiungere il luogo di formazione”, afferma Ezzaldeen.
Il problema non è solo che le attrezzature siano costose, ma anche che trasportarle a Gaza può essere estremamente difficile. L’accademia ha bisogno di telecamere, obiettivi, apparecchiature audio, illuminazione, sistemi di montaggio e dispositivi di archiviazione, mentre le risorse esistenti sono state ridotte a causa della distruzione e degli sfollamenti .
Raghda descrive la situazione dal punto di vista del tirocinante: “Ci mancano la logistica e gli strumenti necessari per svolgere il nostro lavoro di cineasti; i nostri computer sono usurati e non abbiamo telecamere: la maggior parte della nostra attrezzatura è andata perduta sotto le macerie, si è rotta o è stata abbandonata durante lo sfollamento”.
Esiste un altro ostacolo che non può essere superato con l’acquisizione di tecnologia: “Qui le persone non sono disposte a parlare o a interagire; hanno perso la voglia di vivere”, afferma Raghda.
“Sono preoccupati di procurarsi i beni di prima necessità e non hanno alcun desiderio di parlare. Sentono che il mondo li ha delusi.”
Per un regista che tenta di documentare l’esperienza umana, ciò crea difficoltà etiche ed emotive. La telecamera può essere pronta, ma la persona che si trova di fronte ad essa potrebbe non esserlo.
“Questa è una sfida enorme”, dice, “avere a che fare con qualcuno che ha perso tutto, mentre il mondo non offre alcuna comprensione.”
Manar sottolinea i vincoli più generali: “Ci sono limitazioni in termini di movimento, elettricità, attrezzature e a volte persino nella ricerca di luoghi o persone adatte per le riprese”.
La risposta dell’accademia è necessariamente pragmatica. Ha imparato a non aspettare che la situazione torni alla normalità. “La nostra esperienza negli ultimi tempi ci ha insegnato a non aspettare le condizioni ideali”, afferma Ezzaldeen, “perché se le aspettiamo a Gaza, potremmo non iniziare mai”.
Gli organizzatori stanno invece cercando di costruire l’accademia gradualmente, utilizzando le risorse disponibili e sviluppando al contempo contatti con registi e istituzioni al di fuori di Gaza.
Mai sottolinea che la rete internazionale non intende sostituire la presenza dell’accademia a Gaza.
“Per me è fondamentale che l’Accademia rimanga radicata a Gaza e che i giovani del posto restino al centro del progetto”, afferma.
“Allo stesso tempo, dobbiamo aprire loro delle finestre sul mondo attraverso formatori, registi, istituzioni e festival che possano collaborare con noi.”
Questo modello sarà probabilmente fondamentale per la sopravvivenza dell’accademia. Non si tratta né di un’iniziativa interamente locale né di un programma esterno imposto a Gaza. Gli organizzatori, piuttosto, immaginano una struttura in cui formazione e risorse possano fluire in entrambe le direzioni.
“La sostenibilità non si raggiungerà solo attraverso il sostegno finanziario, sebbene questo sia essenziale”, afferma Mai.
“È inoltre necessario costruire una rete di relazioni, cooperazione e scambio a lungo termine, in modo che i cineasti di Gaza si sentano parte di una comunità cinematografica più ampia e che la distanza e il blocco non debbano necessariamente significare isolamento culturale.”
La decisione di presentare l’accademia a livello internazionale alla Mostra del Cinema di Venezia è stata quindi deliberata. Per Ezzaldeen, il simbolismo è importante.
“Abbiamo scelto Venezia per il lancio internazionale della Gaza Cinema Academy perché volevamo che questa iniziativa si spostasse da Gaza a uno spazio cinematografico internazionale”, afferma, “e per dimostrare che Gaza, nonostante tutto ciò che sta accadendo, è ancora in grado di produrre iniziative culturali e cinematografiche e di pensare al futuro”.
Il lancio è coinciso con un evento dedicato alla seconda edizione del Gaza International Festival for Women’s Cinema. Le due iniziative condividono un ecosistema, ma rimangono distinte: una si concentra su istruzione, formazione e produzione; l’altra sulla creazione di una piattaforma per film e registe.
Il loro legame, tuttavia, è semplice. Una scuola di cinema può insegnare alle persone a fare film, mentre un festival può fornire una piattaforma affinché quei film vengano visti.
“Per me, questo è il legame più profondo tra l’Academy e il festival: contribuire alla realizzazione dei film e poi aiutare questi film a raggiungere il pubblico e il mondo”, afferma Mai.
La seconda edizione del festival si propone come una continuazione più ampia dell’esperienza inaugurale, con opere di finzione, documentari e sceneggiature, oltre a una maggiore presenza di registe e partecipanti provenienti da diverse parti del mondo.
Per Ezzaldeen, portare entrambe le iniziative nella sfera cinematografica internazionale rappresenta in definitiva un argomento contro la visione di Gaza limitata al solo linguaggio della distruzione.
“Non vogliamo che il cinema a Gaza si limiti a documentare la tragedia”, ripete. “Vogliamo che ci sia una vera e propria vita cinematografica”.
Tale aspirazione potrebbe sembrare modesta in un altro contesto. A Gaza, è tutt’altro.
Per Raghda, il desiderio di fare film è inseparabile dalla necessità di insistere sulla presenza palestinese. La sua prima esperienza fotografica l’ha condotta al cinema proprio perché vi ha intravisto un modo per raggiungere persone al di là dei confini geografici immediati di Gaza.
La sua ambizione ora è quella di continuare a sviluppare le competenze acquisite e, infine, “farsi un nome in questo settore sia a livello locale che internazionale”.
Le ambizioni di Manar sono più discrete, ma altrettanto radicate nel futuro. Aspira ad acquisire maggiore sicurezza, esperienza pratica e la possibilità di imparare da altri registi e colleghi. Il suo interesse cinematografico si concentra sull’intimo piuttosto che sullo spettacolare: “storie semplici” con “significati profondi”, emozioni sincere e piccoli dettagli.
I fondatori dell’accademia scommettono che queste prospettive individuali siano proprio ciò di cui il cinema palestinese ha bisogno.
“Gaza ha artisti, registi e giovani con sogni, immaginazione e il desiderio di fare film”, afferma Mai.
“È importante che siano loro stessi a poter impugnare la telecamera e raccontare la propria vita attraverso i propri occhi.”
Per Ezzaldeen, questo è in definitiva il motivo per cui l’accademia deve esistere ora, piuttosto che aspettare un momento meno improbabile.
“Continuare a insegnare cinema a Gaza non è un lusso culturale”, conferma. “Fa parte del preservare la memoria e dare alle nuove generazioni la possibilità di esprimersi.”
La Gaza Cinema Academy, pertanto, non nasce da una posizione di stabilità, bensì di incertezza. Le sue aule, le attrezzature e il suo futuro restano soggetti a circostanze che sfuggono al controllo dei suoi organizzatori.
Eppure, la sua premessa di fondo è straordinariamente concreta: anche in mezzo alla devastazione, l’educazione cinematografica può creare qualcosa che la distruzione non può facilmente cancellare – la capacità di guardare, ascoltare, immaginare e, infine, di dire, attraverso le proprie immagini, noi siamo qui.
Mariana Hristova è una critica cinematografica, giornalista culturale e programmatrice freelance. Collabora con testate nazionali e internazionali e ha curato programmi per la Filmoteca de Catalunya, Arxiu Xènctric e goEast Wiesbaden, tra gli altri. I suoi interessi professionali includono il cinema delle periferie europee e i film d’archivio e amatoriali.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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