Meno Gesù, più Gengis Khan: come Netanyahu vede il ruolo di Israele nel mondo

Le analogie storiche del Primo Ministro tradiscono una propensione per la guerra eterna e l’aggressione barbarica, una visione del mondo che ora si riflette nella politica regionale di Israele.

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Immagine di copertina: Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu visita una base militare vicino alla città di Jenin, nella Cisgiordania occupata, il 4 luglio 2023. (Shir Torem/Flash90)

Di Meron Rapoport – 31 marzo 2026

La prima conferenza stampa in lingua inglese di Benjamin Netanyahu dall’inizio della guerra con l’Iran, tenutasi all’inizio di questo mese a Gerusalemme, sarà ricordata meno per gli aggiornamenti forniti sui progressi della campagna militare israeliana che per le sue dichiarazioni su due figure storiche apparentemente diverse: Gesù Cristo e Gengis Khan.

“La storia dimostra che, purtroppo e infelicemente, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan”, ha affermato il Primo Ministro, citando lo storico americano Will Durant. “Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male prevarrà sul bene. L’aggressività prevarrà sulla moderazione”.

“Le democrazie guidate dagli Stati Uniti devono riaffermare la loro volontà di difendersi e di opporsi ai loro nemici”, ha continuato, “prima che il suono stridente del pericolo le svegli, e le svegli troppo tardi”.

La reazione è stata immediata, anche da parte di diversi commentatori americani di destra e sostenitori del Presidente statunitense Donald Trump. Con figure di spicco del movimento MAGA (Rendere l’America dì Nuovo Grande) come Tucker Carlson e altri che già dipingevano Netanyahu come colui che aveva trascinato gli Stati Uniti in una guerra contro i propri interessi, l’ultima cosa di cui aveva bisogno era insultare la base evangelica del Partito Repubblicano.

Quindi, come spesso accade, Netanyahu ha dovuto correggere le sue affermazioni. “Vorrei essere chiaro: non ho denigrato Gesù Cristo durante la conferenza stampa di questa sera”, ha poi scritto su X. “Una civiltà moralmente superiore può comunque soccombere a un nemico spietato se non ha il potere di difendersi. Non intendevo offendere nessuno”.

È vero, Netanyahu non ha denigrato Gesù. Anzi, lo ha posto dalla parte del bene. Ma è altrettanto chiaro che, dovendo scegliere tra Gesù, che comanda di porgere l’altra guancia, e Gengis Khan, che incute terrore nei suoi nemici e distrugge chi non si sottomette, Netanyahu sceglierà sempre quest’ultimo.

Non c’è nulla di casuale nelle analogie e negli esempi che il Primo Ministro israeliano trae dalla storia. Figlio di uno storico, Netanyahu testimonia che la lettura e lo studio della storia sono al centro della sua vita, fornendogli la bussola per le sue decisioni. Nella sua autobiografia del 2022, “Bibi: La Mia Storia”, racconta di aver consigliato a un giovane americano quali tre materie studiare all’università: “Storia, storia e ancora storia”.

Il fatto che Netanyahu abbia spesso dovuto “chiarire” le sue affermazioni non trasforma le sue dichiarazioni storiche in lapsus. Al contrario: testimoniano in modo diretto come egli percepisce la storia e il corso d’azione che ne deriva.

Gengis Khan è l’incarnazione dell’idea che la forza fa la legge, un simbolo senza tempo dell’uso spietato della violenza come metodo di guerra, della distruzione di intere città e dell’esecuzione di massa dei loro abitanti. L’esempio più famoso è in realtà legato a suo nipote, Hulagu Khan, che distrusse Baghdad nel 1258, all’epoca una delle città più magnifiche del mondo, demolendo palazzi, moschee e chiese e costruendo piramidi con i teschi di centinaia di migliaia di abitanti massacrati.

Affermando che il corso della storia è dettato da coloro che emulano Gengis Khan, rappresentante della barbarie, e non Gesù, rappresentante della moralità, Netanyahu rivela la sua visione del mondo. “I deboli crollano, vengono Massacrati e Cancellati dalla storia, mentre i forti, nel bene o nel male, sopravvivono”, dichiarò Netanyahu nell’agosto del 2018. “I forti sono rispettati, si stringono alleanze con i forti e, alla fine, si fa la pace con i forti”.

Gengis Khan non ha lasciato una dottrina scritta, ma queste parole non sembrano lontane dallo spirito del condottiero mongolo.

Armato fino ai denti e pronto per la battaglia

Le dichiarazioni di Netanyahu su Gengis Khan e Gesù giungono a pochi mesi di distanza da un’altra controversa analogia storica. In una conferenza del Ministero delle Finanze lo scorso settembre, aveva affermato che Israele non aveva “altra scelta” se non quella di diventare una “Super-Sparta”, ovvero di raggiungere l’autosufficienza economica e militare di fronte al crescente isolamento internazionale.

L’antica Sparta, almeno secondo l’immagine storica popolare, era una società interamente dedita all’esercito e impegnata in una guerra costante. Netanyahu ha parlato di una “Super-Sparta”, una versione moderna e sofisticata, anche se, come nel caso di Gengis Khan, si è affrettato a correggere le sue affermazioni dopo la reazione negativa del mercato azionario alla sua visione spartana, spiegando di aver inteso solo l’industria militare che Israele avrebbe dovuto sviluppare autonomamente.

Un Israele armato fino ai denti e sempre pronto alla battaglia è la visione di Netanyahu dello Stato. Ma la questione non è solo cosa le scelte di Netanyahu in fatto di immagini storiche rivelino sul suo mondo interiore. Il problema fondamentale è che ha trasformato la sua visione del mondo in politica, adottando il modello spartano della guerra eterna e quello di Gengis Khan dell’annientamento totale come unica via d’azione politica e militare.

Questa visione, ovviamente, non è solo di Netanyahu. La stragrande maggioranza dell’opinione pubblica ebraico-israeliana si è abituata all’idea che la guerra sia il loro destino, una visione che Netanyahu ha contribuito in modo significativo a instillare.

Più di dieci anni fa, ha escluso dal tavolo l’opzione dei negoziati diplomatici con i palestinesi come via per raggiungere qualsiasi forma di stabilità, per non parlare di un accordo di pace o di una riconciliazione. E soprattutto dal 7 ottobre 2023, ha affinato la convinzione che l’unico linguaggio con cui Israele può parlare al resto del Medio Oriente sia la forza: a Gaza, in Libano, nello Yemen, in Iran e persino in Qatar.

Prima ancora di dare l’ordine di bombardare l’Iran alla fine di febbraio, aveva già individuato il prossimo nemico: la Turchia e l’emergente “Asse Sunnita”. Questa è la traduzione del concetto spartano in politica. 

Anche l’esercito ha pienamente adottato la posizione di Netanyahu. Nel maggio 2024, alcune fonti riportavano che l’allora Capo di Stato Maggiore Herzi Halevi aveva avvertito che, in assenza di un orizzonte politico a Gaza, l’esercito avrebbe dovuto continuare a combattere a tempo indeterminato. Ora, tuttavia, sembra che l’attuale Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir non sollevi nemmeno la questione di un obiettivo politico, che sia a Gaza, in Iran o in Libano, e parla di una guerra che continuerà “a lungo”. Come ha avvertito l’accademico israeliano Yagil Levy, l’esercito è diventato dipendente dall’uso della forza letale come parte di una Dottrina di deterrenza infinita, vista come l’unico modo per “gestire” i propri vicini.

Questa mentalità spartana si riflette anche nella reazione negativa contro chiunque osi criticare l’attuale guerra con l’Iran: chiunque affermi di essere stanco della guerra e di stare rinchiuso nei rifugi, che sia impossibile raggiungere gli obiettivi dichiarati del conflitto, come rovesciare il Regime di Teheran, o che non esista una “strategia di uscita”.

Per l’accademico israeliano Yuval Elbashan, tutt’altro che una figura di estrema destra, gli israeliani che chiedono la fine della guerra mostrano la “moralità dei turisti”: coloro per i quali lo Stato non è un destino condiviso ma un contratto di servizio, e che vogliono abbandonare la “finestra di opportunità storica per schiacciare e smembrare il serpente iraniano” pur di riappropriarsi della propria “normalità”.

“Credo sia un grave errore criticare il governo per il semplice fatto che ci sia una guerra. Il fatto che ci sia una guerra è un merito, non un difetto”, ha scritto Elad Nachshon, ricercatore presso l’Istituto per lo Studio di Israele e del Sionismo dell’Università Ben-Gurion, in un post su Facebook. “È ridicolo pretendere che renda pubblici i suoi piani militari e politici, e non c’è bisogno di spiegarne il motivo”.

Esportare il “Modello Gaza”

L’allusione a Sparta giustifica la guerra costante come unica, e persino preferibile, via di sopravvivenza in Medio Oriente. Ma il modo in cui questa guerra viene condotta ci riporta a Gengis Khan.

La Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che Israele ha plausibilmente violato la Convenzione sul Genocidio a Gaza. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant con l’accusa di Crimini di Guerra e Crimini Contro l’Umanità. E secondo la banca dati dei servizi di informazione dell’esercito israeliano, circa l’83% delle vittime a Gaza erano civili. Ma mi sembra che ciò che avvicina Israele all’emulazione di Gengis Khan sia l’uso della fame come tattica militare, il dichiarato tentativo di attuare una Pulizia Etnica su vasta scala e la distruzione sistematica di città, paesi e villaggi per impedire ai palestinesi di tornare alle proprie case.

Se si dovesse pensare a un singolo simbolo di questa campagna, il nome che viene subito in mente è quello di Avraham Zarviv, un operatore di bulldozer noto come il “Demolitore di Jabalia”, che si vantava pubblicamente di radere al suolo 50 edifici a settimana. In una recente intervista, Zarviv ha raccontato di aver incontrato Zamir a Gaza, il quale lo rimproverò severamente. “Non dire che stai distruggendo case”, ha citato Zarviv, riportando le parole del Capo di Stato Maggiore dell’esercito. “Dì che stai distruggendo infrastrutture terroristiche”.

Si potrebbe quasi dire che, invece di vantarsi di aver raso al suolo i palazzi di Baghdad, Gengis Khan avrebbe potuto semplicemente affermare di star “distruggendo le infrastrutture del terrorismo”.

Ora, sembra che Israele stia trapiantando questa politica in stile Gengis Khan in Libano. “Alla luce dello straordinario successo ottenuto a Gaza, il giornale ‘La Nuova Realtà’ arriva in Libano”, si leggeva nei volantini lanciati dall’esercito israeliano su Beirut all’inizio di questo mese. “Tutte le case nei villaggi libanesi vicino al confine saranno distrutte, secondo il modello di Rafah e Beit Hanoun a Gaza”, ha promesso oggi il Ministro della Difesa Israel Katz, affermando che a oltre 600.000 residenti libanesi fuggiti dalle loro case nel Sud del Paese sarà vietato il ritorno fino a quando non sarà garantita la “sicurezza” per i cittadini israeliani.

Teheran, una città di 10 milioni di abitanti, sarebbe difficile da radere al suolo sia dall’aria che da terra. Eppure Israele sta impiegando una violenza straordinaria contro infrastrutture civili come impianti petroliferi e strutture sanitarie, in una guerra premeditata che viola chiaramente il Diritto Internazionale.

In Israele si è radicata una mentalità secondo cui, per raggiungere un senso di sicurezza, è legittimo smantellare un Paese di 90 milioni di abitanti. In altre parole, anche se non può sottomettere l’intero Medio Oriente, può distruggere e sabotare. Israele è diventato un agente del caos.

“La Dottrina Dahiyeh viene applicata a Teheran”, ha affermato di recente Ali Alizadeh, analista politico e giornalista iraniano residente a Londra, nel programma radio Web (podcast) Makdisi Street, riferendosi alla Dottrina dell’uso sproporzionato della forza nelle aree civili, sviluppata da Israele nei sobborghi meridionali di Beirut durante la Seconda Guerra del Libano. Gli Stati Uniti, ha sostenuto Alizadeh, sono disposti a consegnare il Medio Oriente a Israele, ma Israele non può essere egemone nella Regione perché è disprezzato da tutti.

“Ecco perché ho inventato il concetto di negemonia, egemonia negativa”, ha sostenuto Alizadeh. “Israele sarà l’egemonia negativa della Regione: incapace di imporre alcun ordine regionale, ma in grado di sabotare l’ordine in qualsiasi Paese. Può trasformare l’Asia Occidentale in una terra desolata per i prossimi 30 anni”, proprio la Regione in cui i cavalieri di Gengis Khan cavalcarono 800 anni fa, distruggendo tutto ciò che incontravano sul loro cammino.

Sparta e Gengis Khan vanno di pari passo. Entrambi i modelli si basano sulla forza come unico strumento e ignorano le considerazioni morali. Ma, come ha osservato il giornalista giordano Ihsan Al-Faqih, “Ciò che Netanyahu ha trascurato in questo paragone ingiusto tra Gengis Khan e Gesù è che l’Impero di Gengis Khan è svanito, diventando un mero ricordo, mentre l’etica di Cristo è perdurata nei secoli”.

Quanto a Netanyahu, ricercato per Crimini di Guerra e per aver seminato distruzione e morte in tutto il Medio Oriente, probabilmente verrà ricordato come Gengis Khan, di certo non come Gesù.

Meron Rapoport è un redattore di Local Call.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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