Oltre la frammentazione

I giovani palestinesi e il futuro della politica palestinese.

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Di Mjriam Abu Samra – agosto 2026

I giovani palestinesi hanno a lungo occupato un posto centrale nella storia del Movimento Nazionale Palestinese. Dai movimenti studenteschi che accompagnarono l’ascesa dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) negli anni ’50 e ’60, ai comitati giovanili della Prima Intifada e alle organizzazioni studentesche che continuano a mobilitarsi in Palestina e nella Diaspora, le generazioni successive non si sono limitate a partecipare alla politica palestinese; ne hanno rimodellato il linguaggio politico, le priorità e le forme organizzative. Ogni generazione ha ereditato un panorama politico diverso e, nel rispondervi, ha reinterpretato, anziché sostituire, le precedenti tradizioni di lotta.

Questo articolo sostiene che l’importanza dei giovani palestinesi oggi non risiede semplicemente nella loro visibilità senza precedenti dall’ottobre 2023, ma in ciò che rivelano sulla trasformazione della politica palestinese negli ultimi tre decenni. La generazione cresciuta dopo Oslo ha ereditato la frammentazione come condizione politica determinante. Tuttavia, anziché generare disimpegno politico, la frammentazione ha prodotto nuovi modi di immaginare e riprodurre la comunità politica palestinese in aree geografiche disperse. Il Movimento Giovanile Palestinese, l’Intifada dell’Unità del 2021 e il movimento studentesco globale emerso dopo l’ottobre 2023 dovrebbero quindi essere compresi non come momenti scollegati, ma come espressioni successive di un processo storico più ampio.

Questa prospettiva richiede di andare oltre la concezione convenzionale dei giovani come categoria demografica. Come sosteneva Karl Mannheim, le generazioni sono formazioni politiche plasmate da esperienze storiche condivise, piuttosto che semplicemente dall’età. Partendo da questa intuizione, i giovani palestinesi dovrebbero essere concettualizzati come generazioni politiche le cui identità e forme di mobilitazione emergono attraverso il loro rapporto con momenti specifici della storia del Movimento Nazionale. Piuttosto che considerare le generazioni come elementi che si sostituiscono l’una all’altra, questo approccio sottolinea come ciascuna erediti, reinterpreti e rinnovi la lotta palestinese in un contesto storico mutevole.

La generazione nata durante o poco dopo gli Accordi di Oslo si è formata in un panorama politico profondamente trasformato. L’istituzionalizzazione dell’Autorità Palestinese, la frammentazione dei palestinesi in molteplici regimi giuridici e territoriali, l’umanizzazione della gestione e l’indebolimento delle istituzioni rappresentative hanno modificato radicalmente gli spazi in cui si sono formate le identità politiche. Come ha sostenuto Khalidi, Oslo ha frammentato non solo il territorio palestinese, ma anche le infrastrutture politiche attraverso le quali i palestinesi si immaginavano come popolo collettivo. Da una prospettiva coloniale, questa frammentazione costituisce una tecnologia centrale del Dominio Coloniale, volta a separare i palestinesi geograficamente e politicamente, minando al contempo la continuità della vita collettiva indigena.

“Ogni generazione deve, da una relativa oscurità, scoprire la propria missione, compierla o tradirla”, scrisse Frantz Fanon. La missione storica della generazione post-Oslo è stata quella di riaffermare la giustizia anticoloniale e la Liberazione contro la frammentazione, la depoliticizzazione e gli orizzonti politici neoliberisti imposti alla Palestina.

Eppure la frammentazione non ha posto fine alla politica palestinese; ha trasformato gli spazi attraverso i quali si è riprodotta. Anziché ereditare istituzioni nazionali unificate, i giovani palestinesi hanno ricostruito progressivamente le relazioni politiche attraverso l’organizzazione transnazionale, l’educazione politica, la solidarietà e la produzione collettiva di conoscenza. Comprendere l’attuale preminenza dei giovani palestinesi richiede quindi di ripercorrere questa traiettoria storica più ampia, piuttosto che partire dalla drammatica visibilità del momento post-ottobre.

Se la frammentazione ha costituito la condizione politica determinante della generazione post-Oslo, ha anche rimodellato le forme attraverso le quali i giovani palestinesi immaginavano la comunità politica. A differenza delle generazioni precedenti, la cui mobilitazione era strettamente legata alle istituzioni nazionali e ai centri territoriali di lotta, la generazione post-Oslo ha dovuto costruire relazioni politiche attraverso geografie disperse, regimi giuridici ineguali e molteplici luoghi di esilio. La loro sfida non era semplicemente quella di partecipare a un movimento nazionale esistente, ma di reimmaginare come un popolo frammentato potesse continuare ad agire politicamente insieme.

Una delle prime e più significative espressioni di questa trasformazione è emersa attraverso il Movimento Giovanile Palestinese. Fondato sulla scia degli Accordi di Oslo da giovani palestinesi della Diaspora, il Movimento Giovanile Palestinese rappresentava più di una semplice nuova organizzazione attivista. Rifletteva l’emergere di una generazione politica la cui esperienza della Palestina era profondamente segnata dallo sfollamento, dalla mobilità transnazionale e dall’assenza di istituzioni nazionali unificate. Anziché riprodurre i modelli organizzativi precedenti, il Movimento Giovanile Palestinese cercò di riconnettere le comunità palestinesi disperse ponendo l’educazione politica, la memoria collettiva e la solidarietà al centro della propria attività. Come sostiene il mio lavoro con Loubna Qutami, il Movimento non si limitò a mobilitare i giovani palestinesi; contribuì a formare una nuova generazione politica ricostruendo la Palestina come un orizzonte politico condiviso al di là dei confini territoriali.

Questo rappresentò un importante cambiamento nella geografia della politica palestinese. La comunità politica non era più concepita principalmente attraverso la prossimità territoriale o l’appartenenza a istituzioni, ma attraverso pratiche che permettevano ai palestinesi di imparare, dibattere e organizzarsi insieme al di là dei confini. In questa generazione, la solidarietà non era intesa semplicemente come sostegno alla Palestina o come mobilitazione episodica in momenti di crisi. È diventata una modalità di organizzazione politica capace di connettere i palestinesi attraverso geografie frammentate, collocando al contempo la loro lotta all’interno di movimenti anticoloniali, indigeni e per la giustizia razziale più ampi. In questo senso, la solidarietà ha funzionato simultaneamente come pratica di costruzione comunitaria e come quadro di analisi politica. Ha permesso ai giovani palestinesi di superare l’isolamento prodotto dalla frammentazione senza negare le diverse realtà vissute a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme, nei Territori Occupati nel 1948, nei campi profughi e nella Diaspora in generale.

Il significato di questi sviluppi va oltre il Movimento Giovanile Palestinese stesso. Il Movimento Giovanile Palestinese ha esemplificato le più ampie trasformazioni in atto in una generazione che produceva sempre più politica attraverso poche forme di soggettività politica e all’interno del quadro dell’anticolonialismo, dell’antimperialismo e della lotta comune. Ben prima dell’ottobre 2023, queste pratiche avevano già iniziato a rimodellare il modo in cui molti giovani palestinesi intendevano il loro ruolo politico nella Lotta di Liberazione nella Diaspora. La mobilitazione globale che ha fatto seguito al Genocidio di Gaza dovrebbe quindi essere intesa come il momento in cui questi processi di più lunga durata sono diventati visibili su una scala senza precedenti.

L’Intifada dell’Unità del 2021 ha rivelato questo significato politico a un livello più ampio. Scatenata dalla mobilitazione contro le espulsioni forzate a Sheikh Jarrah e rapidamente estesasi a Gerusalemme, alla Cisgiordania, a Gaza, alle comunità palestinesi in Israele e alla Diaspora, la rivolta ha messo in discussione uno dei principali risultati del periodo di Oslo: la frammentazione dello spazio politico palestinese. Per la prima volta in decenni, i palestinesi si sono mobilitati simultaneamente attraverso i diversi regimi giuridici, territoriali e politici attraverso i quali il Colonialismo di Insediamento israeliano e l’ordine post-Oslo avevano cercato di governarli separatamente. Come ha sostenuto Hawari, l’Intifada dell’Unità ha riaffermato l’indivisibilità del popolo palestinese nonostante decenni di frammentazione.

I giovani palestinesi hanno ridefinito la solidarietà transnazionale al di là del sostegno umanitario, promuovendo una visione politica di lotta comune che lega la Palestina ai movimenti anticoloniali, antimperialisti, indigeni e anticapitalisti di tutto il mondo.

Il significato del 2021, tuttavia, è andato oltre la portata della mobilitazione. Ha dimostrato che anni di educazione politica, organizzazione transnazionale e costruzione della solidarietà avevano generato una generazione capace di riconnettere spazi politici dispersi senza fare affidamento esclusivamente sulle istituzioni nazionali formali. La Palestina è emersa ancora una volta come un orizzonte politico condiviso che unisce rifugiati, palestinesi del ’48, palestinesi Sotto Occupazione e comunità della Diaspora. In tal modo, l’Intifada dell’Unità ha confermato che la frammentazione non aveva eliminato la comunità politica palestinese; aveva trasformato le modalità attraverso cui tale comunità si riproduceva.

L’ultima e più brutale fase del Genocidio a Gaza nel 2023 l’ha proiettata sulla scena globale. L’inedita mobilitazione studentesca che ne è seguita dovrebbe quindi essere compresa come parte di una genealogia molto più lunga, piuttosto che come un momento eccezionale di risveglio politico. Gli accampamenti allestiti nelle università del Nord America, dell’Europa e di altre regioni rappresentavano l’ultima espressione di una relazione storica tra i giovani palestinesi e l’organizzazione studentesca, che risale alla nascita stessa del Movimento di Liberazione Palestinese. Riflettevano inoltre le pratiche politiche sviluppate negli ultimi due decenni da una generazione che aveva imparato a organizzarsi in contesti geografici frammentati.

In molti di questi accampamenti, la creazione delle Università Popolari rappresentava forse la dimostrazione più chiara di questa continuità e del ruolo cruciale dei giovani palestinesi. Essi rivendicavano le università come spazi in cui la comunità politica poteva essere costruita attraverso l’apprendimento collettivo. Lezioni, gruppi di lettura e dibattiti pubblici non si limitavano a spiegare la Palestina a un pubblico più ampio; riproducevano una delle caratteristiche distintive della generazione politica post-Oslo: la consapevolezza che l’educazione politica è di per sé una forma di organizzazione. Anziché separare la conoscenza dalla pratica politica, queste iniziative hanno dimostrato come l’istruzione possa sostenere la solidarietà, trasmettere la memoria storica e generare nuovi immaginari anticoloniali al di là dei confini nazionali.

La preminenza degli studenti palestinesi dopo l’ottobre 2023 non dovrebbe quindi essere intesa semplicemente come l’emergere di un potente movimento di protesta. Ha rivelato la maturazione di una generazione politica le cui pratiche si erano sviluppate nel corso degli anni. Se il Movimento Giovanile Palestinese ha rappresentato uno dei primi tentativi di ricostruire la comunità politica palestinese al di là della frammentazione, e l’Intifada dell’Unità ha dimostrato le possibilità politiche di tale ricostruzione, il movimento studentesco globale successivo all’ottobre 2023 ha portato questi processi all’attenzione di un pubblico internazionale. Insieme, questi momenti tracciano l’evoluzione di una generazione che non ha superato la frammentazione, ma ha imparato a organizzarsi politicamente attraverso di essa.

La rinnovata visibilità dei giovani palestinesi negli ultimi anni è significativa non perché segnali l’arrivo di una nuova generazione di “attivisti”, ma perché rivela una trasformazione più ampia nella politica palestinese. Le successive generazioni politiche hanno sempre rimodellato il movimento di liberazione in risposta al mutare delle condizioni storiche. La generazione formatasi dopo Oslo si è sviluppata in condizioni di frammentazione senza precedenti, elaborando nuove forme di consapevolezza politica delle radici imperialiste del Colonialismo Sionista, attraverso le quali la comunità politica palestinese continua a essere immaginata e sostenuta al di là dei suoi confini.

Questo non risolve la persistente crisi di rappresentanza palestinese. Piuttosto, ci ricorda che la comunità politica non si riproduce solo attraverso le istituzioni. Si sostiene anche attraverso il lavoro quotidiano di apprendimento, memoria, organizzazione e costruzione di relazioni al di là delle divisioni imposte dal Colonialismo di Insediamento. I giovani palestinesi hanno dimostrato che la frammentazione non è riuscita a dissolvere l’immaginazione politica collettiva che è al centro del Movimento Nazionale Palestinese.

Il loro contributo più grande, quindi, non risiede semplicemente nella visibilità che hanno raggiunto, ma in ciò che rivelano sul futuro della politica palestinese: che anche in condizioni concepite per separare i palestinesi gli uni dagli altri, le nuove generazioni continuano a creare le solidarietà, i linguaggi politici e gli orizzonti condivisi attraverso i quali la Palestina rimane immaginabile come un progetto collettivo di liberazione.

Mjriam Abu Samra è borsista post-dottorato Marie Curie presso il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. La sua ricerca si concentra sulla politica palestinese e sui movimenti giovanili. È stata attivamente coinvolta nell’organizzazione transnazionale di movimenti giovanili palestinesi in Italia e in Europa, ed è stata membro fondatore del Movimento Giovanile Palestinese transnazionale.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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