Norman Finkelstein: Il piano di Trump non ha alcun nesso con la realtà di Gaza

Il presidente Trump ha reso pubblico un piano di pace per Gaza che pone Gaza sotto il controllo di un Consiglio di Pace presieduto dallo stesso Trump.

Ottobre 2025 – Marc Lamont Hill intervista Norman Finkelstein per Al Jazeera


MARC LAMONT HILL

Il presidente Trump ha reso pubblico un piano di pace per Gaza che pone Gaza sotto il controllo di un Consiglio di Pace presieduto dallo stesso Trump. Alcuni membri della comunità internazionale hanno sollevato riserve sul fatto che tale piano esclude i palestinesi e non offre alcuna prospettiva di sovranità. Quindi, con Netanyahu che dichiara di non volersi ritirare completamente da Gaza, questo accordo non fa altro che consolidare lo status quo o può davvero offrire una vera prospettiva di pace?

Questa settimana su Up Front porrò questa domanda a uno dei più autorevoli studiosi di Israele e Palestina. Norman Finkelstein, grazie mille per essere con me su Up Front.

NORMAN FINKELSTEIN

Be’, grazie di avermi invitato.

MARC LAMONT HILL

Questa settimana il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha reso pubblico quello che definisce un piano di cessate il fuoco per Gaza. Il problema di questa proposta, però, è che è stata redatta senza alcuna partecipazione di Hamas. Non sembra esserci alcuna via verso la creazione di uno Stato palestinese e prevede l’istituzione di un Consiglio di Pace presieduto da Donald Trump per governare Gaza. Come dovremmo valutare la credibilità di questo piano?

NORMAN FINKELSTEIN

Credo che ci siano diversi aspetti da considerare. Innanzitutto, penso che il contesto storico sia importante. A partire da Jimmy Carter, verso la metà degli anni ’70, tutti i presidenti degli Stati Uniti, ad eccezione di Biden e Obama, hanno presentato un piano di pace per il Medio Oriente che avrebbe dovuto portare alla pace tra Israele e Palestina.

Ora, il cosiddetto piano di Trump, direi che tra tutti i piani è di gran lunga il più inconsistente. Già solo dal punto di vista della fattibilità, non fa riferimento ad alcun documento. Tutti gli altri facevano riferimento alle risoluzioni 242 e 338 e a questa o quella risoluzione dell’ONU o a qualche tipo di diritto internazionale. Non c’è nulla. Solo 20 punti. Sono letteralmente solo 20 punti. Non c’è alcun riferimento, nessuna elaborazione, nessuna coerenza, niente di niente. C’è solo una scadenza in 20 punti. Solo una scadenza. Hamas ha 72 ore per accettarlo, altrimenti Trump darà il via libera alla distruzione di Gaza. Non che non sia già stata distrutta, ma lui darà il suo via libera.

Mi sembra che, a parte quella scadenza, sia un progetto destinato a fallire. Non succederà nulla.

Quindi, che dice il Piano? Prima di tutto, dice che Israele potrà decidere se ritirarsi o meno, a seconda che Hamas abbia deposto le armi o meno.

Se guarda il punto 16, se lo ha davanti a lei, il punto 16 è molto chiaro: Israele non deve muoversi di un millimetro se ritiene che Hamas non sia stato disarmato.

Be’, come si fa a dimostrare che Hamas è stato disarmato? C’è un modo per provarlo? Quindi, tutto ciò che Israele deve dire è che Hamas non ha deposto le armi.

Ora, ci sono parti dell’accordo che, in teoria, sembrano meravigliose, come il fatto che le organizzazioni delle Nazioni Unite avranno il permesso di entrare e dovranno disporre come minimo della quantità di aiuti che era stata concessa con il cessate il fuoco iniziato lo scorso 17 gennaio.

Ma poi c’è una clausola. È molto sottile. Dice: “Le organizzazioni delle Nazioni Unite che non sono parziali verso nessuna delle due parti”. Be’, questo esclude l’UNRWA perché sappiamo già che “l’UNRWA è un’organizzazione di Hamas”, è quello che dice Israele. C’è una scadenza. Hamas ha 72 ore per accettare o Trump darà il via libera per decimare Gaza. Non che non sia già stata decimata, ma lui darà il via libera. A parte questo, mi sembra che, a parte quella scadenza, sia un progetto inattuabile. Non succederà nulla.

MARC LAMONT HILL

Perché, secondo la narrativa israeliana, l’ONU stessa non è un’istituzione imparziale, giusto? Allora, qual è un’istituzione imparziale?

NORMAN FINKELSTEIN

Lo so, (ride) lo so bene. Dice che deve essere concordata. Deve essere imparziale, non schierarsi né da una parte né dall’altra. Be’, questo esclude tutte le organizzazioni dell’ONU.

Penso che il risultato finale sia che forse Hamas accetterà e libererà gli ostaggi. È possibile. Non posso prevedere questo genere di cose. Ma non fa alcuna differenza.

Prima di tutto, Israele non vuole che Hamas liberi gli ostaggi. È solo una questione strumentale, dato che gli ostaggi hanno funzionato bene in termini di pubbliche relazioni, perché all’estero la gente non ha idea di cosa stia succedendo.

Quindi, Trump dice: “Be’, perché Hamas non libera semplicemente gli ostaggi? È tutto quello che devono fare.” Ma dal punto di vista pratico, non fa alcuna differenza. Perché

il 7 ottobre è stato una choc per Israele, non c’è dubbio, nessuno dovrebbe fingere che Israele fosse dietro a tutto questo, che sia stato una macchinazione. È stata una crisi reale e per loro è stata una vera calamità, non c’è dubbio.

Ma le persone al potere sono molto ciniche, come ben sa. E dopo aver versato qualche lacrima amara, si fregano le mani in trepida attesa. Cosa possiamo ricavarne? E per Israele questa è stata una manna dal cielo. Il 7 ottobre è stata una manna dal cielo,

non una semplice opportunità, un cliché, sa, tipo che ogni crisi rappresenta un’opportunità.

È stata una manna dal cielo perché stavano cercando di capire come risolvere la questione palestinese. E se si guarda alla storia dal 1967 in poi, hanno sempre cercato delle opportunità. “Quando potremo procedere all’espulsione?” E sembrava che non potesse accadere.

MARC LAMONT HILL

Mi permetta di chiederle, l’obiettivo finale è il consolidamento del potere degli Stati Uniti e di Israele in Medio Oriente?

NORMAN FINKELSTEIN

No, no, no, no… l’obiettivo finale è lo stesso gioco che dura dall’8 ottobre. È lo stesso gioco. Una delle cose che ho trovato molto sorprendente è che ho appena letto il rapporto della Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite presieduta da Navi Pillay, in cui si conclude che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza.

Per provare la fondatezza dell’accusa di genocidio, bisogna dimostrare l’intenzionalità, che abbiano l’intenzione di farlo. E vengono citate tutte le dichiarazioni fatte da alti funzionari israeliani subito dopo il 7 ottobre. E sa qual è stata la cosa più sorprendente?

I funzionari israeliani hanno detto: “Ridurremo Gaza in macerie”. Queste le parole che hanno usato: “Ridurremo Gaza in macerie. Non ci sono civili a Gaza. Tutti, tutti sono Hamas” e quel genere di cose.

E qual è stata la giustificazione ufficiale all’epoca? La giustificazione è stata che l’hanno detto nella foga del momento. Erano traumatizzati. Erano scioccati. Erano indignati. Ma indovini un po’? Sa cosa è successo nei due anni successivi? Esattamente quello che avevano detto. Hanno ridotto Gaza in macerie. Non hanno fatto distinzione tra combattenti e civili. Hanno ridotto la popolazione non solo alla fame, ma alla carestia. Almeno un quarto della popolazione, mentre parliamo, vive in condizioni di carestia. Hanno colpito duramente e rapidamente, facendo quello che l’8 ottobre avevano detto che avrebbero fatto. Ovviamente a volte ci sono dei condizionamenti politici che ti costringono ad adeguare il tuo programma…

MARC LAMONT HILL

Giusto, ma fondamentalmente senza cambiarlo.

NORMAN FINKELSTEIN

… ma non ad abbandonarlo, a cambiarlo… o a scartarlo del tutto.

MARC LAMONT HILL

Quindi, questo piano va in questa direzione? Voglio dire, c’è qualcosa in questo piano che dia anche solo un minimo di sollievo al popolo palestinese, vista la fame, vista la mancanza di accesso alle risorse, visto tutto ciò che abbiamo visto negli ultimi due anni di genocidio? Il piano offre qualche possibilità?

NORMAN FINKELSTEIN

Be’, questo dipende molto da Trump. Se rilasciano gli ostaggi, penso che probabilmente… la mia ipotesi è che ci sarà un periodo temporaneo come quello che c’è stato durante il cessate il fuoco. Ma poi Israele troverà una scusa, un pretesto, non è difficile inventare un pretesto, oppure dirà semplicemente “Hamas non ha deposto le armi, abbiamo dato loro la possibilità di deporre le armi”. E riprenderanno da dove avevano interrotto, come hanno fatto il 18 marzo di quest’anno. Quindi, suppongo che se Hamas rilascerà gli ostaggi, ci potrebbe essere un periodo di tregua, ma non lo dico con gioia e non lo dico perché mi sono intestardito, lo dico perché è quello che dimostrano i fatti. Israele non si lascerà sfuggire questa opportunità. Quindi andranno avanti, è stata una manna dal cielo e non se la lasceranno sfuggire.

MARC LAMONT HILL

Molti israeliani, compresi alcuni membri del governo Netanyahu, hanno rifiutato anche questo accordo. E sembrano voler continuare il genocidio a pieno ritmo.

NORMAN FINKELSTEIN

Tutti vogliono proseguire il genocidio a pieno ritmo.

MARC LAMONT HILL

E che mi dice della società israeliana?

NORMAN FINKELSTEIN

Penso che la società israeliana, lo dico da molti anni, penso che sia… una società alienata. Si cerca di ignorare questo fatto. Prendiamo qualcuno come Bernie Sanders, ha iniziato male nei primi due mesi di Gaza e poi è diventato piuttosto lucido. Non ho avuto molti dissensi con lui, tranne per una cosa: continuava a dire che il problema è Netanyahu. Sì, diceva che il problema è Netanyahu. Non è vero.

Anche Netanyahu lo ha sottolineato nel suo discorso alle Nazioni Unite. Ha detto: “Tutti mi accusano di non volere uno Stato palestinese”, ha detto nel discorso alle Nazioni Unite. Ma ha aggiunto: “La sapete una cosa? La settimana scorsa,” la settimana scorsa, ha detto, “c’è stata una votazione alla Knesset per decidere se opporsi o appoggiare uno Stato palestinese”, ha detto. “Ci sono 120 membri alla Knesset. Sapete quanti sono favorevoli allo Stato palestinese?” e ha riferito il dato corretto: “Nove. Oltre il 90% è d’accordo con me. Il problema non sono io. Su questo siamo tutti d’accordo”.

È vero. La società israeliana… un sondaggio condotto probabilmente quattro o cinque mesi fa ha rivelato che il 47% degli ebrei israeliani, il 47%, è favorevole al genocidio a Gaza. Non era una domanda ambigua. Si potrebbe dire che il termine “genocidio” può avere molti significati. No, è stata posta loro una domanda molto semplice: “Quando l’IDF, le Forze di Difesa Israeliane, entrano in una città, dovrebbero uccidere tutti gli abitanti?” Questa è stata letteralmente la domanda che è stata loro posta. “Dovremmo uccidere tutti gli abitanti della città?” Il 47% ha risposto “sì”.

MARC LAMONT HILL

È un numero da mozzafiato.

NORMAN FINKELSTEIN

Poi, qualche settimana dopo, è stata posta un’atra domanda, perché gli israeliani sono il popolo più intervistato al mondo. Quindi, qualche settimana dopo quel 47%, è stata posta un’altra domanda alla società israeliana in generale: “Ci sono innocenti a Gaza?” Ci sono innocenti, a Gaza… il 62% ha risposto ”no”. E se si esclude il 20% degli israeliani che non sono ebrei, la percentuale sale al 70%.

MARC LAMONT HILL

Però!

NORMAN FINKELSTEIN

Mettiamo che a Gaza non ci siano innocenti, a partire dai neonati. Nessun innocente a Gaza.

Ma se legge l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite che ho citato, gran parte del rapporto è dedicato agli attacchi israeliani contro i bambini. Sono diverse pagine molto dolorose da leggere quelle degli attacchi contro i bambini. Mirano alla testa e al torace dei bambini. Al cranio e al torace. Il rapporto dice che mirano… uso le loro parole. “Prendono di mira i bambini piccoli.” Prendono di mira i bambini piccoli. È un dato esatto. E ti viene uno sguardo disgustato in faccia, come a qualsiasi essere umano normale. Sa, leggere cose del genere è, come direbbe Oprah, “molto difficile accettare anche solo l’idea”. No, è davvero molto difficile. Non solo perché sono ebreo, ma perché sono umano. È semplicemente molto difficile.

Ma poi ti potresti dire, ok, probabilmente è un’esagerazione, quali sono le fonti e tutto il resto. Ma solo pochi mesi fa, un leader dell’opposizione in Israele, l’opposizione ebraica, ha detto: “I nostri soldati uccidono bambini per hobby”. Per hobby, capisce? Sì, per hobby. Non è un progetto del governo. Il genocidio è un progetto nazionale.

MARC LAMONT HILL

Vorrei approfondire questo pensiero, perché da un lato abbiamo questa storia che mi racconta e poi di recente Netanyahu ha presentato delle scuse, fatto molto raro, per l’attacco israeliano a Doha che ha ucciso un funzionario della sicurezza e violato, ovviamente, la sovranità dello Stato. Alla luce di questa storia di cui mi parla, considerando il palese disprezzo di Israele per il diritto internazionale e gli appelli di, voglio dire, così tante nazioni, non solo in Medio Oriente ma in tutto il mondo dopo che questo è successo…. si tratta di uno sviluppo significativo? È una finta o è solo… c’è qualcos’altro sotto?

NORMAN FINKELSTEIN

Credo che quello che è successo abbia a che vedere… come lei sa, i sauditi, immediatamente prima del 7 ottobre, erano d’accordo per far parte dei cosiddetti “Accordi di Abramo””.

MARC LAMONT HILL

Sì.

NORMAN FINKELSTEIN

E volevano far parte degli Accordi di Abramo per una ragione molto semplice. Temevano quello che viene definito “l’asse della resistenza” a guida iraniana. E pensavano che israeliani e americani potessero togliere loro le castagne dal fuoco, in caso di conflitto con il cosiddetto “asse di resistenza”.

Da allora, ci sono stati due sviluppi. Sviluppo numero uno: “l’asse della resistenza” è crollato. Hezbollah non è più un elemento chiave. L’Iran è stato costretto a subire dei consistenti attacchi da parte di Israele e degli Stati Uniti e non è stato in grado di dare una risposta efficace. Per cui l’interesse dell’Arabia Saudita a fare parte degli Accordi di Abramo è un po’ diminuito. “L’asse della resistenza” non ha dato prova di essere così minaccioso come si sarebbe potuto pensare.

Ma poi c’è stato un secondo sviluppo. Israele continuava a colpire come una specie di Gengis Khan, attaccando la Siria, il Libano, lo Yemen, il Qatar…. ne ho tralasciato uno…l’Iraq, ha attaccato l’Iraq. Per cui i sauditi hanno cominciato a ripensarci: “E’ così che Israele ci tratterà, come degli schiavi? È questo quello che ci riservano gli Accordi di Abramo, dopo il messaggio che ci stanno mandando “Attaccheremo chi ci pare, dove ci pare e come ci pare, se non seguirete i nostri ordini di marcia. Vi teniamo sotto tiro”?

Secondo me, l’attacco al Qatar è stato un passo più lungo della gamba e Trump è stato costretto a mandare un messaggio a Israele: “Dacci un taglio, perché ci stai rovinando tutto. State agendo in modo così sfacciato che mettete a repentaglio il nostro grande piano per il Medio Oriente.”

Perché, come lei sa, Trump considera i sauditi il fiore all’occhiello, vogliono averli dalla loro parte perché si parla di immobiliare, immobili e denaro. Quindi credo che Netanyahu abbia ricevuto l’ordine di presentare quelle scuse perché Trump non vuole giocarsi il Golfo. E Israele stava agendo in modo troppo sfacciato.

MARC LAMONT HILL

Quindi, visto che dobbiamo concludere, secondo lei, cosa possiamo aspettarci dal futuro immediato?

NORMAN FINKELSTEIN

Non credo di poter fare previsioni. Dirò solo una cosa. Prevedo che Israele non mollerà. Questo non accadrà. Si fa un gran parlare nel piano di Trump, del fatto che si vuole che gli abitanti di Gaza restino lì. Dice: “Vogliamo che restino”. No, Israele non vorrà che restino. “Ricostruiremo Gaza e daremo una nuova vita felice a tutti coloro che resteranno”. Questo non accadrà, non accadrà.

Cosa accadrà, invece? Penso che Israele… Penso che sia d’obbligo una certa chiarezza nell’uso dei termini. L’obbiettivo di Israele è di portare a termine la pulizia etnica a Gaza, quello è il suo scopo.

Per raggiungere questo obiettivo sta ricorrendo a pratiche genocide. Ucciderà quante più persone possibile. Sa, la definizione di genocidio sta nell’intento: distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, religioso o razziale. Per cui stanno usando pratiche genocide e il loro obiettivo rimane quello di compiere una pulizia etnica a Gaza.

MARC LAMONT HILL

Sa, non mi chiedo tanto quale sia il piano di Israele, ma piuttosto quello farà il mondo. Si allineerà? Continuerà a chiudere un occhio? Formerà davvero una coalizione di resistenza? Cosa succederà?

NORMAN FINKELSTEIN

Cercherò di concludere con una nota di speranza. Non perché non voglia discostarmi

dai fatti. I fatti, che siano incoraggianti o meno, sono ciò che conta di più. Ma continuo a pensare che ci siano segnali di speranza. Dirò che una cosa mi ha davvero sorpreso, anche se forse sono solo disperatamente alla ricerca di qualcosa di positivo. C’è stata la decisione della Corte su Mahmud Khalil e gli altri. Il giudice si chiama Young, credo, ed era stato nominato da Reagan. È stato molto duro con Trump. Ha detto che si stanno terrorizzando le persone che cercano di esercitare la loro libertà di parola. E ha aggiunto: “Perché loro non possono esercitare il loro diritto di parola, mentre un gruppo molto più grande che è pro-Israele può farlo?” Ha chiesto: “Perché l’ICE indossa delle maschere?” E ha aggiunto: “Sembra il Ku Klux Klan”.

MARC LAMONT HILL

Però.

NORMAN FINKELSTEIN

Sì, è stato duro.

MARC LAMONT HILL

Questo da speranza.

NORMAN FINKELSTEIN

C’è qualche motivo di speranza? Ovviamente è una domanda giusta e legittima. Prima di tutto, secondo me, dobbiamo partire dalle basi. Non c’è alcun lato positivo in un genocidio. Voglio dire che anche il piano di Trump è completamente avulso dalla realtà. Vogliamo che la popolazione di Gaza rimanga. Rimanga dove?

MARC LAMONT HILL

Esatto.

NORMAN FINKELSTEIN

Per quanto riguarda questo aspetto, due mesi fa il 92% delle abitazioni di Gaza era andato distrutto. Questo prima della demolizione di Rafa e prima della demolizione della città di Gaza. Ora deve essere andato distrutto il 95% delle abitazioni di Gaza.

MARC LAMONT HILL

Infatti.

NORMAN FINKELSTEIN

Il 95%… gli ospedali… il 70% sono stati distrutti. Quindi, dove stare? Due mesi fa si stimava che a Gaza ci fossero 50 milioni di tonnellate di macerie. Si stimava che ci sarebbe voluto fino al 2050 solo per ripulire le macerie, perché sono mescolate a ordigni inesplosi e sostanze chimiche tossiche come l’amianto. Ci vorrebbero 100 camion al giorno, e ci vorrà fino al 2050 per ripulire tutto. Il 2050. Ora, dopo la distruzione di Rafa e Gaza, ci saranno almeno 60 milioni di tonnellate di macerie.(3) Quindi, non c’è alcun nesso tra la realtà di ciò che è stato perpetrato a Gaza negli ultimi due anni e questo piano. “Vogliamo che tutti restino, ma ovviamente voi volete andarvene. Vi aiuteremo a trasferirvi altrove.”

MARC LAMONT HILL

Non sembra che ci siano ragioni di sperare.

NORMAN FINKELSTEIN

No, non vedo motivi di speranza. Mi è capitato di leggere… Vorrei solo vedere se riesco a trovarla, è una bella frase… di Abraham Lincoln, dal suo secondo discorso annuale al Congresso: “Non possiamo sfuggire alla storia. Essa ci condannerà all’onore o al disonore davanti alle generazioni future”. Non possiamo sfuggire al giudizio della storia.

Quindi ne traggo il minimo indispensabile e riconosco che non salva nessuna vita, ma almeno possiamo preservare la testimonianza storica ed è ciò che molte persone stanno facendo e questo per me è già qualcosa. Non salverà nessuna vita, lo riconosco. Ma almeno preserverà la verità.

MARC LAMONT HILL

Vero.

NORMAN FINKELSTEIN

E questo è quello che faccio anch’io.

MARC LAMONT HILL

Norman Finkelstein, grazie molte di averci raggiunti qui ad Up Front.

NORMAN FINKELSTEIN

Grazie a voi di avermi invitato.

Traduzione a cura di: Leila Buongiorno
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NOTE

(1) Norman Finkelstein, storico, politologo e attivista statunitense.

Figlio di sopravvissuti ebrei del ghetto di Varsavia e poi del campo di concentramento di Auschwitz.

Ha compiuto i suoi studi alla Birmingham University di New York, poi all‘École Pratique des Hautes Études di Parigi, conseguendo infine un dottorato in Scienze Politiche all’Università di Princeton. I suoi principali campi di interesse sono l’Olocausto e il conflitto arabo-israeliano.

Finkelstein ha ottenuto notorietà nel 2000 con la pubblicazione del suo libro L’industria dell’Olocausto (The Holocaust Industry) in cui sostiene che alcuni sfruttano la memoria dell’Olocausto come “arma ideologica“per garantire a Israele  “l’immunità dalle critiche“. Notoriamente critico nei confronti di Israele, gli è stato proibito l’ingresso nel paese nel 2008, con un divieto di dieci anni. Ha etichettato Israele come “Stato suprematista ebraico“, accusandolo di perpetrare l’apartheid contro i palestinesi. Nei suoi scritti, ricorrendo a narrazioni personali, traccia un parallelo tra le sofferenze dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana e gli orrori nazisti. L’ultimo libro di Finkelstein su Palestina e Israele, pubblicato nel 2018, è Gaza: An Inquest into its Martyrdom (Gaza: inchiesta sul suo martirio).

(2)Navi Pillay

Navi Pillay è un’eminente avvocata internazionale sudafricana che nel corso della sua pluridecennale carriera ha partecipato alla lotta contro l’apartheid e promosso la parità di genere. Ha ricoperto il ruolo di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e di giudice presso il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, oltre ad altre cariche influenti. In un’intervista, Pillay ha sottolineato che le altre nazioni, compresi gli Stati Uniti, hanno l’obbligo di fermare la guerra a Gaza.

“Questo conflitto è molto diverso dagli altri conflitti che ho vissuto”, ha affermato Pillay. “In genere, le persone riescono a fuggire nei paesi confinanti e trovano rifugio. Qui abbiamo un sistema molto crudele, chiamato la prigione di Gaza, da cui non possono uscire”.

(3) A proposito di questo progetto della ripulitura delle macerie, Francesca Albanese riferisce, a proposito della complicità interessata di molti paesi nel genocidio dei palestinesi, che una ditta danese ha avuto un contratto miliardario per realizzare solo la spianatura di quella che è stata Gaza. Solo uno tra i tanti interessi di quasi tutti i paesi, per cui nonostante la guerra costosissima, i valori della borsa in Israele sono schizzati alle stelle.

Francesca Albanese “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”,

https://docs.un.org/es/A/HRC/59/23