La politica estera statunitense in Medio Oriente non opera più sulla base di una strategia chiara, complessa e dinamica che integri interessi militari, economici e geostrategici.
Fonte: English version
Di Ramzy Baroud – 16 giugno 2025
La politica estera statunitense in Medio Oriente sembra non essere più guidata da strategie fisse o obiettivi chiari. Sebbene l’attuale amministrazione abbia contribuito in modo significativo a questo caos, il caos era probabilmente inevitabile. Questa situazione si verifica quando una nazione dà priorità agli interessi di un’altra nazione rispetto ai propri.
Si considerino le dichiarazioni sconcertanti dell’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee. Spesso è impossibile capire se parli a nome degli Stati Uniti, di Israele, dei fondamentalisti cristiani o di se stesso. Nelle sue ultime, bizzarre dichiarazioni, la scorsa settimana Huckabee ha offerto un’interpretazione unica di vecchie idee avanzate dagli elementi più estremisti di Israele.
“I Paesi musulmani hanno 644 volte più territorio di quello controllato da Israele”, ha affermato Huckabee. “Se esistesse un tale desiderio di uno Stato Palestinese”, ha aggiunto, “ci sarebbe qualcuno pronto a dire ‘vorremmo ospitarlo, vorremmo crearlo'”. Questa diatriba fa seguito alla proposta avanzata da Huckabee all’inizio di questo mese di trasferire i palestinesi in Francia, in risposta all’intenzione di Parigi di riconoscere uno Stato Palestinese.
Un simile atteggiamento difensivo non è né diplomatico né indicativo di un Paese con un programma di politica estera chiaro e articolato. Anzi, rispecchia la posizione difensiva di Israele nei confronti di chiunque osi criticare la sua Occupazione Militare, l’Apartheid o il Genocidio in Palestina.
Il Ministro degli Esteri israeliano Israel Katz è un maestro della difensività politica. Sopraffatto dal crescente sentimento filo-palestinese in tutto il mondo, Katz, che non è certo un diplomatico esperto, ha replicato con un linguaggio altrettanto vendicativo. Dopo che Irlanda, Spagna e altri Paesi hanno manifestato la volontà di riconoscere uno Stato Palestinese e criticato le azioni israeliane a Gaza, Katz ha affermato che questi Paesi “sono legalmente obbligati a consentire a qualsiasi residente di Gaza di entrare nei loro territori”.
In una certa misura, il cambiamento nel discorso sulla politica estera israeliana è comprensibile. Prima della guerra, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu dedicava gran parte del suo tempo a celebrare la crescente integrazione di Israele negli affari globali, in particolare la sua presunta adesione da parte del Sud del mondo. Ora, la situazione si è capovolta. Israele è essenzialmente uno Stato reietto. I suoi dirigenti, incluso lo stesso Netanyahu, sono ricercati dalla Corte Penale Internazionale, sanzionati ufficialmente o sotto inchiesta per Crimini di Guerra.
Ma perché Huckabee mostra lo stesso livello di atteggiamento difensivo, attaccando altri governi mondiali a nome di Israele? La storia diventa ancora più bizzarra. Interrogata sulle teorie di Huckabee riguardo a uno Stato Palestinese, una portavoce del Dipartimento di Stato americano, Tammy Bruce, ha dichiarato ai giornalisti: “Penso che parli per sé”.
L’osservazione di Bruce solleva ulteriori interrogativi. Perché l’ambasciatore statunitense in Israele “parla per sé stesso” e non per il suo Paese? E perché trasmette i sentimenti politici di Israele? Ancora più urgentemente, qual è esattamente la politica americana e qual è la posizione del Presidente, non solo sullo Stato Palestinese, ma anche sul Genocidio israeliano in corso a Gaza?
Approfondendo la questione, probabilmente si troverebbero solo confusione e contraddizioni, alcune delle quali sono evidenti nelle recenti dichiarazioni politiche dello stesso Huckabee. Ad esempio, in un’intervista del 10 maggio, ha affermato: “Gli Stati Uniti non sono tenuti a ottenere il permesso da Israele per stipulare un accordo che impedisca agli Houthi di aprire il fuoco sulle nostre navi”.
Accanto alla notizia del coinvolgimento degli Stati Uniti in colloqui indiretti con il gruppo palestinese Hamas, alcuni analisti hanno concluso che gli Stati Uniti stessero allontanando le proprie politiche dall’agenda israeliana, ampiamente promossa dalla Lobby filo-israeliana negli Stati Uniti.
Tuttavia, Huckabee è presto tornato al suo peculiare stile politico, che, cosa ancora più strana, è pubblicamente sconfessato dalla Casa Bianca.
Tradizionalmente, la politica estera statunitense è sempre stata sbilanciata a favore di Israele, in uno storico gioco di equilibri tra gli interessi statunitensi e israeliani. Il completo spostamento verso Israele ha iniziato a delinearsi durante la presidenza di George W. Bush, grazie alla capacità di Israele di inserirsi come attore cruciale nella cosiddetta guerra al terrorismo degli Stati Uniti.
Nonostante la generosità di Barack Obama nei confronti di Israele, egli, almeno verso la fine del suo secondo mandato, ha tentato di tornare al vecchio gioco di equilibri. Ciò è culminato nel gesto, in gran parte simbolico, di astenersi dal voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che condannava gli insediamenti illegali di Israele.
L’agenda filo-israeliana è tornata con forza durante il primo mandato di Trump. La differenza tra la prima amministrazione Trump e quella attuale è che la prima era in gran parte coerente. Questa amministrazione è tanto confusa quanto disorientata. Non sottoscrive il fraudolento gioco di equilibri filo-israeliano dei Democratici, né è impegnata in un’agenda unica che unifichi tutti i suoi attori di politica estera.
È ovvio che la politica estera statunitense in Medio Oriente non opera più sulla base di una strategia chiara, complessa e dinamica che integri interessi militari, economici e geostrategici. Questo è stato sfruttato da figure come Netanyahu per prolungare il caos nella Regione e per promuovere ulteriormente la sua agenda estremista di Colonialismo d’Insediamento.
Tuttavia, questo stato caotico potrebbe anche rappresentare un’opportunità per coloro che lottano per un Medio Oriente giusto, pacifico e stabile. In effetti, le contraddizioni americane dovrebbero spingere gli attori regionali e internazionali ad attivare un approccio multilaterale alla risoluzione dei conflitti che dia priorità agli interessi dei palestinesi occupati e sottomessi, in conformità con il Diritto Internazionale.
Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo ultimo libro, curato insieme a Ilan Pappé, è “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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