Pantaloni intrisi di sangue e bruciature di sigaretta: una madre di Gaza, il suo bambino traumatizzato e gli abusi israeliani che hanno cambiato tutto

Abbiamo parlato con la famiglia di Jawad degli abusi subiti dal bambino per mano delle forze israeliane, del trauma subito dopo 10 ore di detenzione e di suo padre, tuttora detenuto.

Fonte: English version

Di Mohamed Solaimane – 9 aprile 2026

Waad Al-Shafei, ventunenne, recita versetti del Corano mentre culla e accarezza il figlio Jawad.

La loro casa è a malapena abitabile: angusta e buia anche di giorno, con mobili logori, è accessibile solo attraverso stretti passaggi che si snodano nelle profondità del campo.

Da quando i soldati israeliani hanno trattenuto Jawad per oltre 10 ore alla fine di marzo, il bambino di 21 mesi piange in continuazione, racconta la madre.

Jawad è stato rilasciato il 19 marzo grazie al Comitato Internazionale della Croce Rossa, mentre suo padre, Osama Abu Nassar, di 25 anni, rimane in detenzione.

Waad è affranta dal dolore mentre riflette sul destino del marito, arrestato vicino alla Linea Gialla, a Est del campo di Al-Maghazi.

Questa linea di confine artificiale, che segna una nuova zona cuscinetto creata dall’esercito israeliano, si estende per tutta la lunghezza dell’enclave parallelamente alla principale arteria di Gaza, Via Salah al-Din, ed è costellata di posti di blocco.

Parlando del terribile episodio, Waad racconta che Jawad è completamente cambiato. “Urla senza motivo e preferisce non giocare più con gli altri bambini come faceva prima”, confida Waad.

“A volte ha la febbre e trema”. Aggiunge che Jawad, il suo unico figlio, non smette di piangere se non è con lei o con la nonna. Devono tenerlo in braccio o stargli accanto a letto tutto il giorno.

Segni di tortura e trauma psicologico

“È stato il momento peggiore della mia vita”, continua Waad, ricordando la vista dei pantaloni intrisi di sangue di suo figlio, le bruciature di sigaretta e le ferite compatibili con aggressioni con un oggetto appuntito come un chiodo o un pezzo di metallo.

“Quando la Croce Rossa lo riportò a casa, era avvolto in un grande foglio di alluminio”, ricorda. “Faceva un freddo tremendo”.

I segni di Tortura sono stati documentati in un referto medico rilasciato dall’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa a Deir al-Balah, afferma.

“È stato doloroso vedere mio figlio, che ancora allatto, in quello stato”, aggiunge Waad.

Al ritorno di Jawad, Waad lo portò immediatamente all’ospedale, affrontando un estenuante viaggio di otto chilometri su un carro trainato da un asino, da Est del campo di Al-Maghazi fino a Deir al-Balah, e tornò indietro il giorno successivo.

“Era l’Eid al-Fitr”, ha detto, ma mentre gli altri festeggiavano, lei e la sua famiglia erano sopraffatte dal dolore, dalla paura e dalla disperazione.

“Non riesco a gestire Jawad psicologicamente”, ha rivelato Waad, aggiungendo che non mangia più molto e non gioca più come prima. Anche la sua mobilità è compromessa; non riesce più a camminare bene come faceva prima di questa terribile esperienza.

“Prima giocava con gli altri bambini, correva in giro e non era mai stato così legato a me o a nessun altro. Ma ora ha bisogno di continue attenzioni da parte di sua nonna o me”.

A volte, racconta, pronuncia parole legate all’incidente come “bang”, “proiettile”, “sangue”, “carro armato” e “esercito”, proprio come farebbe un bambino piccolo. Le si spezza il cuore.

Il dolore del nonno

“Mio nipote è stato Torturato dall’Esercito di Occupazione, nonostante tutti i suoi tentativi di negarlo”, racconta il suocero di Waad, Mohammed Abu Nassar.

“Ogni segno sul suo corpo lo conferma, così come il referto medico rilasciato da un’istituzione sanitaria ufficiale”, aggiunge il cinquantunenne, padre di nove figli.

Mohammed, visibilmente consumato dalla tensione, dall’ansia e dalla paura per l’ignoto destino del figlio detenuto e per il deterioramento delle condizioni psicologiche di Jawad, nega le affermazioni secondo cui le macchie di sangue sugli abiti del bambino sarebbero dovute a una ferita da arma da fuoco alla spalla del padre, durante una sparatoria con soldati israeliani.

Insiste sul fatto che suo figlio non ha alcun legame con fazioni armate palestinesi e che le affermazioni dell’Occupazione sono completamente false.

In una dichiarazione, le Forze di Occupazione Israeliane hanno negato di aver Torturato Jawad e hanno affermato che le sue ferite erano il risultato di schegge causate da colpi di avvertimento, sostenendo che “suo padre, un membro di Hamas, ha usato il suo bambino come scudo umano”.

Ma Mohammed non è assolutamente d’accordo: “Perché mio figlio avrebbe dovuto portare il suo bambino in spalla e avvicinarsi alla Linea Gialla se avesse avuto legami con qualche partito?”, chiede.

Ha spiegato che suo figlio Osama non aveva precedenti di malattie mentali e non assumeva farmaci correlati, precisando solo che soffriva d’asma.

Circa dieci giorni prima dell’accaduto, racconta, Osama, che lavorava come bracciante, aveva iniziato a mostrare segni di ansia e stress psicologico.

“Se avesse avuto intenzione di agire contro l’Occupazione, avrebbe avuto senso per lui portare in braccio il suo unico figlio e camminare verso di loro?”, si chiede Mohammed.

Spiega che Osama era uscito di casa, a circa 300 metri dalla Linea Gialla, senza che i vicini lo sapessero, e che questi lo avevano visto finire sotto il fuoco dell’esercito israeliano.

Ricorda di essersi precipitato sul posto, sperando di raggiungere suo figlio, ma a quel punto era già stato arrestato.

“È stata una scommessa che ha messo a repentaglio la sua vita”, ha affermato.

In seguito ha appreso da alcuni testimoni oculari che un drone gli aveva ordinato, tramite un altoparlante, di spogliarsi fino alla biancheria intima, e che era stato costretto a camminare fino al posto di blocco dell’esercito israeliano dopo essere stato sottoposto a un intenso fuoco nemico.

“Mio figlio ama la vita ed è noto per la sua etica del lavoro, nonostante le difficoltà”, ha dichiarato Mohammed. “Era ottimista e devoto alla sua famiglia, non aveva alcun legame con le fazioni. Anzi, le disprezzava”.

Con tutta la famiglia preoccupata per Jawad e ansiosa per la sorte del padre, una momentanea distrazione ha provocato un incendio all’ingresso di casa.

La famiglia stava bruciando legna per scaldare l’acqua per lavarsi e preparare il cibo quando le fiamme si sono propagate ad altre parti dell’abitazione, e sono state domate grazie all’utilizzo di due preziose taniche d’acqua.

Una volta spento l’incendio, Mohammed si è abbandonato a un silenzioso dolore, ripensando a come l’incidente avesse sconvolto la loro vita già precaria.

“Essendo così vicini alla Linea Gialla, la nostra vita era già vicina alla morte, ma ora la nostra situazione è ancora più disperata”, afferma.

Tutto ciò che desidera è che le autorità conducano un’indagine imparziale su quanto accaduto a suo figlio e a suo nipote.

“Il momento più difficile è stato quando Jawad ha guardato una foto in un calendario appeso al muro e mi ha detto: “È lì che l’esercito ci ha sparato”. Ha collegato l’ulivo e il cielo nella foto al luogo dell’episodio.

Molto prima della guerra a Gaza, Israele era noto per aver sistematicamente Torturato i bambini. Dall’inizio del Genocidio nell’ottobre del 2023, Israele gestisce Strutture di Tortura su scala industriale per i detenuti palestinesi.

Il Dottor Dardah Al-Shaer, professore di psicologia sociale all’Università di Gaza, ha dichiarato che la Striscia di Gaza sta vivendo uno dei più grandi disastri psicologici collettivi della storia moderna.

“Non stiamo parlando di singoli casi di depressione o ansia; stiamo parlando di un’intera società che vive un trauma collettivo continuo, in cui le persone hanno perso contemporaneamente sicurezza, casa, famiglia, lavoro e futuro, e questo porta a un collasso psicologico diffuso , ha affermato.

“I bambini sono il gruppo più colpito psicologicamente dalla guerra, perché non riescono a interpretare ciò che accade intorno a loro: bombardamenti, uccisioni, sfollamenti e perdita dei familiari. Per questo motivo si manifestano numerosi sintomi psicologici e comportamentali, come incontinenza notturna, silenzi improvvisi, balbuzie, incubi, paura intensa e, a volte, quelle che vengono definite crisi psicogene o dissociazione dalla realtà”, ha aggiunto la Dottoressa Dardah.

Il nonno di Jawaad ​​trattiene a stento le lacrime mentre parla delle disgrazie che lo stanno travolgendo da ogni parte.

È preoccupato per il figlio detenuto e per l’impatto sul nipote. “Quando ho rilasciato le prime interviste, non pensavo che sarebbe diventata una storia di tale portata”, racconta.

“Tutto ciò che volevo era parlare delle Torture subite da mio nipote e della detenzione di mio figlio, nella speranza che venisse rilasciato”.

Mohamed Solaimane è un giornalista di Gaza, i cui articoli sono pubblicati su testate regionali e internazionali, e si occupa di questioni umanitarie e ambientali.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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