Come gli Accordi di Oslo tradirono le donne della Prima Intifada

Non ci furono donne ai colloqui di Oslo – un tradimento verso chi aveva guidato l’Intifada, tanto quanto i termini degli accordi furono un tradimento delle aspirazioni dei Palestinesi all’autodeterminazione.

Foto: un gruppo di donne palestinesi protesta durante la Prima Intifada a Gaza, in Palestina. Mahfouz Abu Turk/Courtesy of Just Vision

Alice Speri – 13 settembre 2018

Venticinque anni fa, dopo mesi di negoziati segreti, il governo norvegese annunciò che era stato raggiunto un accordo storico tra il governo israeliano e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina in esilio. Gli accordi di Oslo, suggellati a Washington il 13 settembre 1993 da un’iconica stretta di mano tra il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e il leader dell’OLP Yasser Arafat, furono celebrati come una vittoria per la diplomazia e una svolta epocale in uno dei conflitti più difficili al mondo.

Ma l’accordo fu una sorpresa per molti Palestinesi in Cisgiordania e Gaza, inclusa una delegazione di rappresentanti palestinesi dei Territori Occupati che, a cominciare dalla Conferenza di Madrid del 1991, erano impegnati in colloqui di pace con gli Israeliani. Loro, come tutti gli altri, appresero di Oslo – che si sarebbe poi rivelato un fallimento colossale – solo dai mezzi d’informazione.

Il Ministro degli Affari Esteri di Israele Shimon Peres appone la sua firma durante la cerimonia di firma dell’Accordo di Oslo 1, nel South Lawn della Casa Bianca il 13 settembre 1993 a Washington, DC Foto: Arnie Sachs / AP

Il colpo fu particolarmente duro per le donne che avevano partecipato al tavolo delle trattative di Madrid e per quelle che le avevano seguite e sostenute da casa. La Conferenza di Madrid, e alla fine lo stesso Oslo, furono accelerati dagli eventi della Prima Intifada, la rivolta nonviolenta e popolare che scosse la regione alla fine degli anni ’80. Un’insurrezione organizzata rapidamente, che vide migliaia di Palestinesi scendere in piazza per protestare contro l’occupazione israeliana, e che fu guidata in gran parte dalle donne, che promossero scioperi e il boicottaggio dei beni israeliani esercitando per la prima volta una pressione economica e internazionale su Israele perché negoziasse.

Ma non ci furono donne ai colloqui di Oslo – un tradimento verso chi aveva guidato l’Intifada, tanto quanto i termini degli accordi furono un tradimento delle aspirazioni dei Palestinesi all’autodeterminazione. La storia della Prima Intifada, le sue radici popolari e il modo in cui le speranze del movimento furono schiacciate a Oslo, è oggetto di un recente film, “Naila and the Uprising”, raccontato attraverso gli occhi di una donna, Naila Ayesh, la cui la vita è stata segnata da un capitolo della storia palestinese che viene spesso dimenticato.

“Oslo fu creata come un modo per potenziare, ancora una volta, la leadership maschile palestinese in esilio”, ha detto Julia Bacha, la regista del film, a The Intercept. “L’intifada era nata dalla base e dai leader locali che vivevano in Cisgiordania e a Gaza e aveva creato un modello di resistenza che era molto accattivante per la comunità internazionale, perché basato sulla resistenza popolare. In quel momento c’erano le circostanze politiche per fare molta pressione su Israele “.

“Gli sforzi americani per organizzare una conferenza internazionale per la pace tra Palestinesi e Israeliani furono un risultato dell’Intifada, “, dice nel film Zahira Kamal, leader della Prima Intifada e una delle due donne che rappresentarono i Palestinesi ai colloqui di Madrid. “Se non ci fosse stata l’Intifada, non sarebbe successo.”

Civili fuggono da colpi di arma da fuoco da parte di soldati armati durante la Prima Intifada il 2 febbraio 1988 a Gaza, in Palestina. Foto: Patrick Robert / Sygma / AP

Un’insurrezione a doppio binario

La Prima Intifada viene raramente citata nella discussione sul conflitto israelo-palestinese, spesso eclissata dalla Seconda Intifada dei primi anni 2000, che fu molto più violenta. Con sorprendenti parallelismi con le recenti sollevazioni nella regione, la Prima Intifada scoppiò a Gaza nel 1987, uno sfogo contro l’occupazione senza che ci fosse una leadership immediata. All’inizio l’OLP fu colta di sorpresa: gran parte della leadership, incluso Arafat, era in Tunisia da anni e non sarebbe tornata in Palestina se non dopo gli Accordi di Oslo. Per la prima volta, i Palestinesi nei Territori prendevano decisioni senza aspettare direttive dai loro leader in esilio.

“Era una rivolta esclusivamente populista”, dice Ayesh nel film, descrivendo i primi tempi dell’Intifada. “E ‘stata spontanea e veloce.”

Ma il fatto che fosse spontanea non significava che non fosse organizzata. La società civile palestinese entrò  rapidamente in azione, guidata dai Collettivi femminili che si moltiplicarono nei Territori Occupati : i Comitati di Azione Femminile, i Comitati delle Donne Lavoratrici, l’Unione delle Commissioni Femminili e la Commissione Femminile per il Lavoro Sociale. Tutti questi Collettivi erano collegati ai consolidati partiti politici palestinesi dell’epoca – ma i loro obiettivi e metodi furono un cambiamento radicale rispetto a com’era stata condotta la politica fino  a quel momento.

Per le donne palestinesi, l’Intifada divenne un’insurrezione a doppio binario: si schierarono contro l’occupazione israeliana, cercando al contempo di liberare le donne dalle barriere imposte dalla loro stessa società.

“Le donne sono state coinvolte nella lotta per la liberazione nazionale per lungo tempo. Ma la loro presenza era ancora limitata “, dice Kamal. “Nella società palestinese, l’autorità è nelle mani di uomini e anziani. Nei villaggi, le donne non parteciparono a causa della separazione tra i generi “.

Un soldato israeliano prende la mira mentre una donna palestinese gli lancia un sasso durante una manifestazione il 29 febbraio 1988 a Gaza, in Palestina. Foto: Jim Hollander / Reuters “

“Il nostro motto era che c’era solo una porta per la libertà “, dice nel film Sama Aweidah, attivista durante l’intifada. “Non possiamo essere libere come donne se non siamo in un Paese libero. E anche se fossimo libere dall’occupazione, non possiamo godere della libertà finché siamo soggiogate all’interno  della nostra stessa società “.

Sotto le spoglie del lavoro sociale, le donne portarono i loro sforzi organizzativi nei villaggi e nei campi profughi. Chiesero il boicottaggio dei prodotti israeliani e collaborarono con gli agricoltori per ridurne la dipendenza aiutando contemporaneamente le donne a creare imprese e diventare finanziariamente indipendenti dagli uomini delle loro famiglie. Quando gli Israeliani chiusero le scuole palestinesi, le donne organizzarono aule clandestine sotto gli alberi. Quando gli Israeliani vietarono le riunioni, le donne bussavano alle porte per distribuire cibo nascondendo i bollettini politici nei sacchetti del pane.

“Pubblicamente, i Comitati femminili erano noti per il loro lavoro sociale. Ma in realtà, e segretamente, erano organizzazioni politiche “, dice l’attivista Naima Al-Sheikh Ali nel film. “Asili, laboratori di cucito, lezioni su come lavorare a maglia, cucinare, ecc. Tutto era solo una facciata.”

“Per ogni problema che si presentava a livello governativo, istituivamo comitati locali per affrontarlo”, dice Azza Qassem, un’altra attivista. “Le organizzazioni e i sindacati delle donne lavoravano al posto del governo, organizzando la vita delle persone”.

Mentre, nonostante gli sforzi di Israele per schiacciarla, l’Intifada s’intensificava, furono soprattutto le donne a far sventolare la bandiera palestinese che era allora illegale e ad affrontare i soldati durante i raduni di massa che divennero il marchio della rivolta. E mentre gli uomini venivano uccisi, imprigionati ed esiliati, furono sempre più le donne a organizzare il movimento.

“Le donne erano sempre la maggioranza in questi incontri”, dice Ayesh. “C’erano meno uomini che donne perché alcuni di loro erano in prigione o erano stati martirizzati. Le donne divennero parte di quasi tutte le attività politiche “.

“La gente veniva da noi da tutte le parti dicendo che avevano bisogno di questo o quello e chiedendo un consiglio. Dicevamo loro: “Concedici un paio d’ore mentre chiediamo ai fratelli dell’organizzazione”, dice Rabeha Diab, che guidò Fatah, uno dei più grandi partiti politici palestinesi, durante un periodo dell’Intifada. “Ma non c’erano fratelli.”

L’attivista e organizzatrice Naila Ayesh in una dimostrazione durante la Prima Intifada a Gaza, Palestina. Foto: Luisa Morgantini/Courtesy of Just Vision

Sacrificio e delusione

Nel film, la storia di Ayesh si svolge parallelamente a quella dell’Intifada – un ricordo del sacrificio personale messo in gioco mentre il movimento politico aumentava. All’epoca, qualsiasi organizzazione politica veniva repressa e il semplice fatto di essere membro di un’unione studentesca era considerato un crimine. Ayesh fu interrogata dal servizio segreto israeliano per due settimane, legata a una sedia con una borsa sopra la testa. Fu lasciata fuori al freddo tutta la notte e trascinata sul pavimento quando i suoi piedi erano troppo congelati per muoversi. In prigione, abortì il suo primo figlio. “Dissi loro che ero incinta da poco”, dice nel film. “Mi dissero che non faceva differenza”.

Dopo essere stata rilasciata, Ayesh rimase di nuovo incinta e continuò il suo lavoro politico – una volta, dice, distribuì accidentalmente un sonogramma insieme a volantini politici. Suo marito, anche lui un attivista, fu arrestato quattro giorni prima che lei partorisse e poi deportato. Con il marito esiliato in Egitto, Ayesh portava con sé il figlio appena nato mentre a Gaza visitava le donne nei campi profughi. Fu arrestata di nuovo nel cuore della notte quando suo figlio aveva 6 mesi e fu costretta a lasciarlo.

Quando ai parenti fu permesso di visitarla in prigione, “naturalmente chiesi di poter tenere il mio bambino”, dice. “La guardia rifiutò e disse che la legge non lo consentiva”. La famiglia di Ayesh alla fine riuscì a convincere gli Israeliani a riunire madre e figlio – ma in prigione. Baby Majd imparò a camminare dietro le sbarre, circondato da donne prigioniere che vedevano in lui quei bambini che erano state costrette a lasciare.

Oggi, Ayesh insiste sul fatto che non c’era nulla di unico nella sua lotta: era la storia di innumerevoli famiglie palestinesi. Nel 1991, lasciò in lacrime Gaza per l’Egitto – rassegnata a un esilio di due anni in modo che suo marito potesse finalmente incontrare Majd, che aveva visto suo padre solo in un video del matrimonio dei suoi genitori. Una troupe di documentaristi stranieri li seguì per mesi mentre vivevano prima separati e poi riuniti – il filmato di quel periodo aggiunge un aspetto di intimità a un film che raccoglie potenti filmati di archivio, immagini e interviste con le donne che guidarono l’intifada.

Naila Ayeshcon suo figlio Majd. Photo: Naila Ayesh/Courtesy of Just Vision

Tre decenni dopo, la storia che raccontano è una storia di delusione.

Costretti a partecipare ai colloqui di pace in seguito all’appello della Prima Intifada alla comunità internazionale, gli Israeliani inizialmente rifiutarono di negoziare direttamente con l’OLP, che consideravano un’organizzazione terroristica. La delegazione palestinese divenne “una delegazione popolare”, come disse il portavoce Hanan Ashrawi. All’inizio non c’erano donne nella delegazione israeliana a Madrid, ma quando si resero conto che la delegazione palestinese comprendeva due donne, anche gli Israeliani ne mandarono una. “Eravamo  orgogliosi che la nostra delegazione includesse delle donne”, dice Kamal, rappresentante con Ashrawi, una delle donne politiche più famose della Palestina. “Questo ci diede risalto”.

Quando la dirigenza dell’OLP all’estero iniziò i colloqui diretti con gli Israeliani a Oslo, lo fecero senza informare i Palestinesi che erano stati in prima linea nella rivolta e che erano allora impegnati nei colloqui di pace a Madrid.

Come poté l’OLP pensare di poter organizzare squadre di negoziatori senza di noi?” Chiede Al-Sheikh Ali. “Le donne furono lasciate fuori da tutti i preparativi per la formazione dell’Autorità Palestinese. Rappresentiamo il 50% della società, a volte di più. Se il 50% della popolazione non partecipa alle decisioni, significa che la società è semiparalizzata “.

“Quando confrontiamo ciò che avevamo proposto con quello che è uscito da Oslo, siamo veramente tristi. Perché Oslo ottenne molto meno di quello che c’era sul tavolo dei negoziati “, dice Kamal. “La leadership palestinese tornò nel Paese e iniziò a costituire l’Autorità palestinese. Le persone in tutto il mondo presumevano che i negoziati avrebbero portato a una soluzione. Ma l’occupazione era ancora in vigore.”

“Quando gli uomini tornarono, le donne avevano nel frattempo migliorato molto la loro posizione, ma l’aspettativa fu che gli uomini riacquistassero immediatamente la loro supremazia”, aggiunge. “E che le donne si dovessero fare da parte”.

Mentre l’Autorità Palestinese prendeva il sopravvento, le donne inorridirono nell’apprendere che ora avrebbero avuto bisogno di un tutore maschio per ottenere il passaporto. Alcune scesero nuovamente in strada, questa volta contro la loro stessa leadership, ma la loro protesta cadde nel vuoto.

“Dissero : il vostro ruolo è finito”, riferisce Qassem.

Il caro prezzo della pace fallita

“Quello che ha fatto Oslo è stato sostituire un processo diplomatico veramente rappresentativo con un negoziato molto al ribasso e, direi, focalizzato molto più sulla sicurezza, piuttosto che sul negoziare la pace”, ha detto Bacha, la direttrice del film, a The Intercept. “Oslo divenne uno strumento di Israele per far sì che l’Autorità Palestinese potesse soddisfare i suoi bisogni, ovvero impedire che si verificasse un’altra rivolta, porre fine completamente alla Prima Intifada, e quindi non permettere mai più alla società civile palestinese di sollevarsi con la stessa efficacia.”

“E Arafat ha accettò queste condizioni.”

A parte alcune notevoli eccezioni, per anni dopo Oslo le donne palestinesi che erano state parte integrante dell’intifada furono escluse dall’Autorità Palestinese e da ulteriori tentativi di pace. In una recente proiezione di “Naila and the Uprising”, un ex negoziatore palestinese ha ricordato di aver partecipato a una delegazione tutta maschile in Sud Africa. I Sudafricani avevano convenuto di incontrare i Palestinesi per solidarietà alla loro causa, ha affermato, ma avevano sottolineato che stavano facendo un’eccezione alla loro regola di non ricevere delegazioni che non fossero veramente rappresentative delle loro società.

Dopo gli accordi di Oslo, Ayesh e suo marito tornarono in Palestina. Ayesh è diventata direttrice del Women’s Affairs Center, una ONG che sostiene l’uguaglianza di genere in Palestina e che incoraggia le donne a partecipare alla vita politica.

A volte si chiede come sarebbero andate le cose se le donne fossero state al tavolo di Oslo. “Gli uomini non erano così consapevoli dei dettagli sul terreno”, ha detto a Intercept questa estate, osservando che furono spesso le donne a essere maggiormente danneggiate dalla mancanza d’acqua dopo che Israele annesse le falde acquifere della Cisgiordania, o a mantenere le relazioni tra città e villaggi tra di loro isolati.

Sono ancora le donne a pagare il prezzo più alto della pace fallita nella loro vita quotidiana , ha aggiunto. A Gaza, dove il blocco israeliano comporta costanti tagli di elettricità, “sono le donne che si svegliano nel cuore della notte per lavare le cose quando torna l’elettricità”.

Ahed Tamimi arriva a una conferenza stampa con sua madre dopo essere stata rilasciata da una prigione israeliana il 29 luglio 2018 a Nabi Saleh, Palestina. Foto: Ilia Yefimovich/AP

Ho incontrato Ayesh a Nabi Saleh, un villaggio palestinese in Cisgiordania, nella casa di un’altra attivista, Manal Tamimi, nel giorno in cui la nipote Ahed Tamimi è stata rilasciata da un carcere militare israeliano dopo aver schiaffeggiato un soldato l’anno scorso. È sull’immagine di una giovane Ahed Tamimi, circondato da altre ragazze che urlano ai soldati, che ” Naila and the Uprising ” finisce – uno sforzo deliberato per lasciare che la speranza parli più forte della disillusione, o almeno, per lasciarle l’ultima parola.

Per i giovani palestinesi – che sono la stragrande maggioranza in Cisgiordania e Gaza – il sistema creato da Oslo è l’unica realtà che abbiano mai conosciuto. Gli insediamenti illegali israeliani sono aumentati del 140% da Oslo; l’occupazione continua. Ma molti giovani hanno poca fiducia nella loro leadership politica e stanno sempre più protestando contro l’Autorità Palestinese mentre continuano a resistere, come le generazioni precedenti, all’occupazione israeliana.

“C’è una nuova generazione, una generazione più giovane, che in realtà non s’identifica affatto con questo sistema politico”, ha detto Bacha. “Ecco dove vedo fiorire nuovamente la leadership femminile”.

“Credo che accadrà”, ha aggiunto. “Ma richiede una resa dei conti con la storia, e una resa dei conti con i risultati di Oslo”.

 

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org

Fonte: https://theintercept.com/2018/09/13/oslo-accords-palestinian-women-first-intifada-naila-and-the-uprising/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Protected by WP Anti Spam