Dal sacro al profano, l’immaginario militare permea la sfera pubblica israeliana, plasmando la nostra immaginazione, i nostri desideri e la nostra identità collettiva.
Fonte: English version
Immagine di copertina. murales a Tel Avivi con una giovane ragazza che abbraccia un soldato – Luglio 2025 – Chaim Goldberg -Flash 909
Di Nissi Peli – 10 aprile 2026
A un certo punto, alle scuole medie, nella mia mente si formò una strana fantasia: desideravo morire eroicamente come soldato combattente nell’esercito israeliano, che la mia foto fosse appesa nei corridoi della scuola come quella del primo soldato caduto e che ogni anno, nel Giorno della Memoria, venisse compianta.
Quando terminai le superiori, la mia coscienza politica aveva iniziato a delinearsi. Ciononostante, mi aggrappavo al credo Sionista liberale secondo cui avrei potuto essere un bravo soldato, moralmente integro, e cambiare il sistema dall’interno. Quando fui chiamata alle armi nel corpo corazzato, mi resi subito conto dell’impossibilità di tale posizione e, dopo diversi mesi, ottenni un’esenzione medica.
Per alcuni anni dopo aver lasciato l’esercito, ho avuto incubi ricorrenti sul dover essere richiamato alle armi. In un sogno particolarmente vivido, quando avevo vent’anni e vivevo a Berlino, guardai fuori dalla finestra e vidi tutta la mia classe delle elementari, con tanto di maestra, in piedi sotto di me. Urlavano che la mia esenzione era stata revocata e che dovevo tornare subito con loro per arruolarmi, perché era scoppiata la guerra.
La società israeliana contemporanea è caratterizzata da un ipermilitarismo. Questa forma di militarismo non è semplicemente una filosofia politica: è uno stato d’animo che struttura profondamente il sé, plasmando la nostra immaginazione, i nostri pensieri, i nostri desideri, le nostre relazioni e il nostro senso di appartenenza collettiva come israeliani. Quasi tutto viene percepito e compreso in termini, valori e immagini militari, mentre uno stato di emergenza permanente e la guerra diventano l’ordine naturale.
Questa ideologia attraversa tutto lo spettro israeliano, dal militarismo spirituale e teologico dei giovani delle zone collinari e dei coloni religiosi, al militarismo laico e liberale che prevale tra la borghesia israeliana. In quasi ogni fase della vita, gli israeliani vedono se stessi e chi li circonda attraverso una lente militare: come aspiranti soldati (prima come giovani in preparazione al servizio militare e poi come potenziali riservisti), soldati in servizio attivo o ex soldati.

A destra: una campagna del 2022 dell’organizzazione no-profit “Un vero israeliano non elude la leva”. La parola Mishtamet (renitente alla leva) ha una particolare connotazione dispregiativa in ebraico. Il manifesto della campagna mostra la mano di una persona anziana con un tatuaggio di Auschwitz, che stringe una piastrina militare, insieme al testo: “Sappi da dove vieni e dove stai andando”. (Screenshot)
Anche coloro che non si arruolano, o che vengono esentati dal servizio di riserva in età adulta, sono percepiti in relazione all’esercito e trattati come emarginati dalla maggior parte della società israeliana. Gli obiettori di coscienza rischiano non solo il carcere, ma anche ostilità e incitamenti costanti, mentre i politici di tutto lo spettro politico minacciano occasionalmente di privare dei diritti civili coloro che si rifiutano di “condividere il peso”.
Molto è già stato detto sulla sociologia del militarismo in Israele: come gli alti ufficiali militari diventino regolarmente politici di successo, come i giornalisti ricevano la loro formazione nelle unità mediatiche militari; come caffè, bar e treni siano affollati di soldati in tenuta antisommossa e civili, e come il sistema scolastico partecipi all’indottrinamento militarista e alle attività di reclutamento dell’esercito. Ciò che spesso passa inosservato, tuttavia, è il modo in cui il militarismo permea la vita quotidiana in Israele nelle sue forme più banali: una fenomenologia della quotidianità militarizzata.

A sinistra: Cartello stradale su un’autostrada israeliana con la scritta: “Autostrada 16: il traffico scorre. Insieme vinceremo!”, 25 novembre 2024 (Nissi Peli) A destra: Bandiere con le insegne di un’unità dell’esercito israeliano installate dal comune di Ramat Gan, 12 novembre 2024. (Nissi Peli)
Parte di questo è la mercificazione del militarismo in una società capitalista. A volte, viene venduto direttamente: ad esempio, corsi che preparano i giovani alla selezione per ruoli militari nel settore informatico o dello spionaggio, o addestramento alla “forma psicofisica da combattimento” per unità d’élite. Un recente manifesto di reclutamento rivolto agli adolescenti che frequentano le spiagge recita: “Se chiedono, sono al mare con gli amici. Pensate di avere il fattore MARE? Venite a mettervi alla prova in uno dei Gibushim (seminari di selezione) della Marina”, seminari di addestramento fisico e mentale di più giorni per unità militari d’élite. Più spesso, però, il militarismo funge da pretesto per vendere altri prodotti. Innumerevoli pubblicità non solo mostrano soldati che utilizzano la merce, ma fanno leva sulla valenza emotiva del militarismo nella società israeliana: l'”eroismo” e il “patriottismo” dei soldati impegnati in battaglia, la sentimentalità dei soldati che tornano a casa dalle loro famiglie per il fine settimana e persino il loro fascino.

A destra: Pubblicità di un’impresa di pulizie che “pulisce i combattenti”, con soldati israeliani seduti in un contesto urbano devastato, probabilmente a Gaza, e il titolo: “Prossimamente, pulizia divani a Gaza”. (Screenshot)
Si consideri, ad esempio, una recente pubblicità di un’azienda israeliana di lubrificanti: in occasione della Giornata Internazionale della Donna, ha pubblicato una serie di immagini che ritraggono soldatesse (tra cui una pilota di caccia e una soldatessa in uniforme con la bandana rossa di Rosie the Riveter), ognuna con in mano una bottiglia di lubrificante, accompagnata dalla didascalia: “Ehi tesoro, sei una supereroina”. Oppure si pensi alla miriade di profili (per lo più maschili) sulle applicazioni di incontri che presentano foto in uniforme militare, a volte sullo sfondo di una Gaza distrutta. In uno di questi profili in cui mi sono imbattuto di recente, un cecchino di riserva è fotografato mentre punta il suo fucile dalla finestra di una casa distrutta a Gaza o in Libano.

Durante la recente Pasqua ebraica, nei supermercati israeliani si potevano trovare “Matzah (pane azzimo) dell’Eroismo” e “Matzah dei Leoni Nascenti” (un riferimento al nome dato da Israele alla guerra di giugno contro l’Iran), decorate con immagini di soldati, bombardieri B-2 e aerei F-15 “in viaggio per bombardare l’Iran”. In un caffè di Tel Aviv, si trova un profiterol che prende il nome da un soldato caduto, una tendenza più ampia che si sta diffondendo in Israele, ovvero quella di dare a cibi e bevande nomi che “onorino” i defunti.
L’ipermilitarismo lascia poco spazio a qualsiasi cosa che non sia la guerra eterna. Infatti, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu lo ha ammesso a settembre, quando ha sostenuto che Israele deve diventare una “Super-Sparta”, garantendo l’autosufficienza economica ed espandendo la produzione interna di armi per far fronte al crescente “isolamento diplomatico” del Paese.
Solo smantellando questa ideologia, in particolare il mito secondo cui il militarismo Sionista garantisce, anziché minacciare, la sicurezza degli ebrei, possiamo iniziare a muoverci verso un futuro diverso, più giusto e prospero sia per gli ebrei che per i palestinesi.
Per ulteriori esempi, visitate la pagina Instagram Militarized Realism.
Nissi Peli è una scrittrice e attivista di New Profile – The Movement to Demilitarize Israeli Society (Nuovo Profilo – Il Movimento per Smilitarizzare la Società Israeliana).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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