Come possono i medici palestinesi “cooperare” con gli enti sanitari israeliani durante un Genocidio?

Un editoriale di un’importante rivista statunitense di salute elude il Genocidio e la Complicità del sistema sanitario israeliano per indebolire il crescente boicottaggio accademico.

Fonte: English Version

Di Carlyn Zwarenstein – 19 giugno 2025

Immagine di copertina: Un’infermiera si prende cura di un neonato prematuro in un’incubatrice presso l’ospedale dei martiri di Al-Aqsa a Deir el-Balah il 15 marzo 2025, dopo che Israele ha interrotto l’elettricità a Gaza (Eyad Baba/AFP)

Un recente editoriale della Rivista Americana di Sanità Pubblica, una delle riviste di salute pubblica più importanti e citate negli Stati Uniti, auspica una rinnovata cooperazione tra i settori della sanità pubblica israeliano e palestinese.

Questo appello, redatto da ricercatori dell’Università Ebraica di Gerusalemme e di altre istituzioni israeliane, travisa gravemente la realtà della sistematica distruzione di ogni aspetto della salute pubblica palestinese da parte di Israele e la Complicità delle sue istituzioni sanitarie in questo stesso processo.

Ciò che sta accadendo oggi a Gaza non è semplicemente un fallimento della cooperazione. È un attacco unilaterale alle sue infrastrutture e ai suoi operatori, in oltre 600 giorni di violenza e terrore perpetrati da uno degli eserciti più potenti al mondo contro una popolazione civile intrappolata.

Dall’ottobre 2023, Gaza è sotto assedio quasi totale, con Israele che ha sganciato oltre 100.000 tonnellate di esplosivo, distruggendo l’agricoltura locale, i panifici, le scorte farmaceutiche, i pannelli solari e gli impianti di desalinizzazione dell’acqua, rendendo di fatto impossibile la salute pubblica.

A marzo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha segnalato 670 attacchi da parte delle forze israeliane contro infrastrutture e personale sanitario legalmente protetti. Almeno 1.400 operatori sanitari sono stati uccisi da Israele nella sua guerra contro Gaza.

Nonostante oltre 100.000 feriti documentati dall’OMS come conseguenza di attacchi israeliani, solo 7.057 evacuazioni mediche sono state consentite, in gran parte perché Israele si è rifiutato di concedere i visti necessari.

Lo scorso settembre, una commissione indipendente delle Nazioni Unite ha concluso che Israele aveva perseguito una politica concertata per distruggere il sistema sanitario di Gaza. L’editoriale della Rivista Americana di Sanità Pubblica non fa alcun accenno a questo.

La salute pubblica viene ulteriormente compromessa quando gli operatori sanitari vengono maltrattati sotto la custodia israeliana.

Le testimonianze raccolte da Medici per i Diritti Umani-Israele descrivono non solo negligenza medica, ma anche casi in cui il personale sanitario non è intervenuto negli abusi o ha preso parte attivamente al tormento degli operatori sanitari palestinesi detenuti.

In una dichiarazione giurata, il Dottor MK, chirurgo ortopedico dell’Ospedale Nasser di Gaza, ha scritto: “Malattie della pelle, infezioni batteriche, sintomi di asma e dermatite si stanno diffondendo tra i prigionieri. C’è un medico, ma non lo vediamo mai. Ci sono detenuti malati, ma nessun medico li visita. C’è una clinica, ma i detenuti non vengono visitati”.

Eppure MK ha anche descritto di aver assistito all’amputazione di arti ai prigionieri, a dimostrazione del fatto che il sistema medico è, di fatto, silenziosamente presente in questi resoconti, corroborato da molteplici fonti.

Chi deve collaborare?

Quando l’editoriale della Rivista Americana di Sanità Pubblica invoca una “rinnovata cooperazione”, non è chiaro chi, esattamente, debba rinnovarla.

Si riferiscono ai paramedici uccisi in stile esecuzione e sepolti con le loro ambulanze? Alla Dottoressa Alaa al-Najjar, la pediatra il cui marito e nove dei suoi dieci figli sono stati uccisi in un attacco aereo israeliano sulla loro casa? O al Dottor Adnan al-Bursh, un amato chirurgo morto a seguito di Torture durante la detenzione israeliana, Torture, compresi abusi sessuali, ampiamente documentate tra medici e altri detenuti?

In Israele, un quarto di tutti i medici sono palestinesi, così come quasi la metà di tutti i nuovi medici e infermieri.

Sono loro che ora dovrebbero dimostrare una “rinnovata cooperazione” in materia di salute pubblica? Come i difensori dei diritti dei palestinesi altrove, i palestinesi in Israele sono stati messi a tacere, spesso dai loro stessi colleghi.

Una corrispondenza pubblicata la scorsa settimana sulla rivista medica The Lancet ha descritto l’incapacità della comunità medica internazionale di condannare il Genocidio israeliano e, negli Stati Uniti, il “clima di intimidazione e silenzio” che porta a ritorsioni professionali contro i difensori della salute pubblica per i diritti umani dei palestinesi.

Eppure l’editoriale della Rivista Americana di Sanità Pubblica inquadra il Genocidio come uno sfortunato scontro a fuoco tra parti pari.

In realtà, è più simile a sparare a pesci in un barile: il pesce sono un milione di bambini e le loro famiglie; il barile, un territorio che si restringe dove la popolazione è costretta in spazi sempre più ristretti; e la pistola, bombe americane da 900 kg che vaporizzano esseri umani, strappano arti ai bambini e annientano strutture sanitarie, ambulanze e operatori sanitari.

Genocidio mascherato

Nel loro editoriale per la Rivista Americana di Sanità Pubblica, la tesi degli autori si basa sul coordinamento passato tra gli attori della salute pubblica israeliani, palestinesi e globali.

I media e la letteratura scientifica, scrivono, dovrebbero sottolineare “che fino a circa una generazione fa, le collaborazioni sanitarie israelo-palestinesi prosperavano e portavano benefici diretti a tutte le popolazioni”.

Ma per decenni, prima dell’ottobre 2023, Israele controllava rigorosamente tutto e tutti coloro che entravano o uscivano da Gaza: attrezzature mediche, medicinali, calorie, persino i pazienti, un processo che la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo del 2015 ha descritto come “de-sviluppo e impoverimento”.

Questo è il vero contesto dietro esempi spesso citati come storie di successo di collaborazioni passate, come la campagna di vaccinazione contro la Poliomielite, iniziative condotte in condizioni di Occupazione e sotto il totale controllo israeliano.

Ancora più scandalosamente, gli autori strombazzano la campagna di vaccinazione del novembre 2024 in risposta a un’epidemia di Poliomielite causata dagli sfollamenti forzati e dalla distruzione da parte di Israele del settore sanitario, delle infrastrutture fognarie e dei sistemi di gestione dei rifiuti di Gaza, ma omettono di menzionare che le forze israeliane hanno lanciato una granata stordente contro una clinica per la vaccinazione contro la Poliomielite durante una cosiddetta “pausa umanitaria”.

Allo stesso modo, citano la cooperazione per portare aiuti, ma omettono l’attacco mirato di Israele che ha distrutto forniture mediche disperatamente necessarie; i molteplici attacchi contro un ospedale durante un’evacuazione medica attentamente negoziata; o i 335 proiettili sparati dalle forze israeliane contro l’auto da cui Hind Rajab, di sei anni, ha implorato i soccorsi.

Gli operatori umanitari hanno trascorso ore a coordinarsi con l’esercito israeliano per recuperare la bambina, la cui famiglia giaceva già morta accanto a lei, prima che sia Hind che i suoi soccorritori paramedici venissero uccisi.

Cosa significa cooperazione in queste circostanze?

Elusione dei crimini

Gli autori invocano la cooperazione in specifici ambiti della salute pubblica: servizi igienico-sanitari, infrastrutture ospedaliere, sicurezza idrica e salute ambientale, eludendo sistematicamente gli incessanti attacchi di Israele contro ciascuno di essi.

Evitano di condannare direttamente le ripetute violazioni del Diritto Internazionale da parte di Israele in questi ambiti, o l’assedio sempre più letale che, anche l’anno scorso, ha visto ostetriche tagliare i cordoni ombelicali dei neonati con lamette da barba e legarli con lo spago di una mascherina.

Tra gli autori figurano quattro medici e accademici israeliani, nonché un ex consigliere americano del Ministero della Salute israeliano. Nessuno di loro è palestinese.

Senza disinfettanti, sapone o acqua pulita, le ferite dei pazienti sono state lasciate infestate da vermi.

Continua: la scorsa settimana, sui social media circolavano notizie secondo cui Israele avrebbe informato l’OMS della sospensione del coordinamento medico per i ragazzi palestinesi di età superiore ai 12 anni.

Nel frattempo, le evacuazioni mediche sono state negate per settimane prima che la Dottoressa Alaa al-Najjar e il suo bambino sopravvissuto venissero finalmente evacuati, insieme ad altri 15 giovani pazienti su 10.000 che necessitavano urgentemente di essere evacuati, tra cui oltre 4.000 bambini.

Quindi, qual è il vero scopo di questo editoriale?

Un comunicato stampa dell’Università Ebraica di Gerusalemme lo chiarisce: descrive l’articolo come “una ferma confutazione delle attuali richieste di isolamento del mondo accademico e scientifico israeliano”. Condanna “tali boicottaggi” e “i tentativi di recidere i legami accademici”.

Protezione del potere

Il vago riferimento dell’editoriale al “rifiuto estremista della cooperazione e della ‘normalizzazione’ tra palestinesi e israeliani” sembra essere una velata critica ai boicottaggi accademici.

Il boicottaggio indetto dal movimento palestinese Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) prende di mira esplicitamente le istituzioni, non i singoli individui.

È una forma di pressione economica e sociale, ispirata da analoghi boicottaggi accademici del Sudafrica dell’Apartheid.

Ed è una risposta diretta alla complicità delle istituzioni israeliane: dai quasi 100 medici che, nel novembre 2023, hanno pubblicamente chiesto il bombardamento degli ospedali di Gaza, al silenzio assordante, anche da parte degli autori di questo editoriale, mentre l’esercito israeliano distrugge ogni aspetto rimanente della sanità pubblica a Gaza.

Tra gli autori dell’editoriale della Rivista Americana di Sanità Pubblica ci sono quattro medici e accademici israeliani, oltre a un ex consigliere americano del Ministero della Salute israeliano.

Nessuno è palestinese.

Eppure le forze che guidano quello che eufemisticamente chiamano “il tragico esempio di Gaza” sono chiare.

Le prove schiaccianti dimostrano che Israele, con la partecipazione della sua comunità sanitaria, ha sistematicamente sradicato la sanità pubblica a Gaza.

Eludendo abilmente la devastazione unilaterale del sistema sanitario di Gaza da parte di Israele, e la sua eliminazione letterale di coloro che lo gestiscono, l’editoriale della Rivista Americana di Sanità Pubblica promuove il silenzio persistente tra gli enti sanitari pubblici americani, nonostante gli Stati Uniti sostengano attivamente la guerra di Israele.

Si legge come un tentativo di distogliere l’attenzione dalla Complicità della sanità pubblica israeliana nel Genocidio e di proteggere il mondo accademico israeliano da boicottaggi e campagne di disinvestimento economicamente significativi, nonostante il mondo veda 2,3 milioni di persone morire di fame sotto i propri occhi.

Carlyn Zwarenstein è una giornalista scientifica che scrive spesso di salute pubblica e dinamiche di potere. Ha scritto un libro su droghe, dolore e solidarietà, “On Opium: Pain, Pleasure, and Other Matters of Substance” (Sull’Oppio: Dolore, Piacere e Altre Questioni di Sostanza).

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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