L’allontanamento dell’Europa da Netanyahu maschera una complicità più profonda nella devastazione di Gaza e nel mettere a tacere i palestinesi
di Dalia Ismail per Globalvoices.org, 22 Agosto 2025
Negli ultimi mesi, in tutta Europa è emerso un notevole cambiamento, con diversi governi che hanno manifestato la volontà di fare pressione su Israele muovendosi verso il riconoscimento di uno Stato palestinese.
La Francia ha annunciato che avrebbe formalizzato il riconoscimento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, suscitando richieste simili da parte di altri paesi europei. In Germania, il più forte alleato di Israele in Europa, un importante parlamentare della coalizione di Friedrich Merz ha persino proposto potenziali sanzioni contro Israele, tra cui la sospensione delle esportazioni di armi.
Sebbene queste iniziative non si siano ancora tradotte in concreti cambiamenti politici, riflettono la crescente necessità, tra i leader progressisti dell’UE, di prendere le distanze dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, diventato il fulcro delle accuse internazionali. Isolandolo come unico artefice del genocidio, l’UE evita di confrontarsi con la propria complicità strutturale – attraverso la vendita di armi, i legami economici e la protezione politica – che hanno a lungo facilitato le azioni di Israele finora.
L’attenzione alla responsabilità personale di Netanyahu consente a questi paesi di riscrivere la narrazione del genocidio come una questione di fallimento della leadership, piuttosto che fare i conti con il più ampio sistema di sostegno che ha permesso il genocidio a Gaza.
Questo cambiamento narrativo è ulteriormente rafforzato dalla promozione del dissenso interno israeliano, che mira a delineare le attuali atrocità come un’eccezione all’interno della politica israeliana, preservando così la legittimità internazionale dello Stato e oscurando la continuità strutturale delle sue politiche nei confronti dei palestinesi.
L’uso strategico delle critiche interne a Israele
I principali media dell’UE e degli Stati Uniti hanno concesso ampio spazio a figure politiche e militari israeliane come l’ex Primo Ministro israeliano Ehud Olmert e il leader del Partito Democratico Yair Golan, presentandoli come alternative etiche a Netanyahu.
Recentemente, Olmert e Golan hanno apertamente criticato Netanyahu per i suoi crimini a Gaza. Golan ha definito le azioni del governo “combustibile per l’antisemitismo e l’odio verso Israele” e lo ha accusato di “uccidere bambini per hobby”. Anche Olmert ha condannato la leadership di Netanyahu affermando esplicitamente: “Israele sta commettendo crimini di guerra”.
Tuttavia, sia Olmert che Golan in passato hanno svolto un ruolo centrale durante i massacri israeliani a Gaza del 2008-2009 (“Operazione Piombo Fuso”) e del 2014 (“Operazione Margine Protettivo”), che sono stati, e sono tuttora, oggetto di indagini per crimini di guerra da parte del Consiglio per i Diritti Umani e della Corte Penale Internazionale (CPI), e documentati nei rapporti di Lawyers for Palestinian Human Rights (LPHR), del Centro Al Mezan per i Diritti Umani e di molte altre organizzazioni palestinesi e internazionali.
Il loro status di contrappesi morali contribuisce a inquadrare le attuali atrocità come una deviazione, minimizzando la continuità della politica militare israeliana e i crimini commessi da ex primi ministri e generali militari israeliani.
La loro opposizione potrebbe anche svolgere una funzione strategica. Prendendo le distanze, potrebbero tentare di attenuare la potenziale responsabilità legale nell’ambito di indagini internazionali. Può essere vista come parte di una più ampia strategia legale volta a dimostrare il loro non coinvolgimento o la loro non intenzionalità nelle passate aggressioni militari.
Ricalibrazione morale attraverso narrazioni familiari
Amplificando le voci di dissenso – in particolare quelle di Olmert e Golan – le istituzioni dell’UE e i media mainstream contribuiscono a un processo di ricalibrazione morale al servizio del pubblico all’interno dei loro Paesi. Questi dati vengono presentati come prova di un solido dibattito interno, rafforzando così l’immagine di Israele come una democrazia funzionante, capace di autocritica e autocorrezione, e suggerendo che i crimini contro i palestinesi siano iniziati solo il 7 ottobre 2023, sotto l’amministrazione Netanyahu, non prima.
Questa inquadratura consente all’opinione pubblica europea di interpretare il genocidio in corso non come il prodotto di una struttura coloniale sistemica, ma come un’eccezione temporanea. In questa narrazione, il genocidio viene descritto come qualcosa di nuovo, cancellando quello che il professor Ilan Pappé ha descritto come un “genocidio incrementale” perpetrato almeno dal 1948.
Disuguaglianza epistemica ed emarginazione delle voci palestinesi
Allo stesso tempo, le voci palestinesi – giornalisti, accademici, sopravvissuti, avvocati e difensori dei diritti umani – rimangono emarginate nel dibattito europeo.
Nonostante il genocidio in corso e la crescente visibilità delle voci palestinesi attraverso i social media, ciò che il critico letterario palestinese Edward Said sosteneva nel suo saggio del 1984 “Permesso di narrare” è ancora valido: le voci israeliane sono ancora percepite come più accurate e autorevoli quando si tratta di criticare Israele e denunciare i suoi crimini contro i palestinesi.
I giornalisti Romana Rubeo e Ramzy Baroud hanno riportato un esempio emblematico di questo fenomeno su The Palestine Chronicle, quando l’iconica giornalista palestinese Shireen Abu Akleh venne assassinata da Israele nel campo profughi di Jenin, il suo collega Ali al-Samoudi, che aveva assistito all’uccisione ed era rimasto ferito nello stesso attacco, descrisse pubblicamente dal suo letto d’ospedale cosa era successo: che non c’erano stati scontri armati nelle vicinanze, che entrambi i giornalisti indossavano giubbotti stampa chiaramente identificati e che gli spari provenivano direttamente dai soldati israeliani e non da un fuoco incrociato con i combattenti della resistenza palestinese.
Nonostante fosse il testimone oculare più vicino, il suo racconto fu respinto. I funzionari israeliani negarono ogni responsabilità e gran parte dei media europei e statunitensi seguirono l’esempio. Ma in seguito, le indagini delle organizzazioni internazionali – e una riluttante ammissione israeliana – confermarono che la versione dei fatti di al-Samoudi era accurata.
Dare maggiore visibilità e credibilità a un dissidente israeliano rispetto a un palestinese che racconta lo stesso evento rafforza una persistente gerarchia razziale di credibilità. Questo non solo emargina le voci palestinesi, ma indebolisce anche la responsabilità: se la sofferenza dei palestinesi viene presa sul serio solo quando filtrata attraverso le voci israeliane, la giustizia viene ritardata o addirittura negata.
Di conseguenza, Israele viene raramente chiamato a rispondere in modo significativo perché le vittime stesse non sono considerate sufficientemente credibili da innescare conseguenze reali.
Riscrivere i fatti per contenere la colpa
Delegare la responsabilità degli orrori commessi in Palestina esclusivamente a Netanyahu e a pochi altri funziona come un meccanismo di difesa psicologico. Isolando la colpa su un gruppo limitato, le società europee possono prendere le distanze dalla propria complicità e preservare un’immagine di integrità morale.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il processo di denazificazione della Germania si concentrò principalmente sul perseguimento di importanti funzionari nazisti. Il filosofo Karl Jaspers, in “The Question of German Guilt”, sostenne che questa attribuzione selettiva della colpa consentiva ai tedeschi di ricostruire la propria identità nazionale senza confrontarsi con la più ampia colpevolezza politica e morale condivisa dalle istituzioni e dai cittadini comuni.
Jaspers distingueva quattro tipi di colpa: penale, politica, morale e metafisica. Mentre la colpa penale è punibile dalla legge, la colpa politica implica la responsabilità collettiva di una società; la colpa morale si riferisce a fallimenti etici personali e la colpa metafisica implica un più profondo fallimento esistenziale nell’opporsi all’ingiustizia.
Limitando la colpa alla responsabilità penale, Jaspers ha avvertito che le società rischiano di evitare un confronto etico, favorendo così una forma di negazione collettiva.
L’attuale risposta dell’Europa al genocidio dei palestinesi riflette questo stesso schema. L’indignazione pubblica è rivolta a Netanyahu, ma il sostegno politico, economico e istituzionale di lunga data alle politiche israeliane rimane inesplorato. I palestinesi sono emarginati e false narrazioni, come quelle che circondano il 7 ottobre 2023, continuano a essere utilizzate per distogliere l’attenzione e le responsabilità. Questa attribuzione selettiva della colpa esternalizza la colpa e protegge le società europee dal confronto con i propri ruoli.
Dalia Ismail (lei/lei) è un’analista e giornalista indipendente italo-palestinese che si occupa di Palestina, geopolitica e media. Potete trovarla su Instagram e X.
Traduzione a cura di: Nicole Santini
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