Un milione di sfollati. Giornalisti uccisi. Carri armati in fiamme negli agguati. E i discorsi aperti e sfacciati di annessione da parte di funzionari genocidi che hanno deciso che la maschera non è più necessaria.
Fonte: English version
Deaglan 0’Mulrooney – 29 Marzo 2026
Mentre l’attenzione del mondo resta concentrata sui missili che sorvolano Teheran e sulle navi da guerra che presidiano il Golfo Persico, un’altra catastrofe — più intima, ma non meno devastante — si consuma sulle colline del Libano, in particolare nel sud del paese. È una storia già vista: sfollamenti di massa, bombardamenti indiscriminati e un linguaggio di annessione sempre più esplicito da parte di funzionari israeliani che sembrano aver deciso di non nascondere più le proprie intenzioni.
Nel corso dell’ultima settimana, la retorica è passata dalla minaccia al progetto concreto. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato che le forze israeliane manterranno il controllo del territorio a sud del fiume Litani, una fascia di terra che si estende fino a trenta chilometri dal confine israeliano. «Centinaia di migliaia di residenti del Libano meridionale, che sono stati evacuati, non torneranno a sud del Litani finché non sarà garantita la sicurezza dei residenti del nord», ha dichiarato Katz. Ancora più esplicito il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich: «Il nuovo confine israeliano deve essere il Litani», ha affermato alla radio israeliana, rendendo chiaro che quella che viene presentata come una “zona cuscinetto” è in realtà una appropriazione di territorio. L’esercito ha già bombardato cinque ponti sul Litani, infrastrutture vitali per la popolazione civile, utilizzate per raggiungere medicinali, ospedali e beni di prima necessità.
Non si tratta di un nuovo obiettivo di guerra. È la dichiarazione aperta di un obiettivo antico: la pulizia etnica del Libano meridionale.
I numeri
Dal 2 marzo, quando Hezbollah ha lanciato razzi in risposta all’assassinio del Leader Supremo iraniano da parte di Stati Uniti e Israele, il bilancio umano è stato devastante. Secondo le autorità libanesi, almeno 1.116 persone sono state uccise e 3.229 ferite; tra i morti figurano più di 120 bambini. Ma i dati che colpiscono maggiormente riguardano gli sfollati: oltre 1,2 milioni di persone — un quinto dell’intera popolazione libanese — sono state costrette ad abbandonare le proprie case in meno di un mese. Tra loro, 350.000 bambini.
Un libanese su cinque ha lasciato la propria casa dall’inizio di questa escalation. Se ne sono andati senza nulla. Dormono nelle scuole, nei rifugi, per strada. Wafaa, una giovane donna di vent’anni sfollata dal Libano orientale insieme a quattro familiari, ha dichiarato a Save the Children: «Voglio realizzare i miei sogni. Voglio vivere in Libano e crescere come tutti i giovani del mondo, senza la guerra». Non è una richiesta straordinaria. È il fondamento minimo dell’esistenza umana, e viene sistematicamente demolito.
L’infrastruttura dell’annientamento
La strategia israeliana si fa sempre più trasparente: non si tratta soltanto di colpire le posizioni di Hezbollah, ma di distruggere il tessuto connettivo che permette al Libano meridionale di funzionare come società. I ponti sul Litani sono stati fatti saltare. Stazioni di rifornimento, centri sanitari ed edifici residenziali sono stati colpiti. Le strade sono state interrotte. L’obiettivo, come ha riferito dal campo la giornalista di Al Jazeera Zeina Khodr, è «isolare la regione dal resto del paese». Hanna Amil, sindaco della città cristiana di confine di Rmeis — i cui abitanti si sono rifiutati di partire — ha descritto con sobria disperazione la realtà di una vita sotto assedio: «Una o due volte alla settimana, un convoglio dell’esercito libanese ci accompagna mentre cerchiamo di procurarci beni di prima necessità nelle aree vicine. Non abbiamo già più elettricità pubblica, né acqua, e scarseggia il gasolio. Se tutte le vie verso il nord venissero tagliate, il nostro futuro sarebbe imprevedibile».
Nelle ultime 72 ore, Israele ha ucciso almeno quattro giornalisti nel Libano meridionale — e anche questo non è danno collaterale. È un modus operandi. Sabato, un attacco aereo israeliano ha colpito un’automobile nella città di Jezzine: quattro morti, tra cui Ali Shoaib, corrispondente di Al-Manar, Fatima Ftouni, giornalista di Al-Mayadeen, e suo fratello Mohammad Ftouni, cameraman.

Il veterano corrispondente di Al-Manar Ali Shoeib, la giornalista di Al-Mayadeen Fatima Ftouni e suo fratello, il fotoreporter Mohammad Ftouni, durante un doppio attacco di droni contro un veicolo della stampa. Credito fotografico: Bint Jbeil Platforms.
L’esercito israeliano ha dichiarato che Shoaib era un membro della forza Radwan di Hezbollah operante sotto copertura giornalistica, senza fornire alcuna prova. Mercoledì, Hussein Hammoud, cameraman di Al-Manar, è stato ucciso mentre filmava un raid israeliano sulla città meridionale di Nabatieh; una settimana prima, il 18 marzo, il giornalista Mohammed Sherri era morto in un attacco israeliano su un edificio residenziale nel centro di Beirut.
Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti riferisce che almeno quattro operatori dei media sono stati uccisi in Libano dall’inizio del conflitto con l’Iran, il 28 febbraio. Il presidente libanese Joseph Aoun ha condannato gli attacchi come «palesi violazioni del diritto internazionale umanitario», ricordando al mondo che i giornalisti sono civili protetti dalle Convenzioni di Ginevra e dalla Risoluzione 1738 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Lo schema è inequivocabile: Israele uccide giornalisti, offre giustificazioni non provate, il mondo guarda, e il giornalista successivo imbraccia comunque la telecamera.
Il disastro dei Merkava
Eppure, nonostante la sua potenza di fuoco, Israele sta scoprendo ancora una volta che il Libano meridionale non è Gaza. Non è un’enclave pianeggiante e assediata di rifugiati, bensì un territorio montagnoso e fortemente presidiato, difeso da una forza paramilitare che si prepara da decenni esattamente a questo scontro. Mercoledì scorso, Hezbollah ha annunciato di aver distrutto 21 carri armati Merkava israeliani in un solo periodo di 24 ore — una perdita così grave che i media israeliani l’hanno descritta come «un disastro militare senza precedenti nella storia delle guerre di Hezbollah con Israele». La maggior parte delle perdite si è concentrata in un unico scontro tra le città di Taybeh e Qantara, dove i combattenti di Hezbollah hanno «monitorato le forze nemiche e preparato un’imboscata accuratamente pianificata». Gli analisti militari hanno osservato che si tratta delle perdite di carri armati più pesanti subite da Israele in oltre quarant’anni, dai primi giorni della guerra del Libano del 1982. Anche il sistema Iron Dome è stato completamente saturato nelle ultime settimane: Hezbollah ha lanciato oltre 3.500 razzi, missili e droni contro le posizioni israeliane dall’inizio del conflitto, e le forze israeliane che tentavano di rinforzare le unità accerchiate si sono trovate sotto il fuoco di missili pesanti.
Vi è in tutto questo una cupa ironia che non dovrebbe sfuggire. Smotrich — lo stesso che invoca l’annessione — ha dichiarato alla radio israeliana che la campagna militare «deve concludersi con una realtà completamente diversa». Ha ragione, ma probabilmente non nel senso che intende. La realtà che vediamo sulle colline del Libano meridionale è quella di carri armati israeliani in fiamme in agguati ben tesi e di soldati delle IDF impantanati in un territorio che non controllano, di fronte a una popolazione che li odia e si rifiuta di cedere.
Il collaudato schema dell’annessione
Questo momento è davvero diverso dalle precedenti invasioni israeliane del Libano? Dal 1978 al 1982, dal 1996 al 2006, abbiamo già assistito alla nudità di questa ambizione territoriale. In passato, i leader israeliani parlavano di «zone di sicurezza» e «aree cuscinetto» con almeno una patina di necessità temporanea. Oggi il linguaggio è quello della permanenza. Smotrich ha esplicitamente paragonato il piano al progetto annessionistico in Cisgiordania, dove Israele ha trascorso decenni a fare a pezzi la terra palestinese, e Katz ha invocato il «modello di Rafah e Beit Hanoun a Gaza» — la cancellazione totale di quartieri con i bulldozer. Il progetto non è improvvisazione. È l’esportazione di un metodo perfezionato altrove.
Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha presentato un formale ricorso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, avvertendo che queste azioni «rappresentano una grave minaccia alla sovranità del Libano, alla sua integrità territoriale e ai diritti dei suoi cittadini, e violano il diritto internazionale, il diritto internazionale umanitario e la Carta delle Nazioni Unite». Il ricorso si aggiungerà alla lunga lista di documenti che l’impero archivia, legge e ignora.
E dove sono le voci dell’Occidente? L’UE si è ancora una volta limitata a dichiarazioni che invocano la «moderazione». Gli Stati Uniti hanno espresso «preoccupazione». Il solito coro di organizzazioni per i diritti umani ha prodotto i soliti rapporti. L’OMS ha documentato almeno 64 attacchi a strutture sanitarie in Libano dall’inizio dell’escalation, con 51 morti e 91 feriti. Ma nulla di tutto questo conta. Nulla di questo ferma una singola bomba. Perché il silenzio dei potenti non è un fallimento comunicativo: è una politica. Le stesse capitali europee che si sono affrettate a sanzionare la Russia per l’invasione dell’Ucraina non trovano le parole per condannare il discorso aperto sull’annessione di territorio libanese; gli stessi governi che si ergono a paladini dell’«ordine basato sulle regole» non hanno nulla da dire quando il loro alleato fa saltare ponti e dichiara nuovi confini.
Il popolo del Libano meridionale ha già visto questo film. Ricorda il 1982, quando Israele invase e occupò il sud per diciotto anni. Ricorda il 2000, quando la resistenza di Hezbollah costrinse finalmente le forze di occupazione a ritirarsi. Ricorda il 2006, quando un’altra invasione portò un’altra guerra e un altro ritiro. Sa cosa si sta tentando, e non se ne va. Gli sfollati che sono fuggiti non sono andati per sempre: aspettano nei rifugi, nelle scuole, nelle case dei parenti, seguono le notizie, attendono il momento in cui potranno tornare. Alcuni si sono rifiutati di partire del tutto.
Questa è la realtà che l’impero non riesce a calcolare. Puoi bombardare un popolo. Puoi sfollarlo. Puoi distruggere i suoi ponti, i suoi ospedali, le sue case. Ma non puoi bombardarlo fino a fargli dimenticare che quella terra è la sua, e non puoi bombardarlo fino a fargli accettare l’annessione come liberazione.
Le colline del Libano meridionale bruciano. Un milione di persone sono sfollate. Il discorso sull’annessione non è più solo un discorso, ma una politica che si attua con bulldozer e bombe. Eppure Hezbollah distrugge carri armati a dozzine, i giornalisti continuano a filmare, e il popolo si rifiuta di cedere il proprio futuro. La domanda non è se Israele riuscirà a prendere il Libano meridionale. Ci ha già provato, e ha già fallito. La domanda è se il mondo avrà finalmente il coraggio di dire: basta.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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