Il villaggio palestinese dove Israele proibisce tutto

Nabi Samwil è un piccolo villaggio palestinese situato in Cisgiordania preso di mira dal 1967 dalle forze israeliane.

Asa Winstanley, 26 giugno 2018

 

La Striscia di Gaza è spesso descritta come la più grande prigione a cielo aperto del mondo. Sebbene Israele nel 2005 abbia sgomberato i suoi insediamenti e basi militari (tutti illegali) che si trovavano all’interno di Gaza, il territorio, secondo il diritto internazionale, rimane occupato perché Israele mantiene uno stretto controllo dei suoi confini, dello spazio aereo e delle acque territoriali; a parte il valico di Rafah, solo raramente aperto in Egitto, su cui si coordina con la dittatura egiziana.

Tuttavia, ci sono altre prigioni a cielo aperto controllate da Israele all’interno della Cisgiordania occupata. Il villaggio di Nabi Samwil ne è un esempio.

Piccolo villaggio vicino a Gerusalemme, Nabi Samwil, è descritto dai residenti in un’intervista rilasciata al gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq come il villaggio in cui tutto è proibito. Ci sono talmente tante restrizioni su movimento, costruzione e persino sui visitatori del villaggio, che Al-Haq descrive il regime israeliano lì come un atto di “trasferimento forzato indiretto” di palestinesi; in altre parole, pulizia etnica.

Mentre ai palestinesi è vietato costruire nuove case o ampliare quelle vecchie, gli israeliani che vivono nei vicini insediamenti coloniali (illegali secondo il diritto internazionale) sono liberi di traslocare ed ampliarle a loro piacimento.

Nel video (che pubblicheremo sottotitolato in due puntate, nota di Invictapalestina) e in una nuova inchiesta, Al-Haq documenta dettagliatamente il regime di occupazione israeliano a Nabi Samwil. Vi sono alcuni aspetti unici, anche se molte delle restrizioni sono di un genere che Israele impone ai palestinesi in tutta la Cisgiordania.

Originariamente un villaggio di circa 1.000 palestinesi fu occupato da Israele durante l’invasione della Cisgiordania nel 1967. Durante la Guerra dei Sei Giorni tutti, tranne circa 200 degli abitanti del villaggio, furono costretti a fuggire in Giordania. Sebbene il villaggio non sia lontano da Gerusalemme, Israele non lo dichiarò come parte dei successivi confini municipali allargati della “Grande Gerusalemme”. Il regime israeliano impone quindi la carta d’identità verde della Cisgiordania sui suoi residenti, piuttosto che quella azzurra di Gerusalemme.

Nel 1971 Israele ha demolito le case dei palestinesi rimasti, trasferendoli con la forza nelle case lasciate vuote dagli abitanti del villaggio che erano stati costretti a fuggire nel 1967.

5.000 case palestinesi sono state demolite dalle forze di occupazione #Israeli in #EastJerusalem dal 1967

Il villaggio è stato designato come parte di “Area C”, secondo gli Accordi di Oslo del 1995 che stabiliscono il pieno controllo israeliano della zona. Nel corso degli anni del presunto “processo di pace”, gli insediamenti israeliani sono aumentati sotto i governi laburisti e del Likud; il villaggio è stato circondato a nord, sud e ovest da queste colonie ebraiche dove i palestinesi non sono autorizzati a vivere. E, più o meno dal 2005, è stato circondato ad est dal muro (cosiddetto di “separazione”) dell’apartheid israeliano.

Sebbene in teoria non dovrebbe esserci alcun impedimento geografico per i residenti di Nabi Samwil per raggiungere Gerusalemme, in quanto palestinesi con carte d’identità della Cisgiordania emesse da Israele, quasi sempre è loro interdetto ottenere lavoro o addirittura visitare la città.

Un abitante del villaggio intervistato nel video, Muhammad ‘Ayed, descrive restrizioni estreme anche negli aspetti più banali della vita, incluso cucinare con fuochi a gas. “Se un tuo amico vuole venire a trovarti devi coordinare la sua visita [con le forze di occupazione israeliane]. Può essere autorizzato a farti visita, come no. Qui fondamentalmente vivi in una prigione.”

Quando si è sposato gli israeliani hanno negato ad ‘Ayed il permesso di ampliare la casa dei suoi genitori in modo da poter crescere una famiglia sua”. Alla fine si è trasferito fuori del villaggio, a tal punto sono onerose le condizioni imposte dall’occupazione israeliana.

Questo fa parte di un disegno, dice Al-Haq: “I residenti di Nabi Samwil sono soggetti a una serie di ostacoli e forme di coercizione che li lasciano nell’impossibilità di determinare liberamente e spontaneamente l’andamento quotidiano delle loro vite. Le condizioni di vita dei residenti di Nabi Samwil che sono state dimostrate possono facilmente essere qualificate come ambiente coercitivo. Ciò ha portato e continua a portare al trasferimento forzato indiretto di residenti … Va inoltre notato che il dislocamento iniziale dovuto alla demolizione israeliana del villaggio nel 1971 ha costituito un trasferimento forzato diretto dei residenti palestinesi”.

Israele demolisce le scuole palestinesi – Vignetta [Sabaaneh / MiddleEastMonitor]

Un altro aspetto della forma di controllo di Israele su Nabi Samwil è la sua designazione farsesca di “parco nazionale”. Prende il nome da Samuel, un personaggio biblico venerato da musulmani, cristiani ed ebrei, ma il legame palestinese con l’area è sistematicamente ignorato da Israele, con materiale pubblicitario ufficiale del governo sul “parco nazionale” che ignora il fatto che in realtà si tratta di un villaggio dove vivono ancora le persone. Come è comune nella Cisgiordania occupata da Israele, anche la minima traccia di connessione ebraica, reale o immaginaria che sia, con la terra ha la priorità su storia e tradizioni di altre religioni praticate dalla stragrande maggioranza delle persone che vivono effettivamente lì, come pure sui bisogni fondamentali dei palestinesi, popolo indigeno di questa terra.

Come spiega Al-Haq, “le autorità israeliane ignorano e cercano di cancellare la connessione dei palestinesi al sito”. A volte questa cancellazione è assolutamente letterale: “Secondo un archeologo che ha lavorato al sito durante il 1993-1994, importanti stratificazioni di resti islamici e cristiani che avevano fino a 2.000 anni sono stati distrutti”.

Tuttavia, nonostante l’oppressione continua di Israele, il villaggio e i suoi abitanti sono ancora lì. Amir Obeid, il capo del consiglio del villaggio ha insistito: “Siamo occupati da 70 anni. Resteremo indipendentemente dalle circostanze.”

Traduzione: Simonetta Lambertini – Invictapalestina.org

Fonte:https://www.middleeastmonitor.com/20180626-the-palestinian-village-where-israel-forbids-everything/#.WzJQr5UUDUc.facebook

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Protected by WP Anti Spam