Uno studio israeliano rivela che la fame a Gaza è il risultato di una politica deliberata

Lo studioso Shmuel Lederman afferma che le politiche adottate indicano una sistematica “architettura della fame”, nonostante le continue negazioni da parte dell’opinione pubblica e della politica.

Fonte: English version

Immagine di copertina: Bambini palestinesi sfollati ricevono cibo da una cucina di beneficenza nel campo profughi di Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale, il 13 aprile 2026 (Eyad Baba/AFP).

Di Nadav Rapaport – 3 giugno 2026 

Un recente studio israeliano ha concluso che la fame a Gaza è il risultato di una politica premeditata, nonostante le continue negazioni pubbliche da parte del governo israeliano e di gran parte dei media.

Intitolato: “Dati Per la Negazione: La Cortina Fumogena Dietro la Fame a Gaza”, lo studio è stato pubblicato il mese scorso dal Forum per il Pensiero Regionale dell’Istituto Van Leer di Gerusalemme.

Il suo autore, Shmuel Lederman, studioso israeliano specializzato in studi sul Genocidio, ha dichiarato di essere stato motivato da quella che ha definito una diffusa negazione in Israele riguardo alla fame a Gaza durante il Genocidio durato due anni e iniziato nell’ottobre del 2023.

Ha affermato che tale negazionismo da parte dell’opinione pubblica era prevedibile, tracciando parallelismi con casi storici di violenza di massa.

“C’è una sete di negazione”, ha detto Lederman, con molti in Israele che cercano di presentare la condotta dell’esercito a Gaza e altrove come del tutto giustificata o priva di problematiche.

Un rapporto del sito di notizie israeliano Walla, pubblicato nell’agosto 2025, suggeriva analogamente che la negazione o la minimizzazione della crisi alimentare a Gaza fosse diffusa tra i principali canali televisivi.

Secondo lo studio, gli avvertimenti internazionali venivano spesso ignorati o reinterpretati per allinearsi alla narrativa ufficiale israeliana. Alcuni commentatori hanno riconosciuto la Carestia solo a metà del 2025, attribuendola a errori di valutazione isolati piuttosto che a decisioni politiche più ampie.

La ricerca di Lederman sostiene che tali interpretazioni trascurano un principio fondamentale negli studi sulla Carestia: la fame non è determinata semplicemente dalla disponibilità di cibo, ma dall’accesso delle persone ad esso.

Lo studio documenta come le restrizioni agli aiuti, al carburante e al gas da cucina, insieme alla distruzione di infrastrutture chiave come i panifici e all’interruzione delle operazioni umanitarie, abbiano gravemente limitato l’accesso dei palestinesi al cibo.

Il rapporto conclude che la Carestia a Gaza è stata il risultato di “pianificazione deliberata, sperimentazione e manovre intorno alla ‘linea rossa’ umanitaria”, volte in parte a gestire la pressione internazionale su Israele durante la guerra.

Il numero di camion

Secondo il rapporto di Lederman, durante tutta la guerra a Gaza, il numero di camion che trasportavano cibo, medicine e altri aiuti umanitari nell’enclave è diventato un punto centrale del dibattito pubblico sulla Carestia.

Il COGAT, l’unità militare israeliana responsabile dell’amministrazione civile nei Territori Palestinesi Occupati, ha affermato nell’agosto 2025 che l’ingresso di 80 camion di aiuti al giorno sarebbe stato sufficiente a soddisfare i bisogni della popolazione di Gaza. Ricercatori e giornalisti israeliani hanno spesso ripreso questa valutazione.

Organizzazioni per i diritti umani, agenzie delle Nazioni Unite e persino l’amministrazione statunitense del Presidente Joe Biden hanno contestato le cifre del COGAT. L’amministrazione Biden ha stimato che sarebbero necessari circa 250 camion di aiuti al giorno, mentre le organizzazioni internazionali hanno indicato una cifra compresa tra 500 e 600.

Sia di recente che in passato, lo stesso COGAT ha citato stime significativamente più elevate. Nel 2008, ad esempio, ha affermato che la popolazione di Gaza di allora, pari a circa 1,5 milioni di abitanti, necessitava di circa 178 camion di aiuti al giorno per soddisfare i bisogni primari.

Il mese scorso, Israel Hayom ha riportato che il COGAT aveva esortato il governo a ridurre il numero di camion di aiuti in ingresso a Gaza dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, a 250, sostenendo che tale livello fosse sufficiente per i bisogni umanitari di base.

“In pratica, questo equivale ad ammettere la fame”, ha dichiarato Lederman in risposta alle recenti dichiarazioni del COGAT, rilasciate dopo la pubblicazione del suo rapporto.

Il rapporto di Lederman sostiene che la Carestia a Gaza sia iniziata all’inizio della guerra, nell’ottobre del 2023. Fino al marzo 2024, Israele ha permesso l’ingresso nella Striscia solo a una frazione del numero raccomandato di camion per gli aiuti umanitari, contribuendo ad aggravare la crisi alimentare.

Agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni per i diritti umani e testimonianze palestinesi hanno tutte segnalato gravi carenze alimentari, con donne e bambini colpiti in modo sproporzionato.

Nel maggio 2024, in seguito alle pressioni statunitensi dopo l’attacco israeliano a Rafah, Israele ha consentito l’ingresso a Gaza di un maggior numero di camion commerciali, limitando al contempo i convogli umanitari.

Il mese scorso, Walla ha riportato che 11 catene di supermercati israeliane hanno generato centinaia di milioni di shekel di entrate dopo essersi aggiudicate un appalto esclusivo per la fornitura di cibo e aiuti a Gaza.

Lederman ha dichiarato che la privatizzazione della distribuzione degli aiuti ha contribuito alla “creazione di un monopolio che consente di generare ingenti profitti”.

Ha aggiunto che ciò “ha peggiorato la situazione umanitaria a Gaza”, consentendo a un piccolo numero di soggetti di trarne profitto “spesso in collaborazione con Israele, mentre la stragrande maggioranza della popolazione soffre”.

La fame come tattica di guerra

Sebbene le pressioni statunitensi abbiano portato a un breve allentamento della crisi, nell’ottobre 2024 Israele è tornato a limitare le spedizioni di aiuti a livelli minimi. Pochi mesi dopo, nel marzo 2025, ha imposto un blocco totale all’ingresso di cibo e aiuti umanitari, spingendo Gaza in condizioni di fame estreme.

Ad agosto, la Carestia è stata ufficialmente dichiarata a Gaza dall’IPC (Classificazione Integrata delle Fasi Alimentari), l’organismo di monitoraggio globale della fame sostenuto dalle Nazioni Unite.

Secondo il rapporto, pur contestando pubblicamente le valutazioni internazionali sui bisogni di Gaza, il COGAT avvertì internamente il governo israeliano nel 2025 che la Striscia era sull’orlo di una crisi di Carestia.

Tuttavia, lo studio di Lederman sostiene che il governo israeliano perseguiva un chiaro obiettivo strategico. Afferma che le tattiche di fame furono utilizzate per fare pressione sui palestinesi affinché si spostassero verso Sud, e in definitiva verso Paesi terzi, in linea con un piano di “emigrazione volontaria” ripreso sia dal governo israeliano che dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

La creazione della Fondazione Umanitaria per Gaza, sostenuta da Stati Uniti e Israele, è citata nel rapporto come prova di questo approccio.

“La grave privazione di cibo a Gaza, che avrebbe costretto i gazawi a recarsi nei centri di distribuzione degli aiuti, non è stata un ‘errore'”, afferma il rapporto, “faceva parte del piano”.

“L’architettura della fame”

Secondo il rapporto di Lederman, la Striscia di Gaza è stata utilizzata da Israele come una sorta di laboratorio, con implicazioni che vanno ben oltre il territorio stesso.

“Negli ultimi due anni e mezzo, Gaza è servita in larga misura come laboratorio di prova non solo per i metodi di guerra, ma anche per l’architettura della fame e la gestione di una popolazione attraverso la privazione”, afferma il rapporto.

Secondo lo studio, israeliani, palestinesi e la comunità internazionale continueranno a confrontarsi per anni con le implicazioni della campagna di fame israeliana a Gaza, in particolare in relazione al Diritto Internazionale e all’ordine globale.

Sebbene l’uso della Fame Come Arma di Guerra sia emerso in altri conflitti negli ultimi anni, il rapporto sostiene che “pochi, se non nessuno, altri casi hanno minato così profondamente questa norma come la fame sistematica, meticolosamente gestita e apertamente visibile perpetrata da Israele a Gaza”.

Nel corso del rapporto, Lederman sottolinea il ruolo degli Stati Uniti, sia sotto l’amministrazione Biden che sotto quella Trump, così come di altri governi occidentali, nel consentire le azioni di Israele, sostenendo che condividono la responsabilità di perpetuare tale politica.

“Tutto questo non rimarrà confinato a Gaza”, ha dichiarato Lederman, avvertendo che le azioni di Israele “si diffonderanno in altre parti del mondo”, poiché altri Stati o attori potrebbero adottare metodi di guerra simili.

Ha aggiunto che coloro che lo faranno potrebbero essere “protetti dalle critiche a causa di accuse di ipocrisia”.

“Ciò che Israele ha fatto a Gaza non rimarrà lì, non vi è già rimasto”, ha affermato Lederman.

“Pertanto, questa non è solo una lotta contro ciò che Israele ha fatto ai palestinesi di Gaza, ma una lotta globale contro questo tipo di azioni”.

Nadav Rapaport è studente all’Università di Tel Aviv e ricercatore sul conflitto israelo-palestinese

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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