Il progetto criminale, efferato e imperdonabile della distruzione di Gaza è un progetto interamente israeliano. Non avrebbe potuto realizzarsi senza la cooperazione – sia attraverso il contributo attivo che il silenzio – di tutte le componenti della società ebraica israeliana.
Fonte. English version
Michael Sfard – 31 agosto 2025
Immagine di copertina: Una protesta contro la guerra a Gaza fuori dall’ufficio del Primo Ministro a Gerusalemme in agosto. Credito: Oren Ben Hakoon
“Quella è la mia famiglia, Kay. Non sono io.”
Quando Michael Corleone (interpretato in modo impeccabile da Al Pacino) porta Kay Adams (Diane Keaton) a conoscere la sua famiglia al matrimonio della sorella nella prima parte della trilogia del Padrino, lei viene a conoscenza di una storia molto inquietante sulla famiglia con cui sta per imparentarsi. Sembra che la famiglia risolva i problemi attraverso una combinazione di violenza e corruzione. Quando Michael nota che Kay è scioccata, cerca di rassicurarla: “Quella è la mia famiglia, Kay, non sono io”.
Israele sta distruggendo Gaza. Chiamatela pulizia etnica, chiamatela cancellazione, chiamatelo genocidio, chiamatelo come volete. Non ho dubbi che Raphael Lemkin, il giurista ebreo-polacco che ha coniato il termine “genocidio”, dichiarerebbe con lacrime di vergogna che lo Stato ebraico sta commettendo un genocidio a Gaza. Sta distruggendo quel luogo e annientando la popolazione che lo abita.
La distruzione fisica dell’ambiente costruito di Gaza è sistematica: casa dopo casa, edificio pubblico dopo edificio pubblico, infrastruttura dopo infrastruttura. Pensate al vostro quartiere: la scuola dei bambini, l’ambulatorio, il centro commerciale, il parco giochi, il parco, gli edifici per uffici e i palazzi residenziali. Immaginate tutto, assolutamente tutto, cancellato. Nessuna casa, nessun quartiere, nessuna comunità. Questa è la situazione a Gaza.
Un luogo che ospitava oltre due milioni di persone è diventato un immenso ground zero. Scuole, cliniche, negozi, infrastrutture idriche, elettriche e fognarie, strade e marciapiedi: tutto ridotto in cenere e polvere. Secondo l’analisi delle immagini satellitari, il 70% delle strutture della Striscia è stato completamente distrutto o danneggiato in modo irreparabile, e questo ancor prima delle fasi successive della campagna, prima che la promessa del ministro della Difesa ai rabbini del movimento religioso sionista, secondo cui “Gaza assomiglierà a Beit Hanoun”, si realizzi.
L’uccisione di massa degli abitanti di Gaza è più caotica della distruzione dello spazio fisico: bombardamenti indiscriminati, bombardamenti sproporzionati, devastazione del sistema sanitario e – cosa orribile – carestia. La creazione deliberata di una carestia provocata dall’uomo.

L’intenzionale e deliberato impedimento all’ingresso di cibo e aiuti umanitari a Gaza; lo smantellamento del sistema di soccorso internazionale che aveva distribuito rifornimenti in centinaia di punti in tutta la Striscia e la sua sostituzione con soli quattro punti di distribuzione – tre a sud e uno al centro, nessuno a nord – tutto per costringere i gazawi allo sfollamento. Come cani condotti dalla casa al cortile con una ciotola di cibo. Il numero di coloro che muoiono di fame è inaccettabile. Le immagini sono agghiaccianti. Fermano il cuore. Israele sta distruggendo Gaza.
Come si può continuare a vivere come parte di una collettività che sta portando avanti l’annientamento? Come ci si sveglia la mattina e si guarda negli occhi il droghiere appena tornato dal servizio di riserva, il soldato al bar o il vicino che appende un cartello con la scritta “Insieme vinceremo”?
È più facile guardare Ben-Gvir o Smotrich e pensare che non hanno nulla a che fare con noi. È più confortante pensare a questi due piccoli fascisti che – a differenza delle loro controparti italiane o tedesche – non hanno né classe né estetica, solo razzismo allo stato puro e crudeltà sadica, e sentirsi sollevati. È più facile deridere Smotrich che si dilunga in versi poetici su quanto sia morale far morire di fame due milioni di abitanti di Gaza e su quanto sia accettabile sacrificare gli ostaggi. È più facile deridere Ben-Gvir che si compiace dell’idea della pulizia etnica (che lui definisce “incoraggiare l’immigrazione”) e dirci che questo non ci rappresenta, non siamo noi.
Ma il progetto criminale, efferato e imperdonabile della distruzione di Gaza, è un progetto che coinvolge tutto Israele. Non si sarebbe potuto realizzare senza la cooperazione – sia attraverso il contributo attivo che il silenzio – di tutte le componenti della società ebraica israeliana. Il governo si è assicurato la lealtà a questo crimine fin dai primi giorni della guerra, quando si è delineata la natura dell’attacco israeliano a Gaza: un assalto totale a tutto ciò che era a Gaza, senza la pretesa di concentrarsi solo su obiettivi militari. All’epoca, quando le voci che denunciavano crimini di guerra venivano soffocate dai tamburi di guerra, tutti i segmenti della società erano incatenati alla complicità nel crimine.
Come le reclute della mafia, che su ordine del capo devono sparare a un negoziante che non ha pagato il pizzo, suggellando così un patto di sangue – con il sangue di qualcun altro – con “la famiglia”, così centinaia di migliaia di israeliani si sono mobilitati per rispondere agli appelli a bombardare, schiacciare, cancellare e affamare. Centinaia di migliaia di persone, su cui ricade direttamente la responsabilità dell’annientamento, e milioni indirettamente, vincolate dal patto criminale, vincolate alla sua negazione e – quando la negazione non è più possibile – alla sua giustificazione.

Oggi non c’è dubbio, e non può essercene alcuno, su ciò che sta accadendo a Gaza. Israele sta commettendo crimini contro l’umanità di una portata agghiacciante. Sta distruggendo tutte le infrastrutture che consentono la vita nella Striscia e sta facendo morire di fame la sua popolazione. Dichiara ufficialmente la sua intenzione di effettuare una pulizia etnica a Gaza o, come la chiama Netanyahu – il Darth Vader israeliano, che si è arreso completamente al lato oscuro della forza – di attuare “la visione di Trump”.
E anche adesso, quando tutto è già chiaro, quando l’accusa di genocidio è diventata molto difficile da respingere, gli israeliani nel loro insieme tirano il sipario e continuano la loro vita quotidiana. Notate questo: nessuna associazione professionale israeliana osa protestare moralmente contro l’annientamento di Gaza.
Né l’Associazione medica israeliana, che è disgustosamente silenziosa di fronte alla distruzione sistematica del sistema sanitario di Gaza e all’uccisione di oltre 1.500 operatori sanitari, né le organizzazioni degli insegnanti, il cui silenzio di fronte alla distruzione totale del sistema educativo di Gaza (primario, secondario e superiore) insegna agli studenti israeliani che non tutti gli esseri umani nascono a immagine di Dio.
Nemmeno l’Associazione degli avvocati israeliani, il cui leader può chiedere l’arresto del ministro della giustizia per aver sostituito le serrature del suo ufficio per umiliare il procuratore generale, ma non vede alcun motivo di dire una parola sui piani di trasferimento della popolazione e di carestia del governo israeliano, sui bombardamenti dei tribunali di Gaza, sulla fame e gli abusi sui prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane trasformate in campi di tortura, o sulla disgustosa collaborazione della Corte Suprema con tutto questo.
Che vergogna appartenere a un’associazione legale che si batte per preservare la “clausola di ragionevolezza”, ma non dice nulla sul dovere di consentire gli aiuti umanitari ai civili affamati o le visite della Croce Rossa ai prigionieri nemici.
Per quanto riguarda i media mainstream israeliani , è una perdita di tempo parlare di loro: di coloro che si definiscono “giornalisti” e che hanno cospirato per non denunciare le sofferenze che stiamo causando agli abitanti di Gaza, una cospirazione che è un crimine professionale; che per mesi hanno alimentato le fiamme della guerra e permesso l’incitamento a commettere crimini; che ancora impediscono alle voci veramente critiche di essere ascoltate; e che sono rimasti in silenzio sull’uccisione sistematica di giornalisti a Gaza e sul rifiuto di farli entrare, tranne quando sono infiltrati nelle IDF per diffondere le bugie del portavoce dell’esercito. I media israeliani sono il falò tribale nelle cui fiamme brucia Gaza.
La famiglia non si sceglie, e Israele è la mia famiglia. Ed è una famiglia criminale. Come si fa a vivere con una famiglia del genere? Tutto è contaminato. La putrefazione ha consumato ogni cosa. Proprio la sera in cui la rivista Haaretz ha pubblicato decine di foto di bambini scheletrici – opera nostra – Channel 13 News ha trasmesso un servizio di pubbliche relazioni sulla raffinata cucina israeliana e sulle stelle Michelin che i nostri migliori chef stanno per ricevere.
Michael Corleone pensava di poter rimanere parte della famiglia evitando una vita criminale. Alla fine, ereditò il ruolo del padre e divenne il boss dell’organizzazione criminale di famiglia. Ci sono due modi per evitare un destino simile. Uno è troncare del tutto con la famiglia. Molti lo hanno fatto negli ultimi due anni: hanno lasciato il Paese e si sono trasferiti in altre società. Ma c’è un’altra opzione: combattere la famiglia. Combatterla davvero. Comprendere che, a questo punto, la famiglia è l’avversario.
Il problema, vi ricordo, non sono Ben-Gvir e Smotrich. Il male emerge da molte delle roccaforti del cosiddetto “liberalismo” nella nostra distorta realtà israeliana. Ma – e questo è cruciale – ci sono anche membri della famiglia ribelli. Insegnanti, artisti, avvocati, giornalisti, medici, assistenti sociali, accademici e molti attivisti politici che hanno osato alzare la voce contro la distruzione di Gaza in petizioni, video e manifestazioni. Siamo pochi, ma non insignificanti.

Insieme dobbiamo combattere la nostra famiglia con ogni mezzo non violento. Seguire la via di Abramo, che, secondo il midrash, distrusse gli idoli adorati da suo padre; di Mosè, che si ribellò alla sua famiglia adottiva egiziana per guidare un popolo di schiavi verso la libertà; e di tutti i profeti che rimproverarono il popolo peccatore e i re criminali. In termini odierni: sostenere chi si rifiuta, incoraggiare indagini internazionali e chiedere sanzioni e isolamento politico. Per spingere attraverso i piedi ciò che non entra attraverso la mente e il cuore, per preservare un’isola di valori umani e, soprattutto, per fermare l’annientamento di Gaza.
L’autore è un avvocato specializzato in diritti umani e diritto bellico, nonché autore del libro in lingua ebraica “Occupation from Within: A Journey to the Roots of the Constitutional Coup”.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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