Il Natale è una storia di impero, ingiustizia e vulnerabilità della gente comune che si ritrova intrappolata nel suo cammino.
di Rev. Dr Munther Isaac,pastore e teologo palestinese, 24 Dicembre 2025
Ogni dicembre, gran parte del mondo cristiano entra in un consueto ciclo di celebrazioni: canti natalizi, luci, alberi addobbati, frenesia consumistica e le calde immagini di una notte innevata. Negli Stati Uniti e in Europa, il discorso pubblico parla spesso di “valori cristiani occidentali”, o persino della vaga nozione di “civiltà giudaico-cristiana”. Queste espressioni sono diventate così comuni che molti danno per scontato, quasi automaticamente, che il cristianesimo sia intrinsecamente una religione occidentale, un’espressione della cultura, della storia e dell’identità europea.
Non lo è.
Il cristianesimo è, ed è sempre stato, una religione dell’Asia occidentale/mediorientale. La sua geografia, la sua cultura, la sua visione del mondo e le sue storie fondative affondano le radici in questa terra, tra popoli, lingue e strutture sociali che assomigliano molto di più a quelli della Palestina, della Siria, del Libano, dell’Iraq e della Giordania di oggi, rispetto a qualsiasi cosa si possa immaginare in Europa. Persino l’ebraismo, evocato con l’espressione “valori giudaico-cristiani”, è di per sé un fenomeno prettamente mediorientale. L’Occidente ha ricevuto il cristianesimo, ma non gli ha certo dato i natali.
E forse nulla rivela più nettamente la distanza tra le origini del cristianesimo e la sua espressione occidentale contemporanea del Natale: la storia della nascita di un ebreo palestinese, figlio di questa terra, nato molto prima che emergessero i confini e le identità moderne.
Come l’Occidente ha trasformato il Natale
In Occidente, il Natale è un mercato culturale. È commercializzato, romanticizzato e avvolto da strati di sentimentalismo. I regali sfarzosi mettono in ombra qualsiasi preoccupazione per i poveri. Questo periodo dell’anno è diventato una rappresentazione di abbondanza, nostalgia e consumismo, una festa spogliata del suo nucleo teologico e morale.
Persino i versi familiari del canto natalizio “Astro del ciel” oscurano la vera natura della storia: Gesù non nacque nella serenità, ma nel tumulto.
Nacque sotto l’occupazione militare, in una famiglia sfollata per decreto imperiale, in una regione che viveva all’ombra della violenza. La sacra famiglia fu costretta a fuggire come rifugiata perché i bambini di Betlemme, secondo il racconto evangelico, furono massacrati da un tiranno temibile determinato a preservare il suo regno. Vi suona familiare?
In effetti, il Natale è una storia di impero, ingiustizia e vulnerabilità della gente comune che si ritrova intrappolata lungo il suo percorso.
Betlemme: Immaginazione vs realtà
Per molti in Occidente, Betlemme – il luogo di nascita di Gesù – è un luogo di immaginazione, una cartolina dell’antichità, congelata nel tempo. La “piccola città” è ricordata come un pittoresco villaggio delle Scritture piuttosto che come una città viva e pulsante, abitata da persone reali, con una storia e una cultura distinte.
Betlemme oggi è circondata da mura e posti di blocco costruiti da un occupante. I suoi abitanti vivono in un sistema di apartheid e frammentazione. Molti si sentono tagliati fuori, non solo da Gerusalemme – che l’occupante non permette loro di visitare – ma anche dall’immaginario cristiano globale che venera il passato di Betlemme ignorandone spesso il presente.
Questo sentimento spiega anche perché così tante persone in Occidente, mentre celebrano il Natale, si preoccupino poco dei cristiani di Betlemme. Peggio ancora, molti abbracciano teologie e atteggiamenti politici che cancellano o ignorano completamente la nostra presenza per sostenere Israele, l’impero di oggi.
In questi contesti, l’antica Betlemme è venerata come un’idea sacra, ma la Betlemme moderna – con i suoi cristiani palestinesi che soffrono e lottano per sopravvivere – è una realtà scomoda che deve essere ignorata.
Questa disconnessione è importante. Quando i cristiani occidentali dimenticano che Betlemme è reale, si disconnettono dalle loro radici spirituali. E quando dimenticano che Betlemme è reale, dimenticano anche che la storia del Natale è reale.
Dimenticano che si è svolta tra un popolo che viveva sotto l’impero, che ha affrontato l’esodo, che desiderava giustizia e che credeva che Dio non fosse distante, ma in mezzo a loro.
Cosa significa il Natale per Betlemme
Allora, come si presenta il Natale se raccontato dalla prospettiva di chi vive ancora dove tutto ha avuto inizio: i cristiani palestinesi? Che significato ha per una piccola comunità che ha preservato la propria fede per due millenni?
Nel profondo, il Natale è la storia della solidarietà di Dio.
È la storia di Dio che non governa da lontano, ma è presente tra il popolo e si schiera dalla parte di chi è ai margini. L’incarnazione – la fede che Dio si è fatto carne – non è un’astrazione metafisica. È un’affermazione radicale su dove Dio sceglie di dimorare: nella vulnerabilità, nella povertà, tra gli occupati, tra coloro che non hanno altro potere se non quello della speranza.
Nella storia di Betlemme, Dio non si identifica con gli imperatori, ma con coloro che soffrono sotto l’impero – le sue vittime. Dio non viene come un guerriero, ma come un bambino. Dio è presente non in un palazzo, ma in una mangiatoia. Questa è la solidarietà divina nella sua forma più sorprendente: Dio si unisce alla parte più vulnerabile dell’umanità.
Il Natale, quindi, è la proclamazione di un Dio che si confronta con la logica dell’impero.
Per i palestinesi di oggi, questa non è solo teologia, è esperienza vissuta. Quando leggiamo la storia di Natale, riconosciamo il nostro mondo: il censimento che costrinse Maria e Giuseppe a viaggiare assomiglia ai permessi, ai posti di blocco e ai controlli burocratici che plasmano la nostra vita quotidiana oggi. La fuga della Sacra Famiglia risuona con i milioni di rifugiati fuggiti dalle guerre nella nostra regione. La violenza di Erode riecheggia nella violenza che vediamo intorno a noi.
Il Natale è una storia palestinese per eccellenza.
Un messaggio al mondo
Betlemme celebra il Natale per la prima volta dopo due anni senza festeggiamenti pubblici. È stato doloroso ma necessario per noi annullare le nostre celebrazioni; non avevamo scelta.
A Gaza si stava svolgendo un genocidio e, come persone che vivono ancora nella patria del Natale, non potevamo fingere il contrario. Non potevamo celebrare la nascita di Gesù mentre bambini della sua età venivano estratti morti dalle macerie.
Celebrare questa ricorrenza non significa che la guerra, il genocidio o le strutture dell’apartheid siano finiti. Le persone continuano a essere uccise. Siamo ancora assediati.
Al contrario, la nostra celebrazione è un atto di resilienza: una dichiarazione che siamo ancora qui, che Betlemme rimane la capitale del Natale e che la storia che questa città racconta deve continuare.
In un’epoca in cui il discorso politico occidentale strumentalizza sempre più il cristianesimo come indicatore di identità culturale – spesso escludendo proprio le persone tra cui il cristianesimo è nato – è fondamentale tornare alle radici di questa storia.
Questo Natale, il nostro invito alla Chiesa globale – e ai cristiani occidentali in particolare – è quello di ricordare dove la storia ha avuto inizio. Di ricordare che Betlemme non è un mito, ma un luogo dove la gente vive ancora. Se il mondo cristiano vuole onorare il significato del Natale, deve rivolgere lo sguardo a Betlemme – non quella immaginaria, ma quella reale, una città i cui abitanti ancora oggi invocano giustizia, dignità e pace.
Ricordare Betlemme significa ricordare che Dio sta con gli oppressi – e che i seguaci di Gesù sono chiamati a fare lo stesso.
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.
Rev. Dr. Munther Isaac
Pastore e teologo palestinese
Il Rev. Dr. Munther Isaac è un pastore e teologo palestinese. È pastore della Chiesa Evangelica Luterana Hope a Ramallah e direttore del Bethlehem Institute for Peace and Justice.
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Traduzione a cura di: Nicole Santini
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