L’Europa sta finalmente prendendo una posizione più ferma nei confronti di Israele?

Le ultime misure vanno accolte con favore, ma solo come prova che la pressione dell’opinione pubblica funziona e come motivo per intensificarla.

Fonte

Di Ramzy Baroud – 15 settembre 2026

Questa volta, l’Europa sembra intenzionata a chiedere conto a Israele delle sue azioni, o almeno questo è ciò che 11 Paesi europei, insieme al Canada, vogliono farci credere.

Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito hanno annunciato la scorsa settimana la loro intenzione di introdurre restrizioni nazionali, sostenere le restrizioni europee o valutare attivamente misure contro il commercio di merci con gli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania.

Indubbiamente, l’annuncio rappresenta un importante precedente politico e giuridico. Liquidarlo a priori sarebbe impulsivo, soprattutto considerando la partecipazione di governi come quelli di Canada e Regno Unito, che storicamente hanno fornito a Israele un ampio sostegno politico e diplomatico.

Tuttavia, celebrare l’annuncio come un evento epocale senza esaminarne il contesto, la tempistica e la potenziale efficacia sarebbe altrettanto avventato. Peggio ancora, potrebbe contribuire a indebolire la pressione dell’opinione pubblica che ha infine costretto i governi occidentali ad adottare anche solo questi limitati provvedimenti.

A prescindere dal significato politico dell’iniziativa, occorre considerare alcune importanti precisazioni.

Primo, la maggior parte dei 12 governi ha annunciato intenzioni, non restrizioni vincolanti e immediatamente applicabili. La decisione è quindi ancora vulnerabile a negoziati politici, ritardi legislativi, pressioni da parte di gruppi filo-israeliani e cambiamenti nei calcoli elettorali. Senza scadenze precise e meccanismi di applicazione vincolanti, le intenzioni dichiarate oggi potrebbero diventare irrilevanti al momento della loro attuazione.

Secondo, Francia e Canada non hanno ancora pubblicato calendari di attuazione dettagliati. Il Regno Unito, d’altro canto, ha annunciato un pacchetto relativamente ampio, che comprende beni e servizi relativi agli insediamenti, in particolare nei settori finanziario, edile, infrastrutturale, immobiliare e pubblicitario. Tuttavia, l’entrata in vigore delle sue restrizioni potrebbe richiedere dai sei ai nove mesi.

Anche se queste misure dovessero alla fine esercitare una pressione significativa, a Israele è stato concesso ulteriore tempo per portare avanti i suoi piani di annessione e creare ulteriori fatti irreversibili sul territorio.

Terzo, l’impegno congiunto si concentra principalmente sui beni, mentre l’attività di insediamento israeliana si basa su una rete molto più ampia di finanziamenti, investimenti, costruzioni, tecnologia e servizi. Questi collegamenti spesso operano attraverso complesse strutture societarie che celano se un’azienda o una transazione siano direttamente collegate a un insediamento.

Quarto, l’iniziativa riguarda principalmente gli insediamenti, in particolare il progetto E1. L’E1 è l’area strategicamente importante situata tra Gerusalemme Est e il blocco di insediamenti di Ma’ale Adumim. La costruzione israeliana in quest’area dividerebbe ulteriormente la Cisgiordania, interromperebbe la continuità territoriale palestinese e isolerebbe Gerusalemme Est dalle comunità palestinesi circostanti.

L’Europa teme che il completamento dell’E1 distruggerebbe le rimanenti basi geografiche per un futuro Stato Palestinese. Tale preoccupazione è giustificabile nella misura in cui la Soluzione dei Due Stati rimane la strategia di politica estera dichiarata dall’Europa.

Tuttavia, la dichiarazione congiunta non fa riferimento al Genocidio di Gaza. Né affronta il più ampio Sistema di Occupazione Militare israeliana che consente l’espansione degli insediamenti, gli sfollamenti forzati e la confisca delle terre. Si concentra su una manifestazione particolarmente allarmante dell’Occupazione, lasciando la struttura più ampia sostanzialmente intatta.

Quinto, non vi è ancora una sospensione coordinata dell’accordo di associazione UE-Israele né un embargo europeo collettivo sulle armi contro Israele. Questa omissione è particolarmente rilevante se considerata nel contesto più ampio delle relazioni economiche. I dati della Commissione europea mostrano che il volume totale degli scambi commerciali tra Unione Europea e Israele è aumentato sia nel 2024 che nel 2025, i primi due anni solari completi successivi all’inizio del Genocidio.

Pertanto, le eventuali perdite subite dagli insediamenti, che rappresentano solo una piccola parte del commercio complessivo di Israele, potrebbero essere assorbite dal ben più ampio rapporto economico tra Israele e l’Europa.

La contraddizione in ambito militare è ancora più evidente. Secondo L’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma, la Germania ha fornito il 31% delle principali importazioni di armi di Israele tra il 2021 e il 2025, risultando il secondo fornitore di Israele dopo gli Stati Uniti. Israele ha continuato a ricevere armi durante tutto questo periodo, nonostante il Genocidio a Gaza e l’intensificazione di violenza contro i palestinesi in Cisgiordania.

Gli Stati europei sono anche importanti acquirenti di tecnologia militare israeliana. L’Europa ha ricevuto il 41% delle esportazioni di armi israeliane nello stesso periodo, contribuendo a sostenere un’industria profondamente integrata nell’apparato militare israeliano.

L’Europa sta quindi tentando di limitare gli insediamenti pur continuando a mantenere relazioni economiche e militari con lo Stato che li finanzia, li protegge e li espande.

Un controargomento, in parte legittimo, è che le misure annunciate costituiscono un primo passo e che a seguire potrebbero seguire maggiori responsabilità. Ma questa argomentazione ha peso solo se si comprendono le ragioni che hanno spinto questi governi ad agire.

Se le restrizioni sono principalmente intese a indebolire Benjamin Netanyahu prima delle elezioni israeliane di ottobre, potrebbero rivelarsi strumenti politici temporanei, il cui futuro dipende dall’esito elettorale.

Tuttavia, una speranza può essere riposta nella crescente solidarietà pubblica con la Palestina in tutta Europa. Un sondaggio d’opinione pubblicato dal Consiglio Europeo per le Relazioni Estere ha rilevato che il 46% degli intervistati britannici si è dichiarato favorevole al divieto di commercio con gli insediamenti israeliani illegali, mentre solo il 18% si è opposto. Questo è un dato da celebrare, non come prova del coraggio dei governi europei, ma come dimostrazione del potere di una mobilitazione pubblica costante.

I governi occidentali non sono giunti a queste misure in modo indipendente. Sono state spinte da proteste, campagne di boicottaggio, sindacati, organizzazioni della società civile, ricorsi legali e elettori che si sono rifiutati di permettere alla Palestina di scomparire dalla vita politica.

Molti governi europei continuano a fornire a Israele le armi, le relazioni commerciali e la stabilità economica di cui ha bisogno per sostenere le sue guerre contro la Palestina e altri Paesi arabi. Le loro limitate misure di insediamento non cancellano questa Complicità.

Se si devono fare i complimenti, questi vanno alle società europee e nordamericane che continuano ad aumentare il costo politico del sostegno a Israele e insistono sulla responsabilità e sul rispetto del Diritto Internazionale.

Le ultime misure vanno accolte con favore, ma solo come prova che la pressione dell’opinione pubblica funziona e come motivo per intensificarla.

Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi

Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.