Israele e i suoi alleati in Europa continueranno a impegnarsi per controllare la narrazione, reprimere il dissenso e ripristinare la centralità di Israele nel consenso politico europeo. Tuttavia, l’attuale cambiamento è più duraturo di questi sforzi.
Fonte: English version
Di Ramzy Baroud e Romana Rubeo – 29 aprile 2026
La questione di come inquadrare questo articolo è di per sé rivelatrice. Dovremmo forse concentrarci sui ripetuti sondaggi d’opinione che mostrano una netta visione negativa di Israele e un diffuso rifiuto delle sue politiche? Si tratta forse dello stallo all’interno dell’Unione Europea, dove una spinta verso un’azione punitiva è stata recentemente bloccata da una potente minoranza? O della crescente e sempre più organizzata solidarietà con i palestinesi che continua a influenzare queste sale diplomatiche? Qualche anno fa, tali domande sarebbero state irrilevanti. L’opinione pubblica europea aveva da tempo sviluppato posizioni critiche nei confronti dell’Occupazione israeliana, ma queste erano spesso marginalizzate, raramente in grado di influenzare le politiche o persino un serio dibattito politico.
Il sostegno alla Palestina proveniva in gran parte da Paesi come l’Irlanda, con occasionali dichiarazioni “equilibrate” da parte di Spagna, Portogallo e pochi altri, Stati che storicamente non erano allineati con Israele così strettamente come Germania, Regno Unito e Francia. Ora, qualcosa è cambiato, anche se l’apparato istituzionale rimane resistente. Il 21 aprile, la portata di questo cambiamento è emersa chiaramente quando i ministri degli Esteri dell’Unione Europea, riuniti in Lussemburgo, si sono impegnati in un acceso dibattito sull’accordo di associazione UE-Israele. L’accordo, in vigore dal 2000, disciplina gli scambi commerciali e la cooperazione politica e include una clausola che subordina le relazioni al rispetto dei diritti umani. Citando proprio questa clausola, Spagna, Irlanda e Slovenia hanno formalmente chiesto alla responsabile della diplomazia dell’Unione Europea, Kaja Kallas, di sospendere il patto. Tuttavia, la mozione è stata infine respinta. Nonostante il crescente coro di richieste di responsabilità, Germania e Italia hanno svolto un ruolo decisivo nel bloccare la proposta, garantendo che lo storico trattato rimanga per ora intatto. Questo rifiuto da parte dei ministri dell’Unione Europea non segnala un ritorno allo status quo; al contrario, mette in luce un blocco fratturato alle sue fondamenta.
La Germania, ad esempio, continua a sostenere Israele in Europa. È stata tra i più strenui sostenitori del Genocidio israeliano a Gaza e si è attivamente opposta agli sforzi legali internazionali volti a ritenere Israele responsabile. Eppure, anche la posizione tedesca appare più cauta di prima. Berlino ora parla di “dialogo costruttivo”, anziché respingere categoricamente le misure punitive come illegittime o “antisemite”. Da parte sua, il Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha giustificato il “no” di Roma sostenendo che la sospensione dell’intero Accordo di Associazione avrebbe punito ingiustamente la popolazione civile anziché la dirigenza politica e militare responsabile della guerra.
Dal simbolismo alla struttura
Alcuni Paesi stanno tentando una via di mezzo: la sospensione parziale degli accordi anziché la sospensione totale richiesta da Madrid, con Irlanda e Belgio tra i Paesi più aperti a misure più incisive.
Sorge spontanea una domanda: se l’opinione pubblica europea respinge in larga misura il comportamento di Israele e le sue violazioni dei diritti umani, perché i governi stanno iniziando a reagire solo ora? La risposta risiede in due sviluppi chiave.
Il primo è la portata delle azioni israeliane: il Genocidio a Gaza, l’Apartheid radicato in Cisgiordania, la violenza continua in Libano e una guerra che si estende all’Iran. Per Paesi come la Spagna, governata da un’amministrazione progressista guidata dal Primo Ministro Pedro Sánchez, la condotta di Israele è diventata troppo estrema per essere ignorata o normalizzata. Anche per altri, Israele ha imposto una netta scelta morale: schierarsi a favore o contro il Genocidio. Coloro che hanno scelto di schierarsi con Israele, tra cui spicca la Germania, si trovano ora in una posizione sempre più insostenibile, affrontando crescenti critiche poiché la loro vergognosa posizione viene giudicata non solo politicamente, ma anche storicamente.
Il secondo sviluppo riguarda la trasformazione della solidarietà stessa. Ciò che un tempo era simbolico è diventato strutturale. Stiamo assistendo a una massa critica di sostegno alla Palestina, accompagnata da azioni dirette: accampamenti, azioni legali, flottiglie, scioperi e crescenti richieste di sanzioni e disinvestimenti. Il 15 aprile, El País ha riportato che oltre un milione di europei ha firmato una petizione chiedendo a Bruxelles di imporre sanzioni a Israele. Non si tratta di uno sviluppo marginale. Riflette una pressione costante e organizzata, capace di plasmare le agende politiche. La solidarietà con la Palestina non è più confinata agli ambienti attivisti: è entrata a far parte del dibattito europeo. Né questo cambiamento è limitato alle società tradizionalmente filo-palestinesi.
Gaza, Libano, Iran: una sola guerra agli occhi dell’Europa
Un sondaggio condotto ad aprile indica che solo il 17% degli intervistati in Germania considera Israele un alleato affidabile. Ciò mette in luce un divario crescente tra l’opinione pubblica europea e i rispettivi governi. Mentre la Spagna sembra rispondere al sentimento popolare, la Germania continua ad agire in contrasto con l’opinione pubblica. Queste stesse posizioni morali si riflettono negli atteggiamenti nei confronti della guerra contro l’Iran.
Un sondaggio di marzo mostra che il 56% di spagnoli e italiani si oppone all’azione militare israelo-americana contro l’Iran. Mentre i media occidentali spesso trattano Gaza, il Libano e l’Iran come crisi separate, l’opinione pubblica li percepisce sempre più come fronti interconnessi di un unico conflitto. L’Italia offre un caso particolarmente significativo. Questa contraddizione, un governo che blocca l’azione dell’Unione Europea mentre i suoi cittadini si mobilitano, non è mai così evidente come in nessun altro Paese: nonostante un governo di destra filo-israeliano, il Paese è diventato un importante centro di solidarietà con la Palestina, con scioperi nazionali e mobilitazioni di massa che hanno sconvolto la vita politica. Il rifiuto della guerra contro l’Iran è quindi parte di un più ampio rifiuto della politica militare israeliana e dell’allineamento dei governi europei con essa. Questi cambiamenti non solo hanno isolato Israele a livello internazionale, ma hanno iniziato ad isolare anche i suoi alleati.
Oltre il senso di colpa per l’Olocausto
A parte il pieno allineamento del Presidente statunitense Donald Trump con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’era di un blocco occidentale unito che assecondava acriticamente le richieste di Israele sembra volgere al termine. La spiegazione tradizionale del sostegno europeo a Israele è stata il senso di colpa storico per l’Olocausto. Sebbene questo possa aver influenzato l’opinione pubblica in passato, rafforzato da narrazioni mediatiche che oscuravano la sofferenza palestinese, non spiega il comportamento delle élite politiche, molte delle quali sono da tempo a conoscenza delle politiche israeliane pur continuando a sostenerle.
Una spiegazione più accurata risiede nella storia stessa dell’Europa: un’eredità di violenza coloniale e gerarchia razziale che ha fatto apparire il comportamento di Israele coerente con il suo passato. Il vero cambiamento, tuttavia, appartiene al popolo: ai movimenti della società civile, all’attivismo costante e alla Resilienza dei palestinesi, che hanno comunicato sempre più direttamente con il pubblico europeo, aggirando i filtri dei media tradizionali.
La storia è tutt’altro che conclusa. Israele e i suoi alleati in Europa continueranno a impegnarsi per controllare la narrazione, reprimere il dissenso e ripristinare la centralità di Israele nel consenso politico europeo. Tuttavia, la profondità dell’attuale cambiamento suggerisce qualcosa di più duraturo: un cambiamento di riferimento difficilmente reversibile. L’Europa ora sa che è stato commesso un Genocidio, e questa consapevolezza non può essere cancellata.
– Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).
– Romana Rubeo è una scrittrice italiana e caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Dottorato in Lingue e letterature straniere ed è specializzato nella traduzione audiovisiva e giornalistica.
