A venticinque anni dagli Accordi di Oslo, in Israele i Palestinesi vivono ancora sotto apartheid.

Benjamin Netanyahu rimane determinato nel creare uno Stato-nazione per gli Ebrei, piuttosto che uno Stato democratico ebraico

Avi Shlaim – 13 settembre 2018

FOTO Studentesse palestinesi aspettano l’autobus all’ombra del muro israeliano, all’interno del campo profughi di Shuafat vicino a Gerusalemme. Photograph: Jim Hollander/EPA

Venticinque anni fa, l’Accordo di Oslo fu firmato dal primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e dal presidente dell’OLP Yasser Arafat nel Rose Garden della Casa Bianca, con Bill Clinton che si comportò come un entusiasta maestro di cerimonie. Nonostante le sue numerose carenze, l’Accordo rappresentava un compromesso storico tra gli Ebrei e i movimenti di liberazione nazionale palestinesi, e fu sancito con un’esitante stretta di mano tra i due leader.

Il rifiuto reciproco fu sostituito dal riconoscimento reciproco. Gaza e la città di Gerico, in Cisgiordania, furono poste sotto il controllo dell’OLP come primo passo in un processo graduale che avrebbe dovuto portare alla risoluzione di tutte le questioni in sospeso tra le due parti. Fu un momento di grande drammaticità e di grandi speranze.

L’OLP vide l’accordo di Oslo come mezzo per l’autodeterminazione nazionale nei territori occupati da Israele nella guerra del giugno 1967. Ma non fu così. Israele utilizzò l’Accordo non per cancellare, ma per ridefinire l’occupazione. La persona maggiormente responsabile di aver dissipato le speranze riposte nell’Accordo non fu Arafat, come sosteneva la propaganda israeliana, ma Benjamin Netanyahu.

ll processo di pace di Oslo ha avuto molti alti e bassi, ma è stato infine abbandonato dopo il fallimento di un giro di negoziati sponsorizzato dagli Stati Uniti nel 2014, quando Netanyahu era primo ministro. John Kerry, segretario di stato di Obama, non avrebbe potuto essere più equilibrato o più determinato nel negoziare un accordo di pace. Ma fu un esercizio inutile. Quella volta, anche i pacifisti filo-israeliani  puntarono il dito contro Israele. Quindi, perché il processo di pace di Oslo è fallito?

Ci sono due spiegazioni radicalmente differenti. Netanyahu sostiene che l’accordo di Oslo era destinato a fallire sin dall’inizio perché incompatibile con la sicurezza israeliana e con lo storico diritto del popolo ebraico all’intera terra di Israele, che include la Giudea e Samaria, i nomi biblici della Cisgiordania. La mia opinione è che l’accordo di Oslo sia stato un passo modesto nella giusta direzione, ma è stato ucciso quando il partito di destra Likud è tornato al potere sotto Netanyahu.

Come leader dell’opposizione, Netanyahu  guidò l’attacco all’accordo di Oslo quando per la prima volta fu presentato al voto alla Knesset. Accusò Rabin di essere un leader peggiore di Neville Chamberlain, perché mentre  Chamberlain aveva messo in pericolo una nazione, Rabin metteva in pericolo la sua stessa patria.

Un altro  momento decisivo sulla via della pace fu il secondo accordo di Oslo del settembre 1995. Netanyahu lo denunciò come una resa ai terroristi e come un’umiliazione nazionale, e promise  di far cadere il governo. Tenne un discorso incendiario dalla tribuna di una manifestazione di massa a Gerusalemme in cui i dimostranti  mostravano un’effigie di Rabin in uniforme delle SS. E  continuò a svolgere un ruolo attivo nella campagna d’incitamento contro il governo laburista. Rabin  fu assassinato nel novembre 1995.

Leah, la vedova di Rabin, si  rifiutò di stringere la mano a Netanyahu quando  durante il funerale andò a confortarla. Mentre ricevette Yasser Arafat a casa sua quando vi si recò a porgerle le condoglianze. La stretta di mano di Arafat, spiegò, simboleggiava per lei la speranza di pace, mentre la stretta di mano di Netanyahu non la rappresentava.

Nelle elezioni del maggio 1996, Netanyahu sconfisse Shimon Peres con un margine inferiore all’1% e immediatamente  si diede da fare per  annullare l’eredità di pace dei suoi predecessori laburisti, trascorrendo i suoi tre anni al potere nel tentativo, riuscito, di congelare, distorcere, sovvertire e indebolire gli accordi di Oslo. Trattò l’Autorità Palestinese non come un partner alla pari sulla via della pace, ma come uno strumento difettoso della sicurezza israeliana. L’espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania procedette rapidamente, in flagrante violazione dello spirito, se non della lettera, di Oslo. Il cosiddetto processo di pace era una farsa: tutto processo e niente pace. In effetti, era peggio di una farsa, perché dava a Israele solo la copertura di cui aveva bisogno per perseguire l’aggressivo progetto coloniale in Cisgiordania.

Nel suo secondo mandato come primo ministro, sotto la forte pressione americana, Netanyahu riconobbe a malincuore la necessità di uno Stato palestinese, ma la sua versione di tale Stato ammontava a una serie di cantoni smilitarizzati senza contiguità territoriale. Inoltre, aggiunse una nuova condizione: prima che qualsiasi accordo potesse essere raggiunto, i Palestinesi avrebbero  dovuto riconoscere Israele come stato-nazione del popolo ebraico. Netanyahu propose questa condizione, sapendo che nessun leader palestinese avrebbe potuto accettarla perché avrebbe legittimato il progetto sionista, lo stesso progetto che continua a negare lo Stato ai Palestinesi.

Il programma del Likud non ha mai previsto  uno Stato palestinese, nemmeno con questi termini assurdi. In vista delle elezioni del 2015, Netanyahu tornò  al suo abituale rifiuto. Non per niente era conosciuto come l’implacabile refusenik di Israele. Dichiarò categoricamente che sul suo orologio non ci sarebbe stato  tempo per uno Stato palestinese. Esortò gli elettori ebrei ad andare a votare perché gli Arabi sarebbero andati ai seggi elettorali “in massa”. Gli Arabi in questione non erano gli abitanti palestinesi della Cisgiordania che non avevano diritti politici, ma i cittadini palestinesi dello Stato di Israele che, almeno in teoria, dovrebbero godere della completa uguaglianza con i cittadini ebrei dello Stato. L’uguaglianza è, ovviamente, un ingrediente cruciale della democrazia.

Come ha spesso osservato Ahmad Tibi, il membro palestinese della Knesset, Israele è una democrazia per gli Ebrei, ma uno Stato ebraico per gli Arabi. Entro i suoi confini originali Israele è ancora una democrazia in senso stretto, in quanto i suoi cittadini palestinesi hanno diritto di voto. La Grande Israele, Israele e le sue colonie in Cisgiordania, non è assolutamente una democrazia; è un’etnocrazia, un sistema politico in cui un gruppo etnico domina su di un altro. C’è un altro nome per questo stato di cose: apartheid.

Ogni dubbio è stato finalmente rimosso dalla recente legge che dichiara Israele come “lo stato-nazione del popolo ebraico”. Come “legge fondamentale”, questa diventa parte della costituzione del paese. Afferma che nello Stato di Israele il popolo ebraico ha il diritto esclusivo all’autodeterminazione nazionale. Questa legge è in completa contraddizione con la dichiarazione d’indipendenza del 1948, che riconosce la piena eguaglianza di tutti i cittadini dello stato “senza distinzione di religione, razza o sesso”. L’arabo, dall’essere lingua ufficiale accanto all’ebraico, è stato degradato  a “lingua speciale”.

Netanyahu ha radicalmente riconfigurato Israele come Stato-nazione del popolo ebraico, piuttosto che come Stato ebraico e democratico. Finché il governo che ha introdotto questa legge rimarrà al potere, qualsiasi accordo volontario tra Israele e i Palestinesi rimarrà un sogno irrealizzabile.

Ciò che colpisce di Netanyahu è che nel corso della sua lunga carriera politica, i suoi punti di vista si sono a malapena evoluti. Yitzhak Shamir, il leader del Likud e primo ministro, definì Netanyahu “superficiale, vanitoso, autodistruttivo e incline alle pressioni”. Shamir sosteneva che la pace è un’illusione perché qualunque cosa gli Arabi possano dire in pubblico, il loro vero obiettivo sarà sempre quello di gettare gli Ebrei in mare. Il suo detto preferito era “gli Arabi sono gli stessi Arabi e il mare è lo stesso mare”. Meno noto è il fatto che “il mare è lo stesso mare e Netanyahu è lo stesso Netanyahu”.

 

Avi Shlaim è professore emerito di Relazioni Internazionali all’Università di Oxford e autore di “The Iron Wall: Israel and the Arab World”

 

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org

Fonte:https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/sep/13/palestinians-still-face-apartheid-israel-25-years-after-oslo-accord

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