Digiunare per la libertà: il ruolo degli scioperi della fame nella lotta palestinese

Hisham Abu Hawash si unisce alla lunga stirpe di prigionieri politici che in Palestina e in tutto il mondo usano gli scioperi della fame per rivendicare il potere sui loro corpi e portare consapevolezza alla loro causa.

Fonte: versione inglese

Yara Hawari – 11 gennaio 2022

La scorsa settimana, dopo 141 giorni senza cibo, Hisham Abu Hawash, un operaio edile palestinese della Cisgiordania, ha concluso il suo sciopero della fame, condotto  per protestare contro la sua prigionia da parte del regime israeliano. Abu Hawash era stato arrestato dalle forze israeliane nell’ottobre 2020 ed era stato posto in detenzione amministrativa, un meccanismo comunemente usato per incarcerare i palestinesi per periodi di tempo indefiniti senza un’accusa o un processo.

Durante la detenzione amministrativa, non c’è limite di tempo per quanto un prigioniero può rimanere in custodia e le “prove” su cui si basa l’arresto non vengono mai divulgate. Ereditato dal mandato britannico in Palestina, il regime israeliano afferma spesso di utilizzare questo meccanismo in modo preventivo, al fine di scongiurare “futuri reati”. Gli ordini di detenzione amministrativa in Israele durano al massimo sei mesi, ma possono essere rinnovati a tempo indeterminato.

Le organizzazioni per i diritti umani e gli organismi internazionali in tutto il mondo hanno denunciato la pratica israeliana della detenzione amministrativa come illegale e ingiusta. Il relatore speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi Michael Lynk ha definito la pratica “un’anatema in ogni società democratica che segue lo stato di diritto”.

“La resistenza e la perseveranza di Abu Hawash rientra nella lunga storia di scioperi della fame sia collettivi che individuali da parte di prigionieri palestinesi”

Secondo l’ONG di sostegno ai prigionieri Addameer, ci sono attualmente 500 prigionieri politici palestinesi posti in detenzione amministrativa nelle carceri israeliane, molti dei quali sono incarcerati da anni.

Dopo quasi cinque mesi di sciopero della fame (è uno degli scioperi più lunghi nella storia palestinese) il regime israeliano ha subito pressioni per concordare un accordo di rilascio. La detenzione di Abu Hawash non sarà rinnovata e ora dovrebbe essere rilasciato a febbraio.

I palestinesi hanno celebrato questo come una piccola vittoria in un contesto  altrimenti continuo e implacabile di incarcerazioni quotidiane. La resistenza e la perseveranza di Abu Hawash rientra in una lunga storia di scioperi della fame sia collettivi che individuali da parte di prigionieri palestinesi.

Il più lungo sciopero della fame palestinese ebbe luogo tra l’agosto 2012 e l’aprile 2013, quando Samer Issawi  rifiutò il cibo per 266 giorni prima di raggiungere un accordo con il regime israeliano. Il suo caso attirò l’attenzione globale e, di fronte alle pressioni internazionali e alla sua salute in rapido deterioramento, Israele  fu costretto a rilasciarlo.

Ci sono oltre 4.600 prigionieri palestinesi attualmente nelle carceri israeliane.

Gli scioperi della fame sono stati utilizzati anche come strumenti di azione collettiva. Nel 2017, migliaia di prigionieri politici palestinesi  rifiutarono il cibo per settimane e contemporaneamente rivendicarono i diritti fondamentali. In alcuni casi, questi scioperi di massa portarono al raggiungimento di accordi per migliorare le condizioni di detenzione, come l’aumento delle visite dei familiari e servizi medici migliori.

Eppure spesso il regime israeliano risponde agli scioperi della fame punendo ulteriormente i prigionieri, mettendoli in isolamento, trasferendoli in celle diverse e persino interrompendo le visite dei familiari.

In alcune circostanze, il regime israeliano ha fatto ricorso all’alimentazione forzata dei prigionieri in sciopero della fame, una pratica che le Nazioni Unite hanno definito equivalente alla tortura e alla violazione del diritto internazionale. Negli anni ’70 e ’80 diversi prigionieri palestinesi morirono per essere stati alimentati con la forza dalle autorità israeliane, il che portò a un ordine di cessazione dall’Alta Corte israeliana. Tuttavia, nel 2012, il governo israeliano ha ripristinato la pratica dell’alimentazione forzata dei prigionieri politici palestinesi.

Gli scioperi della fame sono stati usati in tutto il mondo sia da attivisti che da prigionieri politici per centinaia di anni. All’inizio del XX secolo, le suffragette britanniche e americane li usavano spesso come mezzo di protesta. Negli ultimi decenni sono diventati diffusi come mezzo di resistenza carceraria.

Nel 1981 in Irlanda, il leader incarcerato dell’Esercito Rivoluzionario Irlandese (IRA) Bobby Sands condusse uno sciopero della fame collettivo per protestare contro la rimozione dello “status speciale” concesso ai prigionieri politici dell’IRA. Dopo 66 giorni, Sands morì, insieme ad altri nove compagni.

Dopo la morte di Sand, i prigionieri politici palestinesi scrissero una lettera di solidarietà e la fecero uscire di nascosto dalla prigione. Diceva: “Ringraziamo l’eroica lotta di Bobby Sands e dei suoi compagni, perché hanno sacrificato il bene più prezioso di qualsiasi essere umano. Hanno dato la vita per la libertà”.

Alcuni anni dopo gli scioperi della fame irlandesi, anche i neri sudafricani intrapresero scioperi della fame di massa per protestare contro la loro incarcerazione da parte del regime dell’apartheid. Nel frattempo, i prigionieri politici curdi detenuti dallo stato turco furono ugualmente ispirati dagli scioperanti della fame palestinesi e irlandesi.

Per i prigionieri politici come quelli menzionati sopra, gli scioperi della fame sono un mezzo di resistenza in un contesto in cui sono privati ​​di ogni potere e controllo. Sebbene a prima vista gli scioperi della fame possano sembrare antitetici alla lotta per la liberazione in quanto infliggono danni a sè stessi, consentono ai prigionieri politici di riprendersi dal regime carcerario il potere della vita e della morte.

 “Il potere dei prigionieri è incarnato nella loro scelta di azione e nella loro capacità di iniziare e terminarla ogni volta che vogliono. Attraverso i loro scioperi, i prigionieri rivendicano la proprietà del proprio corpo e persino della propria vita”

Come scrive la studiosa palestinese Dr. Malaka Shwaikh, “Il potere dei prigionieri è incarnato nella loro scelta di azione e nella loro capacità di iniziarla e farla finita ogni volta che vogliono. Attraverso i loro scioperi, i prigionieri rivendicano la proprietà del proprio corpo e persino della propria vita”.

In effetti Hisham Abu Hawash, e migliaia di persone prima di lui, hanno adottato questa pratica come uno degli unici strumenti a loro disposizione per rivendicare il potere e resistere al regime israeliano. E fino alla fine del brutale regime di incarcerazione di Israele, senza dubbio molti altri seguiranno le sue orme.

Yara Hawari è Palestine Policy Fellow di Al-Shabaka, il Palestine Policy Network.

 

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictapalestina.org