Sotto la guida di Pedro Sánchez, la Spagna è andata oltre la retorica sui crimini di Israele, ma riuscirà a spingere il resto d’Europa a fare altrettanto?
Fonte: English version
Di Luciano Zaccara – 6 maggio 2026
La Spagna è diventata uno dei più accesi critici europei della guerra di Israele a Gaza. Sotto la guida di Pedro Sánchez, Madrid è andata oltre il disagio retorico e ha cercato di tradurre l’indignazione in politiche concrete: riconoscimento della Palestina, intervento presso la Corte Internazionale di Giustizia, embargo formale sulle armi, restrizioni al transito militare, divieto di importazione dagli insediamenti illegali e pressioni all’interno dell’Unione Europea affinché riconsideri il suo rapporto con Israele.
Questo solleva un interrogativo allettante: la Spagna riuscirà a spingere l’Europa verso una politica più dura nei confronti di Israele? La risposta è probabilmente no, almeno non nel breve termine. La Spagna non sta ancora guidando una svolta europea, ma ne sta certamente mettendo in luce l’assenza.
La posizione di Madrid è importante perché rompe con il linguaggio cauto che ha a lungo dominato l’approccio europeo alla questione israelo-palestinese. I governi europei hanno spesso difeso il Diritto Internazionale in linea di principio, evitando al contempo conseguenze significative per Israele quando tali principi vengono violati.
La Spagna ha inquadrato la questione di Gaza non come una tragica violenza eccessiva, ma come una prova di credibilità europea: l’Unione Europea non può considerare il Diritto Internazionale vincolante in Ucraina ma negoziabile in Palestina.
La Spagna si è poi spinta oltre, presentando una dichiarazione di intervento nel caso di Genocidio intentato dal Sudafrica contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia. Questa mossa legale è fondamentale per comprendere l’approccio di Madrid. La Spagna non si limita a condannare Israele politicamente; cerca di ancorare la sua critica alle istituzioni, alle convenzioni e agli obblighi. In questo senso, la sua posizione è meno rivoluzionaria e più riparativa. Chiede all’Europa di applicare le regole che essa stessa dichiara di difendere.
La stessa logica ha guidato le successive azioni della Spagna. Nel settembre 2025, Sánchez annunciò un pacchetto di misure volte a fermare quello che il suo governo definì un Genocidio a Gaza. Più tardi, nello stesso mese, Madrid rafforzò l’embargo sulle armi contro Israele, estendendolo alle attrezzature per la difesa e alle tecnologie a duplice uso, e vietò l’ingresso nei porti e nello spazio aereo spagnolo a navi e aerei che trasportavano carburante o materiali potenzialmente utilizzabili a fini militari.
La stessa logica si è manifestata nella posizione della Spagna riguardo alla guerra israelo-americana contro l’Iran. Madrid si è rifiutata di consentire agli Stati Uniti di utilizzare le basi congiunte di Rota e Morón per attacchi contro l’Iran, sottolineando la sovranità spagnola sulle basi. Questo non dovrebbe essere considerato un caso a sé stante rispetto a Gaza. Appartiene alla stessa grammatica di politica estera: Diritto Internazionale, limiti all’aggressione militare e rifiuto di fornire supporto logistico automatico a guerre che Madrid considera illegittime o destabilizzanti.
La Spagna non è diventata anti-americana né ha rotto con la NATO. Rimane parte integrante delle strutture di sicurezza occidentali e ospita infrastrutture militari statunitensi di importanza strategica. Il caso Iran dimostra però che il governo di Sánchez sta cercando di distinguere gli impegni dell’Alleanza dalla Complicità automatica.
La reazione negativa è stata rivelatrice: un’e-mail del Pentagono ha ventilato possibili misure punitive contro la Spagna, mentre Donald Trump ha successivamente suggerito la possibilità di ritirare le truppe statunitensi da Italia e Spagna. Se il rifiuto dell’accesso alle basi scatena minacce da Washington, la questione riguarda anche i limiti dell’autonomia europea all’interno dell’alleanza atlantica.
Questo posizionamento più ampio è stato evidente nel vertice progressista ospitato da Sánchez a Barcellona nell’aprile del 2026. L’evento ha riunito leader e personalità della sinistra internazionale, tra cui il brasiliano Lula da Silva e la messicana Claudia Sheinbaum, e si è incentrato su democrazia, multilateralismo, diritti sociali e resistenza all’autoritarismo di estrema destra. L’incontro di Barcellona è importante perché colloca la politica spagnola nei confronti di Israele all’interno di un più ampio tentativo di collegare il progressismo europeo con le critiche del Sud del mondo al Diritto Internazionale selettivo.
Questo è il limite strutturale dell’azione spagnola. Su Israele, l’Europa non agisce come un attore geopolitico unitario. Agisce come una coalizione di memorie, dipendenze, pressioni interne e tabù strategici. Il rapporto della Germania con Israele è plasmato dalla responsabilità storica; quello dell’Italia dalla cautela atlantista e mediterranea; quello dell’Europa orientale da considerazioni di sicurezza, tecnologia e allineamento con gli Stati Uniti. Il risultato è una paralisi mascherata da prudenza.
La Spagna può quindi esercitare pressione, ma non può creare un consenso. Può riunire Stati che condividono la stessa visione, Irlanda, Slovenia, Belgio, forse Norvegia al di fuori del quadro UE, ma non può costringere Germania, Italia o Commissione europea a ridefinire il rapporto tra Unione Europea e Israele.
La prova più evidente di questo cambiamento si è avuta nell’aprile del 2026, quando Spagna, Irlanda e Slovenia hanno nuovamente spinto per la sospensione di alcune parti dell’accordo di associazione UE-Israele. L’iniziativa è fallita per mancanza di sostegno. Eppure, il dibattito europeo potrebbe iniziare a cambiare ai margini.
La sconfitta elettorale di Viktor Orbán in Ungheria ha eliminato uno dei più coerenti difensori di Israele all’interno dell’Unione Europea e uno dei pilastri simbolici dell’estrema destra europea. La sua caduta non è stata principalmente una questione legata a Israele o a Gaza, ma indebolisce un asse illiberale europeo che si era spesso allineato con Netanyahu, Trump e le narrazioni anti-palestinesi.
L’Italia offre un caso diverso. Giorgia Meloni è stata tra i leader di destra più filo-israeliani in Europa, eppure il suo governo ha sospeso il rinnovo automatico dell’accordo di cooperazione in materia di difesa tra Italia e Israele, previsto per aprile 2026. Questo non significa che l’Italia si sia allineata alla Spagna, né che la destra europea stia diventando filo-palestinese. Ma suggerisce qualcosa di politicamente rilevante: un allineamento incondizionato a favore di Israele sta diventando più costoso, anche per alcune frange della destra europea.
La posizione della Spagna non è esente da contraddizioni. Madrid rimane inserita nella NATO e in un ecosistema di difesa europeo che include tecnologia e aziende israeliane. Precedenti accordi, inerzia istituzionale e dipendenze legate alla difesa complicano qualsiasi affermazione di una rottura netta. Ma questo rende la posizione della Spagna più interessante, non meno. La Spagna è uno Stato occidentale, membro dell’Unione Europea e della NATO, che cerca di usare il linguaggio del Diritto Internazionale contro il consenso permissivo che ha protetto Israele dalle conseguenze.
La questione, quindi, non è se la Spagna possa trasformare l’Europa dall’oggi al domani. Non può. La domanda più utile è se possa normalizzare una gamma diversa di opzioni politiche. Prima di Gaza, la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele, il divieto di merci provenienti dagli insediamenti, la limitazione del transito militare, il rifiuto dell’uso delle basi per guerre regionali o l’adesione ad azioni legali contro Israele erano spesso considerate richieste marginali. La Spagna ha contribuito a portarle al centro del dibattito europeo.
Questo potrebbe essere il vero impatto dell’approccio di Madrid. Non sta creando una rottura europea con Israele, ma sta ampliando lo spazio in cui tale rottura può essere discussa. Sta creando precedenti, fornendo ad altri governi un linguaggio e argomentazioni legali e dimostrando all’opinione pubblica araba e musulmana che non tutti gli Stati europei sono disposti a nascondersi dietro la lenta macchina di Bruxelles mentre Gaza viene distrutta.
Il quadro europeo più ampio rimane tuttavia preoccupante. L’Unione Europea dispone di strumenti per imporre costi a Israele: leva commerciale, clausole legali, canali diplomatici, controlli sugli armamenti, politiche sugli insediamenti e meccanismi di associazione. Ciò che le manca è la volontà politica. La Spagna non può fornire tale volontà a nome del continente.
Ma la posizione di Madrid chiarisce la scelta che l’Europa si trova ad affrontare: o il Diritto Internazionale si applica in modo equo, anche agli alleati, oppure è un linguaggio di comodo utilizzato selettivamente contro gli avversari. L’iniziativa spagnola potrebbe non produrre un’ampia svolta europea contro Israele, ma potrebbe rendere più difficile mascherare la continua inazione europea. Per i palestinesi di Gaza, questo non è sufficiente. Politicamente, tuttavia, è un passo avanti.
– Luciano Zaccara è ricercatore principale presso New Ground Research, Qatar. È inoltre professore associato ospite presso l’Università di Georgetown in Qatar e direttore dell’Osservatorio sulla politica e le elezioni nel mondo arabo e musulmano, in Spagna.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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