Gioia Tauro, Palestina, Africa: perché le nostre lotte sono interconnesse.

Dalla Palestina alla Repubblica Democratica del Congo, dal Sudan fino a tutti quei territori segnati dall’estrattivismo e dalla militarizzazione, vediamo all’opera logiche simili: occupazione, saccheggio delle risorse, produzione della dipendenza economica, repressione e violenza sistematica. Sono espressioni diverse di uno stesso sistema che organizza il mondo secondo gerarchie di potere e sfruttamento.

del collettivo “L’Africa chiama: la diaspora risponde”, 7 giugno 2026

Il 29 maggio abbiamo scelto consapevolmente di essere presenti a San Ferdinando e al porto di Gioia Tauro.

Mentre le imbarcazioni della Flotilla proseguivano il loro viaggio verso Gaza, tentando di rompere l’assedio illegale e di portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese, le barche della Thousand Madleens hanno deciso di articolare diversamente la propria presenza e il proprio intervento. Invece di dirigersi verso la Palestina, hanno scelto di agire qui, nei porti del Mediterraneo, per denunciare e ostacolare quella filiera logistica, economica e militare che rende possibili genocidio e guerre. Alcune di queste imbarcazioni sono rimaste a Cetraro, in Calabria, e il 29 maggio 2026 hanno preso parte all’azione tra Gioia Tauro e San Ferdinando, dando forza a un’iniziativa che parla anche del nostro territorio.

Come persona calabrese e afrodiscendente, sento che questa scelta sia stata non solo significativa, ma necessaria.

Gioia Tauro non è un luogo periferico né marginale, come spesso viene rappresentato. Al contrario, è uno dei principali snodi logistici del Mediterraneo e dell’intero sistema economico globale, proprio in luoghi come questo diventa evidente come le guerre non siano qualcosa di lontano, confinato altrove, ma parte integrante di dinamiche che ci attraversano direttamente. Le armi, le merci, i capitali, gli interessi geopolitici: tutto questo passa anche da qui. Ecco perché esserci non è stato soltanto importante, ma imprescindibile.

Essere presenti significa anche affermare con forza un’altra idea di territorio – significa rivendicare che la Calabria non è proprietà delle multinazionali, né uno spazio disponibile per l’industria bellica o per interessi militari, coloniali e genocidari. Il porto di Gioia Tauro non può e non deve essere ridotto a una semplice piattaforma logistica al servizio di interessi economici e militari che non appartengono alle comunità che vivono e abitano questo territorio; esserci significa opporsi a questa riduzione, restituendo senso politico e sociale a ciò che ci circonda.

L’azione del 29 maggio parla esattamente di questo: del rifiuto di un’economia di guerra che non produce soltanto bombe, devastazione e morte sull’altra sponda del Mediterraneo, ma che è parte integrante di un modello economico più ampio, fondato sulla precarietà, sulla disuguaglianza e sulla violenza sistemica. Un modello che seleziona territori da sfruttare e sacrificare, e rende alcune vite umane sacrificabili, invisibili, eliminabili.

Achille Mbembe definisce “necropolitica” quel potere che decide chi può vivere e chi deve morire. Questa logica si manifesta in Palestina e non solo, attraversa anche i confini che uccidono nel Mediterraneo, lo sfruttamento del lavoro, le periferie abbandonate, i territori trattati come semplici zone di estrazione o corridoi di passaggio. È la stessa logica che ritroviamo ogni volta che il profitto viene posto al di sopra della vita, ogni volta che la dignità umana viene subordinata agli interessi economici, ogni volta che si investe in armi mentre si tagliano sanità istruzione e altri servizi fondamentali.

Abbiamo scelto di aderire a questa mobilitazione anche come collettivo “L’Africa Chiama: La Diaspora Risponde”, in quanto soggettività panafricaniste e internazionaliste. Rifiutiamo con convinzione l’idea che la Palestina sia una questione separata dalle lotte che attraversano il continente africano e, al contrario, riconosciamo connessioni profonde e strutturali: definire il sionismo una minaccia globale significa riconoscere che esso non riguarda esclusivamente la Palestina, ma si inserisce all’interno di un più ampio quadro di relazioni di potere.

Significa riconoscere il ruolo che Israele ha svolto storicamente come alleato dell’ordine imperiale occidentale: dal sostegno al regime dell’apartheid sudafricano alle attuali partnership militari, securitarie ed estrattive in diversi Paesi africani. Significa comprendere che militarizzazione, controllo delle risorse, sorveglianza e negazione dell’autodeterminazione dei popoli non sono fenomeni isolati, ma elementi di una stessa architettura globale di dominio. Per questo, la solidarietà africana con la Palestina non è simbolica né retorica: è profondamente politica. È il riconoscimento di una lotta condivisa, radicata in esperienze comuni di oppressione, espropriazione e resistenza.

Dalla Palestina alla Repubblica Democratica del Congo, dal Sudan fino a tutti quei territori segnati dall’estrattivismo e dalla militarizzazione, vediamo all’opera logiche simili: occupazione, saccheggio delle risorse, produzione della dipendenza economica, repressione e violenza sistematica. Sono espressioni diverse di uno stesso sistema che organizza il mondo secondo gerarchie di potere e sfruttamento.

Essere a Gioia Tauro il 29 maggio significava anche riaffermare tutto questo. Significava dire con chiarezza che le nostre lotte sono interconnesse, che non esistono confini tra chi resiste al colonialismo in Palestina e chi combatte contro le sue manifestazioni nel resto del Mondo. Significava rompere la narrazione della distanza, mostrando invece la continuità delle oppressioni e, allo stesso tempo, la potenza delle resistenze.

Perché se la guerra è globale, allora anche la Resistenza deve esserlo. E noi abbiamo scelto di esserne parte.