L’uccisione di tre giornalisti segue uno schema brutale consolidato a Gaza, nel contesto dei continui tentativi di trasformare le vittime in accusati.
Fonte: English version
Immagine di copertina: Alcune persone mostrano le foto di Fatima Ftouni e Ali Shoeib nel centro di Beirut, durante una protesta contro la loro uccisione in seguito a un attacco israeliano che ha colpito il loro veicolo nel sud del Libano il 28 marzo 2026 (AFP).
Di Ghada Ageel – 31 marzo 2026
Dopo una giornata trascorsa a documentare famiglie e case distrutte, la giornalista di Al Mayadeen TV, Fatima Ftouni, stava viaggiando con i colleghi sulla strada Kfarhouna-Jezzine, nel Sud del Libano, quando un drone israeliano ha iniziato l’attacco sabato.
Il primo missile ha colpito vicino al veicolo della stampa, chiaramente identificato. Fatima è riuscita a fuggire, ma poi è arrivato il secondo attacco, seguito da un terzo e un quarto. L’attacco israeliano ha ucciso Ftouni, suo fratello e il collega giornalista Ali Shuaib, insieme ad altri due civili che avevano cercato di prestare soccorso.
Quando un altro collega, Jamal al-Gharabi, è giunto sul luogo dell’attacco, non c’era quasi più nulla da recuperare dal veicolo, a parte i resti fumanti di un giubbotto da giornalista, una kefiah palestinese che portava con sé e l’ultima traccia di una giornalista la cui unica arma era la testimonianza.
Ftouni era una di quelle coraggiose giornaliste che avevano già sofferto tanto, ma che continuavano a lavorare spinte dalla loro dedizione alla verità. Solo poche settimane prima, suo zio e la sua famiglia erano stati uccisi in un attacco israeliano, di cui lei aveva dato notizia in diretta televisiva per Al Mayadeen.
Quando i tre giornalisti libanesi sono stati colpiti sabato, si trovavano a bordo di un veicolo della stampa chiaramente identificabile. In pochi secondi, la casa della verità si è trasformata in un luogo di terrore.
L’esercito israeliano ha ammesso apertamente l’attacco, sostenendo che Shuaib fosse infiltrato in un’unità di spionaggio di Hezbollah e che stesse monitorando i movimenti delle truppe. Come in innumerevoli casi precedenti, queste accuse sono state formulate senza prove pubblicamente disponibili o verificabili in modo indipendente, trasformando la vittima in accusato.
Uccidere giornalisti e poi criminalizzare il loro lavoro è una strategia israeliana ricorrente, parte della “gazificazione” del Libano.
Strategia di manipolazione psicologica
Israele, il principale Stato Canaglia della Regione, cerca di soffocare le inchieste dei media internazionali, e la sua strategia ha avuto in gran parte successo. Molti media sono ora ossessionati dalle ripercussioni geopolitiche della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ignorando perlopiù le conseguenze umanitarie dei sanguinosi attacchi israeliani nella Regione.
Senza giornalisti che si battono per scoprire la verità, le prospettive di responsabilità individuale e statale vengono dimenticate o ignorate. Questo fa parte di una raffinata strategia israeliana di manipolazione dell’informazione, che solleva i soldati dalla responsabilità anche per i crimini più palesemente brutali, come lo stupro e gli abusi sui prigionieri palestinesi in strutture come Sde Teiman.
L’avvocato israeliano per i diritti umani Michael Sfard ha affermato che Sde Teiman è un “Buco Nero Morale” che ha “smascherato una volta per tutte la grande menzogna israeliana sull’esistenza di un sistema investigativo e giudiziario professionale e indipendente, volto a perseguire concretamente i soldati corrotti”.
In Libano, questa logica si è manifestata nei ripetuti omicidi di giornalisti, dal videografo di Reuters Issam Abdallah, a Farah Omar e Rabih al-Maamari di Al Mayadeen, uccisi mentre lavoravano nel Sud del Paese. Nell’ottobre del 2024, un altro attacco israeliano ha colpito un complesso mediatico chiaramente identificato a Hasbaya, uccidendo tre giornalisti e ferendone molti altri.
Ogni caso segue una sequenza familiare: attacchi mortali, seguiti quasi immediatamente da una narrazione giustificativa di demonizzazione.
Nemmeno le operazioni di soccorso sono risparmiate. La logica del “doppio colpo”, colpire una volta e poi colpire di nuovo mentre medici e giornalisti accorrono, è diventata una delle caratteristiche più terrificanti della guerra contemporanea. È una tattica concepita non solo per uccidere, ma anche per scoraggiare l’atto stesso di testimoniare.
La guerra di Israele a Gaza è stata registrata come il conflitto più pericoloso della storia per i giornalisti. A Gaza sono stati uccisi più giornalisti che nelle due guerre mondiali, nella guerra del Vietnam, nelle guerre nell’ex Jugoslavia e nella guerra in Afghanistan messe insieme.
L’anno scorso, il Comitato per la protezione dei giornalisti ha riportato un numero record di 129 operatori dei media uccisi, il dato più alto da quando ha iniziato a raccogliere dati oltre trent’anni fa, con Israele responsabile di due terzi di queste morti.
Sopprimere la verità
A Gaza, in Libano e in altri teatri di operazioni militari israeliane, i giornalisti hanno documentato i momenti che hanno preceduto la loro morte. Come nel caso di Anas al-Sharif di Al Jazeera, sono stati anche oggetto di accuse pubbliche e campagne sui social che li accusavano di affiliazione ad Hamas o ad altri gruppi armati, senza alcuna prova a sostegno.
A gennaio, il giornalista Abdul Raouf Samir Shaat è stato ucciso insieme a due colleghi, Mohammed Qashta e Anas Ghanim, pochi giorni dopo il suo matrimonio, mentre documentava i Crimini di Guerra di Israele e le sofferenze dei civili nella zona di al-Zahra, nella Gaza centrale, la mia città natale, che oggi non esiste più. Israele ha poi affermato di aver utilizzato un drone.
Sia a Gaza che in Libano, lo schema è sempre lo stesso: Israele criminalizza le vittime per evitare qualsiasi responsabilità. Ma il peso di questa situazione sul mondo moderno è enorme.
In un’epoca in cui l’erosione della fiducia pubblica è aggravata da errori dell’Intelligenza Artificiale, campagne di disinformazione su larga scala e un sistema di Diritto Internazionale profondamente indebolito, abbiamo bisogno più che mai di indagini, verifiche e controlli dei fatti condotti da esseri umani.
Marie Colvin, morta mentre seguiva la guerra nella città siriana di Homs, una volta disse: “Andiamo in zone di guerra remote per raccontare ciò che sta accadendo. Il pubblico ha il diritto di sapere cosa il nostro governo e le nostre forze armate stanno facendo in nostro nome. La nostra missione è dire la verità al potere. Inviamo a casa la prima bozza della storia. Possiamo e facciamo la differenza nel denunciare gli orrori della guerra e soprattutto le atrocità che colpiscono i civili”.
Quando l’uccisione di giornalisti diventa una politica di Stato, rappresenta un incredibile rischio sociale. Come sottolinea lo storico Timothy Snyder, “se non ci sono fatti, non possiamo resistere: diventa impossibile”.
Uccidere giornalisti è un Crimine Contro l’Umanità, ma è anche un crimine contro la verità, l’integrità e la responsabilità. Ogni operatore dei media che muore è un faro di verità spento da coloro che preferirebbero che calasse un sipario oscuro sul mondo.
In questo momento disperato della storia, dobbiamo continuare ad accendere le candele della Resistenza.
La Dottoressa Ghada Ageel è professoressa ospite presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Alberta (Edmonton, Canada), studiosa indipendente e attiva in Faculty4Palestine-Alberta.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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