“Non ho mai sentito il desiderio di andarmene. Perché? Perché vivere questo momento così duro, vedere la tua città, il tuo quartiere distrutti, ti rende più legata alla tua terra, più legata al tuo quartiere“
AL JAZEERA “INSIDE STORY” – 12 OTT 2025
Conduttore Imran Khan
Ospiti:
- Ines Abdel Razek Co-direttrice del Palestine Institute for Public Diplomacy
- Ilan Pappé Presidente della Nakba Memorial Foundation
- Ghada Karmi Accademica e autrice di ‘Return: A Palestinian Memoir’
Hind Khoudary è una giornalista palestinese che ha riferito sulla situazione a Gaza sin dall’inizio del genocidio. Ha perso la casa, gran parte della sua famiglia e molti amici. Racconta la sua esperienza in video-collegamento dalla zona centrale di Gaza, ormai ridotta ad una spianata desertica, e spiega la sua determinazione a non andarsene.
“Non ho mai sentito il desiderio di andarmene. Perché? Perché vivere questo momento così duro, vedere la tua città, il tuo quartiere distrutti, ti rende più legata alla tua terra, più legata al tuo quartiere. Cominci a renderti conto e a sentire quanto sia forte il legame con la tua terra. Sì. Se ora partissi, per esempio, o se me ne andassi, cosa farei? Guarderei Gaza in TV. Non è qualcosa che voglio non è una cosa che voglio vivere. È quello che ho detto a tutti. Non voglio vedere Gaza su uno schermo. Voglio vederla con i miei occhi.
Ed è questo che mi spinge a farlo ogni singolo giorno. Per questo sono qui in questo momento. Gaza non è una città. Gaza è la nostra amata città, per ogni singolo palestinese, nonostante tutta la distruzione. Le siamo molto legati e non so se qualcuno capisce il legame tra Gaza e i suoi abitanti. È un rapporto di amore-odio, ma non puoi mai andartene. Non puoi mai rinunciare a Gaza.
E sono veramente felice e orgogliosa di me stessa per essere rimasta, per aver scelto Gaza e per aver resistito fino alla fine.
IMRAN KHAN
Bene, è proprio di questo, del legame con la terra, che parleremo con i nostri ospiti. Ora diamo il benvenuto ai nostri ospiti. Da Ramallah, nella Cisgiordania occupata, è con noi Ines Abdel Razek, co-direttrice del Palestine Institute for Public Diplomacy. Da Exeter, nel Regno Unito, è con noi Ilan Pappé, presidente della Nakba Memorial Foundation. E da Londra, Ghada Karmi, accademica e autrice di “Return: A Palestinian Memoir”.
Vi do il benvenuto al programma. Vorrei iniziare da Londra con Ghada. Per molti versi, lei è l’incarnazione della Nakba. È stata sfollata. L’ha vissuta in prima persona. Quando vede queste scene a Gaza, di persone che tornano in un luogo completamente distrutto, cosa prova?
GHADA KARMI
Be’, prima di tutto, la vista di queste povere persone che camminano verso nord alla ricerca delle loro case è molto struggente. E naturalmente ricorda le file di palestinesi che nel 1948 lasciarono la Palestina perché erano stati espulsi, costretti ad andarsene o fuggiti per paura. Questo parallelo mi colpisce molto, non posso dire di essere stata io stessa tra le file degli sfollati a piedi nel 1948. Ero una bambina e abbiamo avuto la fortuna di trovare un taxi che ci ha portati fuori da Gerusalemme.
Ma è impressionante che i palestinesi siano stati cacciati dalla loro patria sin dal 1948. E oggi assistiamo a questa situazione atroce, atroce a Gaza. Mi rende triste. Mi fa sentire una grande rabbia. Insomma, cosa posso dirvi? Sono arrabbiata dal 1948.
IMRAN KHAN
Be’, oggi sfogheremo gran parte di quella rabbia. Lo spero, perché credo che lei abbia molte cose da dire. Ma ora passo la parola a Ines Abdel Razek. È a Ramallah per noi.
Ines, tutti parlano della resilienza dei palestinesi. Francamente, è quasi fastidioso che parlino della resilienza perché sminuisce ciò che Israele ha fatto dal 1948, ridotto all’idea che, in qualche modo, sono resilienti. Stanno resistendo a tutto questo. Questo è ciò che sta realmente accadendo loro. Quando vedi queste immagini a Gaza, cosa pensi?
INES ABDEL RAZEK
Penso che effettivamente non dovremmo romanticizzare la sofferenza, ma condivido pienamente ciò che diceva Ghada, ovvero che ci sono stati cento anni di colonizzazione, di tentativi coloniali di sterminare i palestinesi, di espellerli dalla loro terra, dalla nostra terra, ma noi siamo ancora qui. In questo preciso momento, non dovremmo romanticizzare la sofferenza a cui stiamo assistendo, penso che sia molto reale, la brutalità e la violenza di Israele sono state orribili. Hanno distrutto il 90% di Gaza! Penso che Hind Khoudary abbia detto bene, le persone non sanno ancora come sentirsi. Non riescono a trovare lo spazio per piangere, per respirare. Ma penso che il punto sia che sì, tutte queste migliaia di persone che stanno tornando, sono lì. Sono pronte a ricostruire. Sono pronte a insegnare ai loro figli come coltivare la terra, come ricostruire le loro case. Ma, ancora una volta, questo non dovrebbe sollevare Israele dalle sue responsabilità.
E proprio come nel 1948, penso che ci troviamo in un momento storico così importante che non credo abbiamo abbastanza spazio per guardarlo e prenderne le distanze, perché ci siamo dentro. Ma vi dico che questo ha cambiato profondamente il popolo palestinese e la nostra lotta è più viva che mai. Non sappiamo ancora come tutto ciò abbia trasformato il nostro popolo. Ma io sono la terza generazione di sopravvissuti alla Nakba che sono stati espulsi. E oggi sono qui e posso dirvi che questo genocidio è qualcosa che garantirà che i palestinesi continueranno a resistere alla loro oppressione. E ancora una volta, il cessate il fuoco non è sicuramente la fine. È solo l’inizio. Israele dovrebbe essere ritenuta responsabile e ci si dovrebbe concentrare sull’assicurarsi che la violenza strutturale, a questo punto, finisca.
IMRAN KHAN
Vorrei sentire Ilan Pappé. Ho trascorso molti anni, moltissimi anni, facendo reportage da Israele, e quando parlavo della Nakba, la Catastrofe, agli israeliani non diceva praticamente nulla. Non era un argomento di cui parlavano mai. Lei è il presidente della Nakba Memorial Foundation. Secondo lei, perché? Perché è un argomento così tabù per gli israeliani? Sembrano semplicemente ignorarlo.
ILAN PAPPE
Sì. Penso che, prima di tutto, la maggior parte degli israeliani non sappia esattamente cosa sia successo nella Nakba. E quelli che lo sanno non provano alcuna compassione nemmeno a livello umano, figuriamoci capire cosa questo significhi per loro stessi, per il loro stato e per il movimento ideologico a cui appartengono.
Direi che questo è il risultato di due fattori. Uno è la natura stessa del movimento sionista nello Stato di Israele, che è un progetto coloniale di insediamento. Tutti i progetti coloniali disumanizzano totalmente la popolazione indigena e questo permette poi la rimozione della popolazione attraverso il genocidio, la pulizia etnica o qualsiasi altro mezzo. Sebbene questo sia parte integrante dell’identità di Israele, per assicurarsi che ogni generazione aderisca a tale disumanizzazione, è necessario un sistema educativo, dei media, dei discorsi politici e così via molto indottrinati. Chiunque analizzi il sistema educativo israeliano, i media e così via, vedrebbe che la disumanizzazione è parte integrante di ciò a cui gli israeliani sono esposti dalla culla alla tomba.
Quindi, non mi sorprende che ci sia questa disumanizzazione, questa mancanza di compassione, questa mancanza di volontà di sapere esattamente cosa sia successo nel 1948 o cosa sia successo a Gaza negli ultimi due anni e quel tipo di realtà.
Naturalmente, ciò che conta davvero, direi, è come la comunità internazionale affronta questa realtà. Perché la comunità internazionale ama pensare che ci sia una possibilità di cambiamento, che forse ci sia un gran numero di ebrei israeliani che potrebbero pensarla diversamente e che questo aprirebbe la strada a una sorta di pace e riconciliazione.
Ma il fatto è che non esiste un gruppo così significativo e non esiste una visione contraria, e questa è la sfida più grande non tanto per i palestinesi, perché sono stati loro a subire le politiche che alla fine derivano da tale indottrinamento. Ma la comunità internazionale è tanto ignorante e complice quanto la società ebraica israeliana.
IMRAN KHAN
Vorrei coinvolgere Ghada. Una delle cose che gli israeliani hanno criticato molto apertamente è una cosa molto semplice: il simbolo di una chiave. Ora, la chiave simboleggia le case che sono state perse o occupate dai coloni ebrei nel 1948 e nel 1967. È un simbolismo che spaventa gli israeliani. Non c’è nulla dei palestinesi, secondo lei, per cui gli israeliani provino simpatia? Secondo lei, c’è qualche aspetto della storia palestinese per cui gli israeliani provano simpatia?
GHADA KARMI
C’è stato un breve periodo, coincidente principalmente con l’accordo di Oslo, in cui si è verificato il fenomeno dei cosiddetti “sionisti liberali”. Si trattava di persone che erano sostenitori di Israele, ovviamente, ma che volevano esprimere la loro comprensione e simpatia per le aspirazioni dei palestinesi alla creazione di uno Stato proprio.
Quindi, in un certo senso, c’è stato un periodo negli anni ’90, direi, in cui parecchi palestinesi credevano davvero in queste cose e volevano vedere il meglio nella situazione. Ma per me, che ho perso… la mia famiglia ha perso tutto nel 1948, abbiamo dovuto ricostruire tutto da zero. E quando guardiamo Gaza oggi e ci chiediamo come mai queste persone siano ancora lì, continuino a combattere, continuino a voler affermare la loro esistenza, non mi sembra strano perché era esattamente così che ci sentivamo noi dopo il 1948. I palestinesi erano completamente assorbiti dalla sopravvivenza. All’epoca non potevamo permetterci il lusso di sederci e riflettere su ciò che ci era successo. Eravamo impegnati al 100% a sopravvivere e a vivere per combattere un altro giorno. Era così. Quindi, per quanto mi riguarda, non sono mai lasciata ingannare o abbindolare dai sionisti.
IMRAN KHAN
Ha sollevato un punto molto importante. È un punto davvero molto importante il suo. Vorrei coinvolgere Ines in questa discussione. Ines, per molti versi potremmo descriverti come appartenente alla generazione post Oslo. Quindi, in un certo senso hai capito, hai visto quella speranza di cui parlava Ghada, all’inizio degli anni ’90. Ma ora tutto questo è svanito. Eppure tu sei lì, a Ramallah. Sei ancora in Palestina. Credi ancora nell’idea della Palestina. Ma quel sogno sta svanendo per la tua generazione?
INES ABDEL RAZEK
Sì, in realtà appartengo alla generazione di Oslo, perché quando ero bambina c’erano una quantità di programmi di costruzione della pace che sono falliti completamente. Be’, perché, ancora una volta, Israele ha usato brutali campagne di violenza, e oggi il genocidio, per spingere i palestinesi a negoziare i loro diritti fondamentali. Ma i nostri diritti non sono negoziabili.
Quindi, penso che in questo momento ciò che sta accadendo, il più grande insulto e la peggiore ipocrisia da parte della comunità internazionale, sia che ancora una volta vogliano proporre i soliti processi basati su negoziati truccati in cui Israele, il regime israeliano, ha la piena supremazia, il pieno controllo e finge di fare gesti benevoli. Quindi, la minaccia qui è che questo tipo di processi, primo, danno la violenza strutturale israeliana per scontata e soggetta a compromessi, come se la violenza non fosse cessata. Non è perché c’è un cessate il fuoco che tutti i crimini sono cessati.
Considerano ancora una volta Israele come una parte in buona fede, interessata o disposta a compiere alcuni passi verso il riconoscimento dei diritti dei palestinesi. Ma ancora una volta, cento anni di colonizzazione in diverse forme hanno dimostrato il contrario. E continuano a mentire e a utilizzare questi processi per creare ulteriore controllo, ulteriori fatti sul terreno che diventano poi la nuova base per negoziati che spingono un po’ più in là le linee rosse imposte dalla comunità internazionale.
Per cui, penso che non dovremmo proprio lasciarci nuovamente ingannare da questi processi. Quello che deve accadere è esercitare pressione, è mettere Israele di fronte alle sue responsabilità perché non smetterà i suoi crimini finché non sarà costretto a farlo. E penso che quello che sta succedendo oggi sia una minaccia a…
IMRAN KHAN
L’unico modo per costringere Israele a fare effettivamente qualcosa è la pressione internazionale. Ne ha parlato Ilan Pappé poco fa. Ma vorrei approfondire un altro aspetto prima di arrivare alle pressioni. Un tempo era la cancellazione dell’identità palestinese, Ilan, la pietra angolare del modo in cui Israele trattava i palestinesi. Fingere che non esistessero, fingere che non fossero mai stati lì.
Poi, dopo il 7 ottobre, si è passati all’uccisione di massa, eppure la comunità internazionale non ha fatto nulla. Ovviamente, questo ti delude Ma da dove pensi che provenga questo tipo di cecità? E non può essere semplicemente una questione di disumanizzazione.
ILAN PAPPE
Imran, la cecità dell’Europa è piuttosto evidente perché, dopotutto, Israele è un progetto europeo e dobbiamo ricordare che l’essenza dell’intero progetto era che l’Europa non era in grado di affrontare la cosiddetta questione ebraica e ha imposto uno Stato ebraico europeo nel cuore del mondo arabo a spese dei palestinesi. Questo fatto storico fondamentale non è cambiato.
Quindi, l’Europa deve comprendere la sua complicità sia nella fondazione dello Stato, sia nel concedergli questa immunità eccezionale, quando è chiaro che negli ultimi 57 anni, e si potrebbe dire anche negli ultimi 78 anni, ha infranto e violato ogni legge internazionale, ricorrendo a un genocidio graduale ben prima del 7 ottobre, a una pulizia etnica graduale, a oppressioni di ogni tipo e così via.
Quando diciamo Europa, ovviamente intendiamo i governi e i responsabili politici, è ben consapevole di ciò che sta accadendo. Non è necessario informarli che i palestinesi sono vittime da almeno 78 anni, se non di più, di uno Stato e di un progetto che li priva dei loro diritti umani e civili fondamentali.
IMRAN KHAN
Mi dispiace, ma il tempo a nostra disposizione sta per finire.
ILAN PAPPE
Perché l’Europa concede loro un’immunità eccezionale? La risposta è che, sebbene geograficamente la Palestina si trovi nel mondo arabo, agli occhi dei responsabili politici europei Israele fa parte dell’Europa e quindi viene trattato in modo molto diverso.
IMRAN KHAN
Ghada, vorrei passare a lei. Una delle poche cose, uno degli unici strumenti che sono rimasti ai palestinesi è la capacità di rimanere sulla loro terra. Finché rimangono sulla loro terra, c’è una Palestina per cui lottare. È d’accordo?
GHADA KARMI
Assolutamente. Assolutamente. E penso che la popolazione di Gaza abbia dimostrato chiaramente la veridicità di questa affermazione. Sono rimasti, in gran parte, sulla loro terra nonostante la situazione orribile che li circonda. Ma sai, ascoltando Ilan, mi viene in mente qualcosa che ritengo importante. Per me, ciò che sta accadendo oggi rappresenta in realtà la continuazione di un processo iniziato oltre un secolo fa. Mi riferisco ai giorni della Dichiarazione Balfour. A quel tempo, l’atteggiamento della Gran Bretagna nei confronti dei palestinesi era di totale disinteresse, non erano interessati, non gliene importava nulla. Non sono mai stati menzionati nelle decisioni prese dalla Dichiarazione Balfour sul futuro del loro Paese, che prevedeva l’ingresso dei sionisti, ecc.
Oggi, quell’atteggiamento che all’epoca veniva normalmente descritto come colonialista o di disprezzo nei confronti degli indigeni, non è cambiato. Dobbiamo capire che oggi è lo stesso. Ecco perché…
IMRAN KHAN
Mi dispiace, ma il tempo a nostra disposizione sta per finire e vorrei passare rapidamente a Ines e alla sua idea che l’unica vera resistenza che i palestinesi hanno in questo momento è rimanere, rimanere sulla loro terra nella Cisgiordania occupata, rimanere sulla loro terra a Gaza ed essere una realtà. Ma questo è sufficiente per te che sei ancora in lotta, è sufficiente o hai bisogno di qualcosa di più?
INES ABDEL RAZEK
Be’, penso che ancora una volta non dovremmo sottovalutare la brutale violenza e la capacità di Israele, sostenuta dai suoi alleati più stretti. Per cui, ritengo che le sofferenze e la distruzione che possono infliggere non debbano essere sottovalutate. Tuttavia, anche i palestinesi che sono stati espulsi nel corso di decenni, compresa la mia famiglia, sono ancora qui. La diaspora ha dimostrato che, come i palestinesi che hanno vissuto in esilio, sono state le nuove generazioni a organizzare e mobilitare milioni di persone nelle strade e a promuovere campagne per esercitare pressioni su Israele.
I palestinesi, come si sa, sono per metà in Palestina e per metà fuori. I palestinesi che sono all’estero sono importanti e fanno parte della lotta di liberazione tanto quanto quelli che sono dentro. Quindi, penso che questa sia una lotta comune che dobbiamo continuare, perché soprattutto i palestinesi che si trovano in Occidente, nei luoghi più complici, hanno un ruolo da svolgere nel far sì che la realtà sia identificata come una realtà di colonialismo d’insediamento, in cui Israele non possa cambiare il suo corso con negoziati truccati, ma in seguito a pressioni.
IMRAN KHAN
Vorrei ringraziare tutti i nostri ospiti, Ines Abdul Razek, Ilan Pappé e Ghana Karmi, e vorrei ringraziare anche voi per averci seguito.
Traduzione a cura di: Leila Buongiorno
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