La caccia alle streghe in Italia contro Francesca Albanese rivela la paura della verità

Voci come quella della Relatrice Speciale, che turbano lo status quo svelando verità scomode sul coinvolgimento di aziende e politici italiani nella distruzione di Gaza, rappresentano una minaccia che deve essere contrastata.

Fonte: English version

Di Shady Hamadi – 26 novembre 2025

“Signora Albanese, lei è una strega!”. Questo è ciò che ha gridato il rappresentante di Israele alle Nazioni Unite, Danny Danon, qualche settimana fa, dopo che Francesca Albanese ha presentato l’ennesimo rapporto sull’Industria del Genocidio a Gaza, che ha evidenziato la Complicità di diversi Paesi, tra cui alcuni europei.

Mentre ci siamo abituati agli attacchi senza ritegno contro Francesca Albanese, in particolare da parte di Israele, mai basati su prove concrete, ciò che è passato quasi inosservato è stata la reazione al rapporto del rappresentante italiano alle Nazioni Unite, Maurizio Massari. Ha dichiarato che “il rapporto presentato oggi dalla Relatrice Speciale Albanese è del tutto privo di credibilità e imparzialità”.

Anche lui ha evitato di affrontare la sostanza delle accuse sulla Complicità europea nel Massacro dei palestinesi. E seguendo una prassi ormai consolidata tra molti politici e giornalisti italiani di ogni schieramento politico, Massari ha accusato Albanese di non essere “imparziale”.

Un’affermazione azzardata da parte di Massari, che certamente non è rimasto “imparziale” come ambasciatore italiano in Egitto dopo l’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, torturato a morte in una prigione egiziana. Di fronte all’ingiustizia dell’omicidio, ha giustamente sostenuto la ricerca della verità.

Oggi, tuttavia, riecheggia l’atteggiamento di gran parte della classe politica italiana, che tratta Albanese come il nemico perfetto che il populismo italiano deve sconfiggere.

La mancanza di dibattito politico

Il livello di tossicità del dibattito su Albanese è fin troppo evidente tra i media e gli esperti politici italiani. A Firenze, durante un comizio elettorale di ottobre, il vicepremier Matteo Salvini, secondo in comando della Premier Giorgia Meloni, ha gridato dal palco che Albanese avrebbe dovuto “prendere una piccola barca da Livorno, creare la propria flottiglia, ma non essere così tediosa”.

Ha aggiunto: “Spero che l’ONU la licenzi domani mattina, perché non mi rappresenta e non rappresenta voi”.

Un altro esempio recente e scandaloso è stato quando il conduttore televisivo Giovanni Floris ha scherzato con l’editorialista Massimo Gramellini (uno dei giornalisti italiani più in vista) sul fatto che la Relatrice delle Nazioni Unite “si comporta in modo un po’ superiore e risulta sgradevole”. Il loro ragionamento? Francesca Albanese “si comporta come una maestra”.

Certamente, come dimostrato, i commenti su Francesca Albanese sono spesso di genere, al punto che anche quando sono più empatici, i giornalisti ricorrono a descriverne l’aspetto fisico. Ma la caccia alle streghe contro di lei ha anche dimostrato che quando si tratta di un’analisi politica seria, l’Italia è ancora molto indietro.

Infatti, il nostro dibattito pubblico nazionale sembra preferire slogan volgari, cliché islamofobi e la riduzione dell’Occupazione israeliana della Palestina a una partita di calcio che coinvolge due squadre alla pari.

In realtà, la cultura del dibattito politico in Italia si è deteriorata a partire dagli anni ’90, con la fine dei partiti politici di massa. E il caso di Francesca Albanese ne ha dimostrato il declino odierno.

Persino alcune delle cosiddette “voci illuminate” hanno contribuito al clima attuale. Corrado Augias, ad esempio, uno degli intellettuali italiani più stimati, ha commentato in un’intervista riguardo ad Francesca Albanese: “Avremmo potuto fare a meno di lei, posso dirlo?”.

Le sue parole rivelano anche una Malesia nazionale: siamo ancora dipendenti da vecchi commentatori polverosi che operano in contesti obsoleti come i confini Sykes-Picot (accordo sull’Asia Minore).

“Traditrice”

Voci come quella della Relatrice Speciale, che turbano lo status quo svelando verità scomode sul coinvolgimento di aziende e politici italiani nella distruzione di Gaza, rappresentano una minaccia che deve essere contrastata.

Sullo sfondo di una retorica di estrema destra propagandata dal governo Meloni, questo viene presentato come un attacco alla “nazione” che deve essere rispettata, pertanto le azioni di Albanese possono essere trattate come un tradimento alla “Patria”.

Anche contro di lei vengono mosse accuse di negazionismo dell’Olocausto, persino dalla stessa Meloni, che rimane fedele al neofascista Movimento Sociale Italiano (MSI).

Descritti in contrapposizione alla sopravvissuta italiana all’Olocausto Liliana Segre, questi attacchi diffamatori rafforzano l’incapacità, o la riluttanza, dell’Italia di presentare la solidarietà con il popolo ebraico contro l’antisemitismo come perfettamente compatibile con la fede e il sostegno alla liberazione dei palestinesi.

Che, in quanto cittadina italiana, Francesca Albanese stia subendo una campagna internazionale di persecuzione, guidata da Israele, passa quasi inosservato in Italia. È stata sanzionata dagli Stati Uniti, riceve minacce di morte in tutto il mondo e viene insultata quotidianamente dai media e dai politici del suo Paese.

Il vecchio detto italiano, secondo cui non si è mai profeti in Patria, suona vero.

Chiaramente, qui in Italia preferiamo schierarci con chi fa il bullo, da qui l’amicizia dichiarata di Meloni con Donald Trump. Il ricorso regolare alla calunnia, all’isolamento e all’esilio nei confronti di alcune delle menti più brillanti come Francesca Albanese non sorprende quindi. È molto più facile che guardare uno specchio e riconoscere la profonda crisi politica che esiste nel nostro Paese.

Dovrei essere tra i milioni di persone che affermano, come italiano, di essere orgoglioso di Francesca Albanese e di tutte le ingiustizie che ha giustamente affrontato, mettendo a serio rischio la sua vita e la sua libertà.

Shady Hamadi è uno scrittore italo-siriano e autore di una trilogia che esplora la storia siriana e la sua famiglia, tutti pubblicati in italiano. È anche editorialista fisso di Ilfattoquotidiano.it.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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