Netanyahu sta reintroducendo la Dottrina Dahiya, una strategia formulata per la prima volta dopo la guerra del 2006 contro il Libano.
Fonte: English version
Di Ramzy Baroud – 8 aprile 2026
Israele è pericoloso tanto nella sconfitta quanto nella vittoria. Infatti, il Libano, oggi, sta pagando il prezzo del fallimento strategico di Israele in Iran.
Nel momento in cui è stato annunciato un cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan il 7 aprile, l’Iran ha dichiarato che il Libano era incluso nell’accordo. Era un messaggio chiaro: la guerra non poteva essere compartimentalizzata e i fronti erano collegati.
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è affrettato a negarlo. Ma la negazione ha rivelato più di quanto abbia nascosto. Il Libano e altri fronti di Resistenza erano già integrati nella più ampia proposta in dieci punti dell’Iran, un quadro che l’amministrazione Trump aveva accettato come base praticabile per i negoziati che sarebbero dovuti iniziare venerdì.
Netanyahu si è ritrovato esposto politicamente e strategicamente.
L’Iran non è mai stato solo un altro campo di battaglia. Era il culmine di una lunga campagna di guerra perpetua che Netanyahu ha portato avanti per anni, a partire dal Genocidio di Gaza, estendendosi al Libano e abbracciando molteplici fronti ogni volta che la sua sopravvivenza politica richiedeva un’intensificazione bellica.
Ogni guerra aveva uno scopo: mettere a tacere il dissenso all’interno della sua coalizione, distrarre l’attenzione dal crollo dei consensi, eludere le proprie responsabilità nei processi per corruzione. La guerra è diventata governo.
Ma la mossa sull’Iran è fallita. E il fallimento, per Netanyahu, non è mai un punto di arrivo. È un innesco. Senza alcuna vittoria da rivendicare e nessun vantaggio strategico da presentare, si è rivolto, ancora una volta, al Libano.
La dottrina Dahiya rivisitata
Mercoledì, aerei da guerra israeliani hanno scatenato uno dei bombardamenti più estesi sul Libano degli ultimi tempi.
Beirut. Il Libano meridionale. La valle della Bekaa. Il Monte Libano. E altro ancora. In sole due ore, sono stati effettuati circa 150 attacchi aerei, secondo i media libanesi.
Il bilancio delle vittime continua a salire. Intere famiglie sepolte sotto le macerie. Soccorritori presi di mira. Funerali distrutti. Infrastrutture civili polverizzate. Questa non è guerra. È punizione.
Ma questi attacchi non sono casuali. Seguono una dottrina, una dottrina che Israele ha affinato e riapplicato ogni volta che ha cercato di compensare un fallimento militare.
Netanyahu sta reintroducendo la Dottrina Dahiya, una strategia formulata per la prima volta dopo la guerra del 2006 contro il Libano.
La Dottrina è semplice e brutale: usare una forza schiacciante e sproporzionata contro le infrastrutture civili per punire collettivamente le popolazioni ritenute sostenitrici dei movimenti di Resistenza.
Interi quartieri vengono trattati come obiettivi militari. L’obiettivo non è la precisione, ma la devastazione. La logica è la coercizione attraverso la distruzione.
Oggi, il Libano è di nuovo il suo laboratorio.
Sette messaggi
Questa recrudescenza non è caos. È comunicazione.
Primo, Netanyahu afferma che la guerra e la pace sono decisioni che spettano solo a lui. Non all’Iran. Non a Washington. Non alla Regione. Il messaggio è chiaro: nessun accordo lo vincola.
Secondo, cerca di reintrodurre la paura in tutto il Medio Oriente, in un momento in cui milioni di persone celebrano quella che considerano una vittoria decisiva dell’Iran contro la potenza combinata di Stati Uniti, Israele e dei loro alleati.
Terzo, tenta di frammentare il fronte della Resistenza insinuando che l’Iran abbia abbandonato i suoi alleati. L’obiettivo è creare sfiducia laddove l’unità si è appena rafforzata.
Quarto, fornisce munizioni ai suoi alleati politici in Libano, e ai Regimi arabi compiacenti, che sostengono che Hezbollah abbia trascinato il Libano nella catastrofe. Questa narrazione è concepita per intensificare la pressione per il disarmo.
Quinto, distoglie l’attenzione dal proprio fallimento. Sia i sostenitori che i critici all’interno di Israele mettono in discussione l’esito della guerra con l’Iran. Pertanto, il Libano diventa un diversivo.
Sesto, Netanyahu sta nascondendo una realtà militare: Israele non è riuscito a neutralizzare le capacità di Hezbollah. Nonostante le ripetute affermazioni, Hezbollah rimane operativo, resiliente e in grado di ostacolare i piani israeliani lungo il confine. Prendere di mira i civili non è un punto di forza, ma un’ammissione di limiti.
Settimo, Netanyahu sta aumentando il costo in vista di un inevitabile accordo. Sa di non poter sconfiggere Hezbollah in modo definitivo. Infliggendo il massimo danno ora, spera di rimodellare il panorama politico prima dei negoziati che non potrà evitare.
Il fragile cessate il fuoco
Sì, la fine della guerra in Libano era parte integrante delle condizioni poste dall’Iran per i colloqui. Ma ci sono delle crepe.
Washington può, e probabilmente lo farà, sostenere che il suo accordo si applica solo alle azioni statunitensi, non a Israele, che dipinge come un Paese che agisce in modo indipendente.
Allo stesso tempo, la proposta iraniana era la base per un cessate il fuoco temporaneo, non un quadro definitivo per una soluzione permanente.
Questa ambiguità non è casuale. È lo spazio in cui Israele si trova ora ad operare.
Basteranno i Massacri israeliani perché l’Iran dichiari che il fronte israelo-americano ha violato il cessate il fuoco?
Oppure i negoziati proseguiranno, nonostante il bagno di sangue in Libano?
La risposta plasmerà la prossima fase della guerra. Ma una lezione è già chiara.
Dall’inizio del Genocidio a Gaza, è emerso uno schema: ogni volta che Netanyahu intensifica le ostilità nel tentativo di riprendere l’iniziativa, i suoi avversari rispondono per le rime, e spesso con un effetto strategico maggiore.
Pertanto, il sul alzare il tiro non ha portato alla vittoria. Al contrario, ha aggravato il coinvolgimento di Israele.
Il Libano oggi brucia, ma la guerra è tutt’altro che decisa. Netanyahu può credere di star rimodellando il campo di battaglia.
La storia suggerisce il contrario, perché l’altra parte ha ancora le sue carte in mano, e questa volta, almeno per ora, Washington non interviene per ribaltare gli equilibri.
Anche loro, infatti, sono stati costretti a fare un passo indietro. Ed è proprio questo, più di ogni altra cosa, a rendere questo momento così pericoloso.
Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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