I nostri peggiori timori riguardo al cessate il fuoco a Gaza si sono avverati.
Fonte: English version
Immagine di copertina: Tomba di Yasser Arafat, Ramallah
Di Mitchell Plitnick – 4 giugno 2026
Il “fondo per la ricostruzione” di Trump da 17 miliardi di dollari (14.639 milioni di euro) è sempre stato una menzogna. Non è mai stato realizzato. E Netanyahu ha ordinato alle Forze di Difesa Israeliane di occupare il 70% della Striscia.
Mentre diplomatici e commentatori si disperano per il fallimento dell’ennesimo piano di pace per Gaza, ignorano la contraddizione insita in ogni soluzione proposta al conflitto israelo-palestinese: nessuno è disposto a riconoscere il diritto fondamentale dei palestinesi all’autodeterminazione.
Gli Stati Uniti, l’Unione Europea e gli Stati arabi professano tutti il loro sostegno alla pace. Eppure, anche il loro nominale appoggio a una Soluzione a Due Stati evita un riconoscimento significativo dell’autodeterminazione palestinese.
L’odierno rifiuto di concepire l’autogoverno palestinese a Gaza non è una novità, né è il prodotto dell’attacco del 7 ottobre 2023 o del Genocidio perpetrato da Israele in seguito ad esso.
Nel 2006 si sono tenute le seconde e, ad oggi, ultime elezioni legislative nazionali nei Territori Palestinesi Occupati.
Numerosi partiti si sono presentati alle elezioni. Ma Fatah, il partito favorito dall’Occidente e che controllava il Parlamento palestinese prima delle elezioni, ha schierato più candidati in molti distretti.
I candidati di Fatah hanno quindi diviso i voti, portando alla vittoria della Lista del Cambiamento e della Riforma, nome con cui si è presentato Hamas.
L’esito è stato uno shock per molti in tutto il mondo.
Gli esperti di politica palestinese dell’epoca attribuirono la vittoria di Hamas alla campagna e all’organizzazione goffa di Fatah, nonché alla diffusa insoddisfazione per il clientelismo e la corruzione all’interno del partito.
In effetti, i sondaggi successivi alle elezioni mostravano un forte sostegno alla Soluzione dei Due Stati e alla necessità che Hamas modificasse le proprie politiche per riconoscere “il diritto di Israele ad esistere”.
Nel suo libro “La Guerra dei Cento Anni in Palestina: Una Storia di Colonialismo di Insediamento e Resistenza 1917-2017”, Rashid Khalidi scrisse che i palestinesi ritenevano Fatah “corrotto e insensibile alle richieste popolari” e votarono di conseguenza.
Ma questo non importava all’Occidente. Il Quartetto per il Medio Oriente (composto da Stati Uniti, Unione Europea, Nazioni Unite e Federazione Russa) sanzionò rapidamente il nuovo governo palestinese.
Washington chiese all’Autorità Palestinese di restituire gli aiuti e di interrompere ogni altro sostegno e comunicazione.
Il Quartetto formulò tre richieste ad Hamas: riconoscimento di Israele, accettazione degli accordi precedenti e rinuncia alla Resistenza armata.
È fondamentale notare che queste richieste non furono rivolte all’Autorità Palestinese, che aveva già ceduto su questi punti. Furono invece indirizzate ad Hamas, il partito politico.
Questo fu un evento senza precedenti. Nelle normali relazioni internazionali, quando un nuovo partito sale al potere, ci si aspetta che il governo continui a rispettare gli accordi stipulati. Tuttavia, non ci si aspetta che il partito neoeletto cambi la propria posizione su tali accordi.
Se un simile criterio fosse applicato a Israele, ad esempio, il rifiuto ufficiale della Soluzione dei Due Stati da parte del Likud avrebbe precluso a Israele la possibilità di ricevere aiuti americani una volta che quel partito fosse tornato al potere.
Gli Stati Uniti si sarebbero presto spinti oltre, quasi immediatamente tramando per destabilizzare il nuovo governo palestinese. Infine, nel 2007, l’amministrazione Bush cospirò con Fatah e Israele per lanciare un Colpo di Stato contro Hamas.
Questo tentativo fallì, ma frantumò il corpo politico palestinese, creando la spaccatura tra il governo di Hamas a Gaza e Fatah in Cisgiordania, spaccatura che Israele ha continuato a rafforzare e sfruttare da allora per mantenere i palestinesi impotenti di fronte all’Occupazione.
Alcuni hanno sostenuto che “le elezioni hanno delle conseguenze” e, dal momento che i palestinesi hanno eletto Hamas nel 2006, si sono attirati addosso la reazione del mondo. Questo ragionamento è, ovviamente, fallace.
Applicando questo ragionamento agli Stati Uniti, i cui elettori hanno ripetutamente eletto presidenti e maggioranze al Congresso che hanno sostenuto politiche imperialiste, interventi militari e alcune delle dittature più brutali al mondo, si giungerebbe inevitabilmente alla conclusione che attacchi terroristici come quelli dell’11 settembre 2001 fossero giustificati.
Pochi condividerebbero un simile modo di pensare. Eppure molti sembrano applicarlo ai palestinesi.
Ironia della sorte, una delle ragioni della vittoria di Hamas fu l’insistenza del Presidente statunitense George W. Bush, anche quando era ormai evidente che la vittoria di Fatah non era scontata.
Bush agì in questo modo, in parte, perché l’ideologia neoconservatrice che aveva trascinato gli Stati Uniti così profondamente nel pantano iracheno imponeva che le elezioni dovessero svolgersi.
La situazione a Gaza oggi è profondamente diversa da quella del 2006.
Al di là della situazione sul campo, il Presidente statunitense Donald Trump sembra avere ambizioni personali legate a Gaza, tra cui la possibilità di trarre profitto dalla sua trasformazione in un polo turistico, con pochi palestinesi rimasti, e di istituire il suo immaginario “Consiglio per la Pace”, un centro di influenza globale sotto il controllo a lungo termine della famiglia.
Tuttavia, persiste la negazione del diritto fondamentale all’autodeterminazione dei palestinesi.
Nel 2006, la Soluzione dei Due Stati era il modo in cui la maggior parte dei palestinesi esprimeva le proprie aspirazioni nazionali. Oggi, tra i palestinesi c’è una maggiore diversità di opinioni su cosa significhi l’autodeterminazione, sebbene i sondaggi più recenti suggeriscano che l’idea dei Due Stati stia riemergendo.
Tuttavia, le soluzioni future sono così lontane dalla realtà attuale che è difficile persino prenderle in considerazione nel contesto della continua Devastazione Genocida di Gaza. Eppure, la negazione del diritto dei palestinesi ad avere voce in capitolo, per non parlare dell’ultima parola, persiste.
La struttura del Consiglio per la Pace di Trump testimonia questo rifiuto.
I palestinesi non sono rappresentati in nessuno degli organi decisionali. Compaiono solo nel comitato tecnocratico che dovrebbe occuparsi dell’amministrazione quotidiana della società civile a Gaza. Persino a questo organismo è stato impedito l’accesso a Gaza, figuriamoci di svolgere qualsiasi attività al suo interno.
L’ostacolo, si dice, è il rifiuto di Hamas di disarmarsi.
Sebbene Hamas abbia ripetutamente proposto il disarmo a condizioni ragionevoli, le viene chiesto di disarmarsi per prima, esponendola di fatto alle forze israeliane e alle varie bande e gruppi criminali palestinesi, molti dei quali operano con il sostegno di Israele e tutti già affrontati da Hamas nel tentativo di mantenere l’ordine pubblico.
Il disprezzo per i diritti dei palestinesi è ancora più evidente nel fatto che tutti i piani, le “misure di rafforzamento della fiducia” e gli altri gesti escludono esplicitamente qualsiasi ruolo dei palestinesi nella gestione del proprio governo a Gaza.
Questo non è semplicemente il risultato delle ambizioni di Israele di espandere i propri confini. Non vi è alcun sostegno, nemmeno parziale, all’autogoverno palestinese o a un’autonomia limitata da parte dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e degli Stati arabi.
Alcuni potrebbero sostenere che il recente riconoscimento dello Stato di Palestina da parte degli Stati membri dell’Unione Europea e del Regno Unito costituisca un tale sostegno.
Potrebbero fare un’argomentazione simile riguardo all’insistenza dell’Arabia Saudita nel non voler normalizzare le relazioni con Israele senza quello che definisce “un percorso irreversibile” verso uno Stato Palestinese.
Si tratta di una messinscena politica di scarso significato per i palestinesi che soffrono a Gaza in questo momento.
L’idea di uno Stato Palestinese, sia in termini di riconoscimento diplomatico che di un immaginario percorso irreversibile verso di esso, è un tentativo di eludere le necessità politiche del momento.
Dove sono le richieste di elezioni? Sono assenti perché potrebbero non andare come le potenze occidentali desiderano.
Dove sono le critiche alla mancanza di qualsiasi coinvolgimento palestinese nella gestione degli affari di Gaza?
Immaginate se in Israele si tenessero le elezioni solo se potessimo garantire che il Likud non vincerebbe, o se cercassimo di impedire ai Repubblicani negli Stati Uniti, o all’AfD di candidarsi in Germania.
Ci sarebbe una giustificata indignazione.
O immaginate se nel 1948 il mondo avesse insistito sul fatto che non avrebbe riconosciuto Israele se il futuro Primo Ministro Menachem Begin, ricercato dal governo britannico con l’accusa di terrorismo fino al 1953, si fosse candidato alla Knesset (Parlamento)?
Non esiste un principio morale coerente che permetta queste restrizioni al diritto dei palestinesi di scegliere la propria dirigenza.
I timori di Israele e dell’Occidente che non scelgano i dirigenti che desideriamo rappresentano un intollerabile doppio criterio e, di per sé, una macchia ipocrita sulle nostre stesse pretese di democrazia.
Mitchell Plitnick è il presidente di ReThinking Foreign Policy (Ripensare la Politica Estera). È coautore, con Marc Lamont Hill, di Except for Palestine: The Limits of Progressive Politics (Tranne che per la Palestina: I Limiti della Politica Progressista). I precedenti incarichi di Mitchell includono vicepresidente della Fondazione per la Pace in Medio Oriente, direttore dell’ufficio statunitense di B’Tselem e co-direttore di Jewish Voice for Peace (Voce Ebraica per la Pace).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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