Fatima Hassouna: “Non ci sconfiggeranno mai, perché non abbiamo nulla da perdere” 

Il corpo delle donne palestinesi è un campo di battaglia e non è una metafora: è una strategia.

Yasmin Dabash – 21 aprile 2026

Dalle perquisizioni umilianti ai checkpoint, alle violenze sessuali nelle carceri, ai diritti negati davanti ai posti di blocco, ai reparti di maternità distrutti, fino alle bambine strappate dal grembo di madri uccise dai bombardamenti. Questa violenza non è casuale né incidentale, è strutturale, sistematica e pianificata e fa parte del funzionamento stesso del colonialismo d’insediamento israeliano, che usa il corpo delle donne come territorio da occupare, penetrare, umiliare e infine cancellare; perché le donne palestinesi non sono solo corpi da controllare: sono la memoria del popolo, la trasmissione della resistenza, la riproduzione del futuro. E chi vuole cancellare un popolo, prima deve cancellare le sue donne. Per questo Israele colpisce i reparti di maternità: non è solo violenza, è genocidio riproduttivo.

Eppure, fermarsi qui significherebbe raccontare solo la storia dell’oppressore, perché la narrazione che ci hanno insegnato è sempre quella del colonizzatore: lui che colpisce, noi che subiamo. La contro-narrazione dell’oppressə non inizia con la violenza subita, ma con la resistenza agita. Non chiede “cosa ci hanno fatto”, ma “cosa abbiamo fatto nonostante tutto” e per questo raccontiamo Fatima: non perché è stata uccisa, ma perché ha vissuto.

Fatima Hassouna aveva 25 anni, viveva a Gaza e faceva la fotografa, ma soprattutto aveva una paura: diventare un numero perché, come diceva, “se muoio voglio una morte rumorosa, non voglio essere solo una notizia dell’ultima ora”. Chiamava la sua macchina fotografica “Anya” e per trecento giorni, scriveva, erano state insieme perché in mezzo alle macerie, dopo aver perso undici familiari, Anya era la sua unica amica rimasta.

Le immagini che ha lasciato raccontano più di mille parole; nei suoi scatti c’è la vita che resiste tra le macerie, il sorriso di chi si rifiuta di arrendersi, la normalità di una ragazza che vorrebbe solo sognare un futuro, viaggiare, ma comunque tornare in Palestina. Le sue foto non sono solo arte e memoria: sono atti di resistenza, un modo per dire “sono ancora viva”.

Nel docufilm “Put your soul on your hand and walk” – che ha dato voce alle sue videochiamate – Fatima scherzava nonostante le bombe, raccontava cose normali come “quanto vorrei mangiare del pollo” e quelle parole non erano banali. Sognava il futuro perché diceva “voglio raccontare tutto ai miei figli, ai miei nipoti” e quando si innamorò, parlava del matrimonio, sognava Roma, un parco di divertimenti e una vita normale. “Non ci sconfiggeranno mai” diceva sorridendo “perché non abbiamo nulla da perdere” e aveva già perso tutto, casa, parenti, sicurezza ed è proprio per questo era invincibile.

Il 15 aprile avrebbe compiuto 26 anni ma non ha fatto in tempo a spegnere le candeline perché il giorno dopo, il 16 aprile, è stata uccisa insieme ad altri membri della sua famiglia – perché a Gaza non si muore mai da solə. Doveva sposarsi una settimana dopo e il giorno prima della sua morte aveva saputo che il docufilm su di lei era stato selezionato a Cannes. Un compleanno, un film, un matrimonio, e poi il silenzio. L’infamia di ucciderla proprio in quel momento, quando la vita stava per ricominciare, quando il suo lavoro stava per essere riconosciuto, quando il futuro era lì a un passo: questa è la crudeltà sistematica del genocidio.

Non la ricordiamo solo per il docufilm che la vede protagonista. La ricordiamo per le testimonianze che lei stessa ci ha lasciato, scatto dopo scatto, video dopo video. Fatima non ha scelto di essere un’eroina: ha scelto di testimoniare sé stessa e, con sé stessa, la resistenza del popolo palestinese. È stata uccisa in quanto donna e in quanto giornalista, come oltre 262 giornaliste palestinesi che hanno perso la vita con il giubbotto “PRESS” addosso, a Gaza come in Libano, perché sapevano che testimoniare significa diventare un bersaglio. Le giornaliste palestinesi sacrificano la loro vita per raccontare la violenza perpetuata dallo stato di Israele, cosa che i media occidentali non fanno, complici anche loro della Hasbara, la propaganda israeliana, e del genocidio.

Israele riproduce i fondamenti occidentali – e quindi anche il femminismo occidentale – mentre compie la pulizia etnica. Le donne sono gli obiettivi della cancellazione perché da loro dipende la trasmissione della memoria e della resistenza, ma mentre Israele si veste di arcobaleno, le donne palestinesi vengono uccise, i reparti di maternità bombardati, i bambini strappati dalle braccia delle madri. Il pinkwashing è la strategia con cui Israele si presenta come un’avanguardia del femminismo, mentre a Gaza, come in tutta la Palestina, le donne come Fatima vengono uccise, le loro case bombardate, i loro sogni di futuro spezzati. E le donne palestinesi, in questo gioco, non esistono: non sono né le vittime da salvare (perché salvarle significherebbe riconoscere chi le uccide) né le eroine da celebrare. Sono invisibili e cancellate due volte: dal colonialismo che le bombarda e da un femminismo occidentale che le usa solo quando fa comodo, come contraltare arretrato della propria presunta superiorità.

Perché il pinkwashing funziona così: presenta Israele come femminista ed è così che la violenza coloniale diventa secondaria e giustificabile. Ma la verità è che non c’è alcun femminismo nel muro dell’apartheid e del genocidio.

Fatima non è un’eccezione, la sua storia è la storia di qualsiasi altra ragazza a Gaza.

La differenza è che lei ha avuto qualcuno che ha raccontato la sua vita, mentre le altre sono davvero diventate un numero.

Ecco la differenza è che troppo spesso, anche quando denunciamo, restiamo dentro la narrazione dell’oppressore: raccontiamo la violenza che subiamo, il dolore che ci infligge. Ma la contro-narrazione dell’oppressə non inizia con la violenza subita, inizia con la resistenza agita, non si concentra sul trauma, ma sulla forza che il trauma non è riuscito a spegnere. Fatima non è una vittima, è una fotografa che ha continuato a scattare, una ragazza che sognava il futuro, una donna che sorrideva e per questo la ricordiamo: non per come è morta, ma per come ha vissuto; non solo per lei ma per tutte quelle che non hanno avuto voce, per le croniste che ancora oggi escono con la macchina fotografica sapendo che potrebbe essere l’ultimo scatto. Fatima lo ha fatto sapendo che le giornaliste vengono prese di mira, a Gaza come in Libano, e lo ha fatto senza mai distogliere lo sguardo.

Questa è la sua forza, e per questo non la dimenticheremo come non dimenticheremo nessun’altra.

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