Israele è ancora in gioco

Lo stadio è vuoto, ma Israele è ancora in gioco.

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Di Ramzy Baroud – 19 ottobre 2026

Sebbene qualsiasi forma di isolamento dei responsabili del Genocidio sia benvenuta, il crescente movimento per un boicottaggio sportivo di Israele non si è ancora tradotto in un isolamento concreto.

Due recenti sviluppi lo dimostrano. Il primo episodio riguarda la decisione di Alkmaar, città olandese a Nord di Amsterdam, di impedire ai tifosi della squadra di calcio israeliana Hapoel Be’er Sheva di assistere alla partita di Europa League del 15 ottobre contro l’AZ Alkmaar allo stadio AFAS.

Questa decisione è seguita alle violenze scoppiate durante la partita Ajax-Maccabi Tel Aviv del novembre 2024 ad Amsterdam, quando alcuni tifosi israeliani furono ripresi mentre intonavano slogan razzisti, strappavano bandiere palestinesi e si scontravano con i residenti locali.

Tali comportamenti non sono certo una novità tra alcune frange del tifo calcistico israeliano, i cui cori razzisti contro i palestinesi includono i famigerati “Morte agli Arabi” e “Bruciate il Vostro Villaggio”. Durante le violenze dello scorso anno ad Amsterdam, anche i tifosi del Maccabi Tel Aviv furono ripresi mentre inneggiavano all’assenza di bambini a Gaza.

Queste manifestazioni di Razzismo stanno incontrando sempre più resistenza da parte del pubblico internazionale, molti dei quali non accettano più l’immagine di democrazia, civiltà ed eccezionalismo morale che Israele si è costruito con tanta cura. Il Genocidio di Gaza ha infranto queste illusioni.

Ma i tifosi israeliani si trovano anche ad affrontare un’altra realtà: il crescente isolamento e la consapevolezza che la loro presenza è sempre più sgradita negli spazi sportivi che un tempo davano per scontati. Invece di indurre all’introspezione, questo risentimento si manifesta in ulteriore ostilità, scontri e insulti razzisti.

Il secondo sviluppo si è verificato il 4 ottobre, quando la partita di UEFA Nations League tra Irlanda e Israele è stata spostata in Serbia e giocata a porte chiuse. La Federazione calcistica irlandese ha citato problemi operativi e di sicurezza. Ma il messaggio è chiaro: il crescente movimento di solidarietà in Irlanda ha espresso la sua opposizione all’impegno sportivo con una squadra che rappresenta uno Stato responsabile del Genocidio di Gaza.

Insieme alle ricorrenti manifestazioni durante gli eventi sportivi internazionali che coinvolgono squadre israeliane, alle bandiere palestinesi sventolate da folle solidali e alle crescenti richieste di esclusione di Israele dalle competizioni internazionali, questi sviluppi suggeriscono che lo sport sta diventando un’arena sempre più importante per la solidarietà e il boicottaggio.

Tuttavia, la domanda rimane: tutto ciò è sufficiente?

La risposta potrebbe risiedere nell’esperienza sudafricana, dove la solidarietà sportiva si è infine evoluta in un boicottaggio internazionale completo.

Le campagne internazionali per boicottare il Sudafrica dell’Apartheid iniziarono a prendere slancio negli anni ’50, diffondendosi gradualmente negli ambienti accademici, attivisti e politici.

Il boicottaggio sportivo organizzato iniziò a prendere forma concretamente nel 1959, con la fondazione della Associazione Sportiva Sudafricana, e divenne presto un elemento distintivo del più ampio movimento di boicottaggio.

La convinzione comune è che la società sudafricana Bianca abbia avvertito il peso dell’isolamento internazionale solo quando il boicottaggio sportivo si affermò. Questa tesi è valida, ma è necessario comprendere alcune importanti sfumature. Anni di lavoro preparatorio intellettuale e politico furono essenziali per ampliare la base degli attivisti e costruire le reti che alla fine resero possibile il boicottaggio sportivo.

In altre parole, il lavoro preparatorio che precedette il boicottaggio sportivo fu indispensabile. Senza di essa, il Sudafrica forse non sarebbe mai stato escluso dai Giochi Olimpici del 1964 e, in definitiva, espulso dal movimento olimpico nel 1970.

Si può affermare con certezza che i palestinesi hanno già gettato le basi necessarie per rendere il loro movimento di boicottaggio veramente globale, espandendosi oltre gli ambienti accademici in altre sfere popolari.

Ma il movimento anti-Apartheid sudafricano ha avuto un vantaggio che i palestinesi non sono ancora riusciti a ottenere. Nel 1976, più di 20 Paesi africani boicottarono le Olimpiadi di Montreal a causa dei rapporti sportivi tra la Nuova Zelanda e il Sudafrica dell’Apartheid. Un anno dopo, seguì l’Accordo di Gleneagles, con il quale i governi del Commonwealth si impegnarono a scoraggiare i contatti sportivi con il Sudafrica.

Nel tempo, il boicottaggio si è rafforzato, isolando sempre più il Sudafrica dell’Apartheid dalla comunità sportiva internazionale.

Considerando che quanto sta accadendo in Palestina va ben oltre l’Apartheid, configurandosi come Genocidio, si può affermare che la risposta sportiva internazionale rimane ben al di sotto del livello di solidarietà dimostrato nei confronti di coloro che vivono sotto l’Apartheid in Sudafrica.

I Paesi che sostengono la Palestina non hanno dichiarato un boicottaggio collettivo paragonabile degli eventi sportivi che coinvolgono Israele, né hanno impedito ai Paesi che appoggiano il Genocidio israeliano a Gaza di partecipare.

Le squadre israeliane continuano a competere, subendo le conseguenze della rabbia popolare anziché un’azione coordinata da parte dei governi e degli organismi sportivi internazionali per chiedere conto a Israele delle sue azioni.

Sebbene sia necessario continuare a esercitare pressione su FIFA, UEFA e Comitato Olimpico Internazionale, tra le altre istituzioni sportive, bisogna rimanere realisti: è improbabile che questi potenti organismi, orientati al profitto, compiano scelte morali a meno che non siano costretti a farlo da una pressione costante.

I singoli atleti, tuttavia, hanno già dimostrato il coraggio morale di cui queste istituzioni sono prive, spesso anteponendo le proprie convinzioni al guadagno personale, alla fama e persino alla carriera.

Tra questi c’è il judoka algerino Fethi Nourine, che ha ricevuto una squalifica di 10 anni dopo essersi ritirato dalle Olimpiadi di Tokyo piuttosto che rischiare di affrontare un avversario israeliano. Anche il sudanese Mohamed Abdalrasool si è rifiutato di competere contro lo stesso avversario israeliano, ritirandosi dal suo incontro olimpico previsto.

Altrettanto meritevole di nota è il portiere irlandese Gavin Bazunu, che si è rifiutato di partecipare alle recenti partite di Nations League contro Israele. “La mia decisione si basa esclusivamente sulla mia convinzione personale che uccidere persone innocenti sia sbagliato”, ha dichiarato.

Ma la verità rimane: con o senza spettatori, finché a Israele sarà permesso di competere, lo Stato dell’Apartheid continuerà a trovare la sua strada nella comunità sportiva internazionale, senza dover rendere conto a nessuno e senza nemmeno porre fine al Genocidio in corso a Gaza.

– Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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