In quella che vogliono gli Stati Uniti e Israele, allergici al controllo degli organismi internazionali. Ma sottrarsi a questa supervisione equivale a mettere a repentaglio il delicato equilibrio dei rapporti multipolari. E non è un bene
Fonte: WIRED
Luca Zorloni (*) L’editoriale – 16.07.2025
Se togliessimo per un momento il nome di Francesca Albanese dall’intestazione del suo rapporto per l’Onu sull’economia di guerra israeliana e sul coinvolgimento delle grandi multinazionali, il risultato dell’indagine cambierebbe? Sempre quei nomi troveremmo scritti nelle 38 pagine del resoconto stilato dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati. Molti di quei rapporti sono acclarati da tempo, anche per stessa ammissione delle aziende o per le proteste dei dipendenti. Eppure il risultato finale sarebbe diverso. Opposto, forse. Perché l’attenzione si concentrerebbe sul contenuto della relazione. E non, come è successo negli ultimi giorni, sull’autrice, vittima di una campagna di delegittimazione senza quartiere.
Una prima vittoria Israele e gli Stati Uniti l’hanno già ottenuta spostando il baricentro della discussione. Sottraendosi all’esercizio di controllo dell’opinione pubblica sui legami economici dietro alla colonizzazione della Cisgiordania e alla guerra nella Striscia di Gaza per focalizzarsi invece sul lessico adoperato nel rapporto di Albanese. La seconda vittoria è il silenzio imbarazzante delle istituzioni italiane ed europee di fronte alle sanzioni di Washington contro la relatrice speciale, a cui risponde una lettera aperta promossa da Maura Gancitano e Andrea Colamedici della casa editrice Tlon.
Silenzio e silenziamento sono l’ennesima spallata a quel complesso sistema di pesi e contrappesi internazionali che sta sempre più stretto alla deriva autoritaria di certe democrazie. Osi criticarmi? Invece di affrontarti nelle sedi opportune, io ti censuro. E se gli altri non dicono nulla, prendo appunti perché la prossima volta potrò fare altrettanto. Se non peggio.
Francesca Albanese esercita una funzione di ispezione che le è riconosciuta Nazioni Unite, che assegnano a questi “relatori speciali” il compito di sorvegliare aree del mondo, di raccogliere informazioni e di trasferirle agli organismi dell’Onu per le loro considerazioni. Tant’è che dal Palazzo di vetro l’alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Volter Türk, ha chiesto agli Stati Uniti di revocare immediatamente le sanzioni. Qualche settimana fa, intervenendo a The Big Interview, evento che Wired ha organizzato all’università Bocconi di Milano il 26 giugno e anticipando il rapporto sull’economia di guerra che le avrebbe causato le censure internazionali, Francesca Albanese ha spiegato con molta semplicità il senso delle sue indagini: “Vorrei che le persone capissero che il mio mandato è investigare sulle violazioni di diritto internazionale commesse da Israele sul territorio occupato palestinese. E indago su Israele perché è il paese occupante. Un’occupazione totalmente asimmetrica sulla popolazione palestinese”.
Attacco alla diplomazia internazionale
Il linguaggio della diplomazia suonerà come fantascienza a qualcuno. Come il relitto di liturgie curiali e di burocrazie barocche: alto commissario, relatrice speciale, sanzioni… Eppure sono le parole di quel sistema di rapporti internazionali di cui ci siamo dotati per evitare che il più forte prevarichi, che il violento spadroneggi, che i più fragili debbano soccombere. E siccome ai tipi alla Donald Trump o alla Benjamin Netanyahu questi lacci stanno stretti, fanno il diavolo a quattro per liberarsene.
A febbraio gli Stati Uniti hanno applicato lo stesso meccanismo delle sanzioni adoperato contro Francesca Albanese per colpire la Corte penale internazionale, le cui giudici Beti Hohler e Reine Gansou sono ree di aver spiccato un mandato d’arresto contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant. È una strategia fin troppo lampante, come dimostrato anche da Fanpage con l’analisi delle inserzioni pagate da Israele contro Albanese.
Gli Stati Uniti, che non hanno mai firmato gli accordi di Roma funzionali all’istituzione della Corte penale dell’Aia (così come Israele), vogliono mano libera dai delicati equilibri che la diplomazia internazionale impone. È un copione che abbiamo già visto con il ritiro dagli accordi sul clima. O con il mancato sostegno all’Organizzazione mondiale della sanità. O ancora, con l’uso strumentale dei dazi per svincolare le grandi aziende tecnologiche statunitensi dalla cornice di regole europee.
Nelle 38 pagine del rapporto di Albanese Palantir è citata 15 volte. Quello di Palantir non è un nome qualunque. È un colosso tecnologico statunitense di analisi dei dati, che lavora a stretto contatto con le forze armate Usa e con quelle di Israele. E ha per capo Peter Thiel, uno dei più fidati sostenitori di Trump. Anche altri colossi tech, come Google, e i loro rispettivi numeri uno si sono dimostrati più compiacenti con il presidente.
Se l’aggressività scomposta della Casa Bianca è un pericolo quando si analizzano i rapporti commerciali tra Europa e Stati Uniti, la tenuta della Nato o il sostegno alle grandi organizzazioni internazionali, logica vuole che lo sia anche quando prende di mira una giurista che sta svolgendo il suo compito di ispezione. Il cinismo di chi invoca una brutale realpolitik non ci restituirà più pace o libertà, ma accentuerà le asimmetrie che già oggi pregiudicano i delicati equilibrati globali. In questo momento anche chi non è d’accordo con le posizioni che Albanese esprime dovrebbe schierarsi al suo fianco, a difesa di quel fragile ordine multipolare che, per quanto sgangherato, è meglio di un nulla in cui vige solo la forza e che si esprime attraverso il lavoro di persone che, come Albanese, è a tutela della libertà di mettere il potere sotto esame.

(*)Direttore. Già a capo dell’area digitale di Wired Italia e delle sezioni legate a diritti e business del sito. Giornalista di inchiesta, si occupa dell’intreccio tra economia, innovazione digitale e politica, denunciando sprechi di denaro pubblico, abusi di dati, sistemi di sorveglianza e tendenze delle industrie tecnologiche. Cura lo sviluppo di podcast, prodotti video e altri contenuti editoriali in area digital. In precedenza ha lavorato per Il Giorno e collaborato con Business Insider. Il paese più bello del mondo è il suo romanzo d’esordio
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