Come la logica antiebraica del Sionismo ha portato Israele a bombardare una sinagoga iraniana

Israele ha bombardato la Sinagoga Rafi-Nia di Teheran nel pieno della festività ebraica di Pesach (Pasqua ebraica). L’attacco ha rivelato, in modo sconvolgente, la disponibilità del Sionismo a considerare la vita ebraica sacrificabile al servizio del suo Progetto ideologico.

Fonte: English version

Immagine di copertina: Immagine della distruzione della sinagoga Rafi-Nia a Teheran a seguito di un bombardamento israeliano, il 7 aprile 2026. (Foto condivisa da MB Ghalibaf sui social media)

Di Jared Sacks – 15 aprile 2026 

Lo Stato di Israele e la sua Macchina della Propaganda (ufficialmente chiamata “Hasbara”, in ebraico “spiegazione”) sostengono da tempo che gli ebrei di tutto il mondo siano sotto minaccia esistenziale da parte di terroristi e antisemiti provenienti dal mondo musulmano e dai loro alleati di “estrema sinistra”. Questa narrazione afferma che Hamas, Hezbollah e l’Iran odiano gli ebrei semplicemente perché sono ebrei; che mirano alla distruzione di tutti gli ebrei; e che la loro opposizione al Regime israeliano è alimentata da questo odio antiebraico. Hasbara sostiene inoltre che Israele è l’unico garante della sicurezza ebraica e che, senza di esso, siamo condannati a una ripetizione dell’Olocausto Nazista.

Eppure, in nome della sicurezza ebraica, i Sionisti hanno Colonizzato la Palestina, attuato una Pulizia Etnica e Sterminato la sua popolazione, e instaurato un Regime di Apartheid per gestire le enclavi-ghetto, sempre più ristrette, in Cisgiordania. In nome della sicurezza ebraica, Israele ha annesso territori palestinesi e, nell’ambito del suo Progetto della Grande Israele, ha cercato di espandersi ulteriormente in Siria e Libano. In nome della sicurezza ebraica, Israele ha incarcerato oltre diecimila prigionieri politici palestinesi, ha trasformato Gaza in un Campo di Concentramento e ha recentemente adottato una legge che prevede la Pena di Morte solo per i palestinesi, mentre assassini e stupratori ebrei vengono difesi, persino celebrati, dai suoi parlamentari anziché puniti.

Infine, in nome della sicurezza ebraica, i Sionisti hanno trasformato la stragrande maggioranza delle istituzioni religiose e culturali ebraiche in ambasciate di fatto e strumenti di propaganda dello Stato israeliano.

Poiché rappresenta una minaccia evidente al Progetto Coloniale Sionista, la lunga e straordinaria storia dell’antisionismo ebraico è stata soppressa, con i suoi sostenitori emarginati o ostracizzati.

Le diverse culture ebraiche, dal Qırmızı Qəsəbə (Villaggio Rosso) dell’Azerbaigian, ai Mellah e agli Hara del Nord Africa, fino agli Shtetl dell’Europa Orientale, sono state soppiantate da una Cultura Coloniale israeliana sempre più omogeneizzata e impoverita, modellata sull'”alta cultura” tedesca. Lingue creolizzate ricche e complesse come il ladino, il krymchak, il kayliñña, il giudeo-arabo, lo yevanico, il gruzinico e lo yiddish sono oggi in pericolo o addirittura estinte, erose in parte dall’imposizione dell’ebraico con accento tedesco nella Palestina del 1948. Sotto questa coercizione all’omologazione, anche pratiche culturali tradizionali come lo shtetl badchan (il giullare di nozze), la creazione di amuleti Sefarditi, il teatro yiddish e il lutto mekonenta sono state erose o cancellate.

L’etno-nazionalismo non prende di mira solo i suoi nemici esterni. Nel tentativo di creare un’etnia inesistente, cerca anche di annientare i suoi presunti nemici interni. In questo caso, il Sionismo si impegna a eliminare la diversità ebraica in tutte le sue forme, soprattutto quella che sfida direttamente il Progetto Sionista.

Ecco perché gli ebrei antisionisti (come me) vengono liquidati come “autolesionisti” e la loro identità ebraica viene costantemente invalidata. L’obiettivo è imporre la conformità attraverso l’intimidazione e la paura, oppure escluderci dalle istituzioni, dagli eventi e dalle comunità ebraiche che i Sionisti vogliono “purificare” ideologicamente.

Questo è anche il motivo per cui molti Sionisti considerano i Lemba del Limpopo, che vedono l’Africa come la loro patria, insufficientemente ebrei.

Ed è per questo che Israele e gli Stati Uniti non esitano a bombardare indiscriminatamente l’Iran, anche quando ciò rischia di ferire o uccidere gli ebrei Kalimi che vivono lì da millenni.

La comunità Kalimi in Iran, che oggi conta circa 15.000 persone, è composta da ebrei iraniani che si sono rifiutati di aderire al Progetto Sionista di Colonizzazione della Palestina. Nonostante i continui sforzi di Israele per incoraggiare la loro emigrazione (un tempo il loro numero superava le 100.000 unità), questa comunità superstite ha insistito sul fatto che l’Iran, e non Israele, è la loro casa.

Ciò pone una contraddizione profondamente scomoda per il Sionismo. Da un lato, insiste sul fatto che gli ebrei iraniani siano oppressi da quello che definisce “il Regime più antisemita del pianeta”. Dall’altro, si trova di fronte a una comunità che ha rinnegato il Sionismo e che, rifiutandosi di lasciare l’Iran, mina direttamente le narrazioni sull’antisemitismo iraniano.

Non sorprende, quindi, apprendere che Israele ha bombardato la Sinagoga Rafi-Nia a Teheran il 7 aprile, nel pieno della festività ebraica di Pesach (Pasqua ebraica). Secondo quanto riportato, e confermato da Israele, l’intero edificio è stato ridotto in macerie, e le immagini del dopo-bombardamento mostrano i leader della comunità ebraica che recuperano rotoli di preghiera dalle macerie, invocando al contempo l’unità contro Israele. Leader ebrei iraniani, tra cui l’ex parlamentare Siamak Moreh-Sedegh e l’attuale parlamentare e presidente dell’Associazione ebraica di Teheran, Homayoun Sameyah Najafabadi, hanno condannato pubblicamente il Sionismo e invocato la Resistenza contro Israele e gli Stati Uniti.

Questo non significa affermare che Israele abbia deliberatamente preso di mira la sinagoga; l’opposizione interna del Sionismo alla diversità probabilmente non è così grossolana. Significa, tuttavia, riconoscere una logica più ampia del Sionismo.

L’uso della Direttiva Annibale, anche il 7 ottobre 2023, e il prolungato e fanatico rifiuto di accettare un cessate il fuoco e uno scambio di prigionieri, indicano uno schema in cui la vita dei prigionieri ebrei è subordinata a obiettivi politici. Secondo alcune fonti, l’esercito israeliano ha ucciso un numero imprecisato di soldati e civili il 7 ottobre e molti dei prigionieri sono stati uccisi nei mesi successivi da attacchi aerei israeliani, per soffocamento a causa dei bombardamenti e per il fuoco dei cecchini.

Vale a dire, Israele ha ripetutamente dimostrato la volontà di trattare la vita ebraica come sacrificabile (e a volte politicamente utile) al servizio del suo Progetto ideologico.

Come minimo, questa logica rende gli ebrei Kalimi un danno collaterale accettabile nella ricerca del Dominio regionale da parte di Israele. Di fatto, l’esercito israeliano ha definito il bombardamento della sinagoga proprio in questo modo: “danno collaterale”. Essendo considerati il ​​tipo di ebrei “sbagliato”, la loro distruzione viene trattata come qualcosa di cui non si preoccupa quasi per nulla.

Se l’antisemitismo viene inteso non come opposizione al Sionismo o alla sua manifestazione nell’Apartheid israeliano, ma come discriminazione razziale sistemica e odio verso gli ebrei per il solo fatto di essere ebrei, con conseguente svalutazione della vita ebraica, come dovremmo interpretare il bombardamento della Sinagoga Rafi-Nia da parte di Israele?

Se riconosciamo la lunga e importante storia della diversità politica, etnica e culturale ebraica, se accettiamo che l’ebraicità sia intrinsecamente eterogenea, allora qualsiasi attacco a tale diversità deve essere inteso come antiebraico.

Inserito nel più ampio Progetto Sionista che mira a Cancellare tale diversità in nome dell’etnonazionalismo, il bombardamento di Rafi-Nia inizia ad assumere le sembianze di una forma di odio interno verso gli ebrei, che contrappone l’élite Sionista ebraica agli altri ebrei. In particolare, all’ebreo tradizionale, non occidentalizzato, della Diaspora.

Che Israele avesse o meno l’intenzione di bombardare la sinagoga, opera secondo una logica politica che gerarchizza le vite degli ebrei, rendendo tali esiti prevedibili, persino tollerabili. Il Sionismo non cerca necessariamente di danneggiare esplicitamente gli ebrei. Piuttosto, crea una gerarchia tra gli ebrei in cui coloro che si rifiutano di conformarsi devono essere assimilati o considerati sacrificabili. Il bombardamento di Rafi-Nia non è forse, in qualche modo perverso, un’espressione generale dell’antisemitismo Sionista nei confronti degli altri ebrei?

Dobbiamo opporci al Sionismo innanzitutto per ciò che fa ai palestinesi. Ma questo è un altro motivo per opporci: perché è in gioco il futuro stesso dell’Umanità, incluso l’ebraismo stesso.

Jared Sacks è un attivista, scrittore e membro di South African Jews for a Free Palestine (Ebrei Sudafricani per una Palestina Libera). Ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Università Columbia ed è attualmente ricercatore post-dottorato presso l’Università di Johannesburg.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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