Suoni ordinari come la chiamata alla preghiera o la vista di un aereo sopra la mia testa mi lasciano ancora tesa e impaurita.
Reem Salim – 8 ottobre 2026
Ho lasciato Gaza il 19 febbraio 2024, ma a volte ho la sensazione di essere ancora intrappolata lì.
Sebbene io sia fisicamente sopravvissuta alla guerra, i suoi fantasmi mi perseguitano ancora attraverso i ricordi rievocati da certe immagini e suoni, e attraverso le reazioni involontarie del mio corpo.
Oggi in Egitto , la chiamata alla preghiera, che dovrebbe portare pace alla mia anima, mi rende tesa e terrorizzata. Il cuore mi batte forte e faccio fatica a respirare, temendo che la morte sia imminente.
Nell’ottobre del 2023, ero seduta con la mia famiglia a guardare il telegiornale mentre l’adhan proveniente dal minareto di una moschea vicina riempiva l’aria. Improvvisamente, sentii il mio corpo essere sbalzato violentemente, mentre soffocavo per l’odore di polvere da sparo. Un intenso bombardamento israeliano aveva colpito la casa del nostro vicino.
Un grosso pezzo di pietra mandò in frantumi la finestra a pochi centimetri da me. Pronunciai a fatica le parole della shahada, credendo di stare per morire.
Ancora oggi, ogni volta che sento la chiamata alla preghiera, rivivo quel momento.
La guerra ha anche scatenato la mia fobia per gli aerei. Quando un aereo sorvola i cieli dell’Egitto, non immagino un normale velivolo con passeggeri a bordo, ma piuttosto un caccia carico di missili che potrebbero caderci addosso da un momento all’altro.
Danni permanenti
Queste non sono le uniche cose che mi affliggono. Da un lato, vedo ancora le cicatrici lasciate dai punti di sutura intorno al dito medio, che ha un aspetto diverso dalle altre; l’unghia non cresce più normalmente.
Accadde dopo che fummo sfollati a casa di mia nonna a Deir al-Balah, a causa dei ripetuti attacchi al nostro quartiere. La sua casa era piena di altri sfollati, e un giorno, mentre ero seduta al buio, un missile esplose nelle vicinanze.
Temevo che mio fratello minore, che può sentire solo da un orecchio, potesse perdere l’udito anche dall’altro a causa della forza dell’esplosione, quindi, dopo averlo sentito piangere, mi precipitai da lui e gli dissi di andare da mia madre.
Fu allora che un altro bambino sfollato presente nella stanza, sicuramente terrorizzato da tutto ciò che stava accadendo intorno a noi, sbatté la porta in faccia a me, incastrandomi un dito tra la porta e il telaio. La forza dell’impatto mi recise la punta del dito, strappandomi l’unghia. All’ospedale dei Martiri di Al-Aqsa, mi ricucirono il dito senza anestesia, mentre piangevo per il dolore lancinante.
La ferita è guarita, ma l’infortunio mi ha portato una nuova fobia: la paura delle porte. Ancora oggi, quando vedo qualcuno avvicinare le mani allo stipite di una porta, il cuore mi si stringe e mi sento tesa.
Al di là della mia memoria e dei miei sensi, la guerra ha invaso anche parte del mio corpo. A volte, mi basta sedermi per sentirla.
Mi è stata diagnosticata un’infiammazione cronica al coccige, causata dal rimanere seduta per lunghi periodi su una superficie dura. Le condizioni di sfollamento mi costrinsero a stare seduto per terra tutto il tempo. Provavo un dolore terribile, ma speravo fosse temporaneo e che sarebbe scomparso con il tempo, e avevo intenzione di fissare un appuntamento con uno specialista alla fine della guerra.
Il dolore, invece, è diventato un compagno permanente. Un medico in Egitto mi ha detto che non c’era altra opzione se non quella di sottopormi a un intervento chirurgico per rimuovere il coccige, che avrebbe di per sé gravi conseguenze, quindi ho imparato a convivere con il dolore.
Si dice che il tempo guarisca ogni ferita, ma a distanza di tre anni ho capito che il corpo ha una memoria che non si può cancellare. Continuerà a reagire a certi suoni e scene come se il pericolo fosse ancora presente.
Come posso dire di essere sopravvissuta alla guerra, quando il mio corpo è ancora intrappolato nei suoi orrori, tutt’oggi?
Reem Salim è una scrittrice e traduttrice originaria di Gaza. Ha conseguito una laurea in inglese e traduzione presso l’Università di Al-Azhar a Gaza.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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