È tempo di concentrarsi sui diritti degli oppressi, non dell’Oppressore

Nulla trasformerà Gaza in cenere. Gaza non morirà perché è un’idea potente che è profondamente radicata nei cuori e nelle menti di ogni arabo, ogni musulmano e milioni di altre persone in tutto il mondo.

Fonte: English version

Di Ramzy Baroud – 30 ottobre 2023

Immagine di copertina: Il fumo si alza durante il bombardamento israeliano della Striscia di Gaza nel mezzo delle battaglie in corso. 30 ottobre 2023 (File/AFP)

Gaza ha cambiato l’equazione politica in Palestina. Inoltre, è probabile che le ripercussioni di questa guerra devastante alterino l’equazione politica nell’intero Medio Oriente e rendano la Palestina la crisi politica più urgente del mondo per gli anni a venire.

Dalla fondazione di Israele, facilitata dalla Gran Bretagna e protetta dagli Stati Uniti e da altri Paesi occidentali, le priorità sono state interamente israeliane. La “sicurezza israeliana”, il “vantaggio militare” di Israele, il suo “diritto a difendersi” e molto altro ancora hanno definito il linguaggio politico dell’Occidente sull’Occupazione israeliana e l’Apartheid.

Questa bizzarra comprensione statunitense e occidentale del cosiddetto conflitto, secondo cui un Oppressore ha “diritti” sugli oppressi, ha consentito a Israele di mantenere un’Occupazione Militare sui Territori Palestinesi che dura da più di 56 anni. Ha inoltre consentito a Israele di trascurare le radici di questo conflitto, vale a dire la Pulizia Etnica della Palestina nel 1948 e il Diritto al Ritorno a lungo negato per i rifugiati palestinesi.

In questo contesto, ogni apertura arabo-palestinese per la pace è stata respinta; anche il presunto processo di pace, vale a dire gli Accordi di Oslo, si è trasformato in un’opportunità per Tel Aviv di rafforzare la sua Occupazione Militare, espandere i suoi insediamenti e rinchiudere i palestinesi in spazi simili a Enclavi Ghetto, umiliati e segregati razzialmente.

Alcuni palestinesi, allettati dagli aiuti americani o distrutti da un persistente senso di sconfitta, si sono messi in fila per ricevere i dividendi della pace tra Stati Uniti e Israele: pietose briciole di falso prestigio, titoli vuoti e potere limitato, concessi e negati dallo stesso Israele.

Tuttavia, la guerra israeliana contro Gaza sta già cambiando gran parte di questo doloroso status quo.

La costante insistenza di Israele sul fatto che la sua guerra mortale è contro Hamas, contro il “terrorismo”, contro il fondamentalismo islamico e tutto il resto, potrebbe aver convinto coloro che sono pronti ad accettare per oro colato la versione israeliana degli eventi. Ma quando i corpi dei civili palestinesi, tra cui migliaia di bambini, hanno iniziato ad accumularsi negli obitori degli ospedali di Gaza e, tragicamente, nelle strade, la narrazione ha cominciato a cambiare.

I corpi polverizzati dei bambini palestinesi, di intere famiglie morte insieme, testimoniano la brutalità di Israele, il sostegno immorale dei suoi alleati e la disumanità di un ordine internazionale che premia l’assassino e ammonisce la vittima. Di tutte le dichiarazioni distorte fatte dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, quella in cui suggeriva che i palestinesi mentissero riguardo al conteggio dei propri morti è stata forse la più disumana.

Washington potrebbe non rendersene ancora conto, ma le ripercussioni del suo sostegno incondizionato a Israele si riveleranno disastrose in futuro, soprattutto in una regione stanca di guerre, egemonia, doppi criteri, divisioni egoistiche e conflitti senza fine.

Tuttavia, l’impatto maggiore si farà sentire nello stesso Israele.

Quando l’ambasciatore palestinese all’ONU Riyad Mansour ha tenuto un potente discorso la scorsa settimana, non ha potuto trattenere le lacrime. Le delegazioni internazionali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite hanno applaudito senza sosta, riflettendo il crescente sostegno alla Palestina non solo alle Nazioni Unite ma in centinaia di città e paesi e agli innumerevoli angoli delle strade di tutto il mondo.

Quando l’ambasciatore israeliano Gilad Erdan, promotore di molte delle menzogne ​​diffuse da Tel Aviv, soprattutto nei primi giorni della guerra, ha pronunciato il suo discorso, nessuno ha applaudito. La narrativa israeliana è chiaramente crollata, andando in frantumi. Israele non è mai stato così isolato. Questo non è sicuramente il “Nuovo Medio Oriente” profetizzato da Netanyahu nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite solo il mese scorso.

Incapace di comprendere come l’iniziale simpatia per Israele si sia rapidamente trasformata in totale disprezzo, Tel Aviv ha fatto ricorso alle sue vecchie tattiche. La scorsa settimana Erdan ha definito il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres “inadatto a guidare” l’ONU e lo ha invitato a dimettersi. Il crimine apparentemente imperdonabile di Guterres è stato quello di suggerire che “gli attacchi di Hamas non sono arrivati dal nulla”.

Per quanto riguarda Israele e i suoi benefattori americani, nessun contesto può macchiare l’immagine perfetta che Israele ha creato per il suo Genocidio a Gaza. In questo perfetto mondo israeliano, a nessuno è permesso parlare di Occupazione Militare, Assedio, mancanza di prospettive politiche o assenza di una Pace Giusta per i palestinesi.

Anche se Amnesty International ha affermato in una dichiarazione della scorsa settimana che entrambe le parti hanno commesso “gravi violazioni del diritto umanitario internazionale, compresi Crimini di Guerra”, Israele ha comunque attaccato il gruppo, accusandolo di essere “antisemita”. Secondo il pensiero di Israele, anche al principale gruppo internazionale per i diritti umani non è consentito contestualizzare le atrocità di Gaza o osare suggerire che una delle “cause profonde” del conflitto fosse “il sistema di Apartheid israeliano imposto a tutti i palestinesi”.

Israele non è più onnipotente come vuole farci credere. Gli eventi recenti hanno dimostrato che il suo “esercito invincibile”, un marchio che ha permesso a Israele di diventare, a partire dal 2022, il decimo maggiore esportatore militare internazionale del mondo, si è rivelato essere una tigre di carta.

Questo è ciò che fa infuriare maggiormente Israele. “I musulmani non hanno più paura di noi”, ha detto l’ex parlamentare della Knesset Moshe Feiglin. Per ripristinare questa paura, il politico estremista ha chiesto di ridurre immediatamente “Gaza in cenere”.

Ma nulla trasformerà Gaza in cenere, anche se le oltre 12.000 tonnellate di bombe sganciate sulla Striscia nelle prime due settimane di guerra avessero incenerito almeno il 45% delle unità abitative nel territorio, secondo l’Ufficio Umanitario delle Nazioni Unite. Gaza non morirà perché è un’idea potente che è profondamente radicata nei cuori e nelle menti di ogni arabo, ogni musulmano e milioni di altre persone in tutto il mondo.

Questa nuova idea sta sfidando la storica convinzione secondo cui il mondo deve soddisfare le priorità di Israele: la sicurezza, le definizioni egoistiche di pace e tutte le altre illusioni. La discussione dovrebbe ora tornare al punto in cui sarebbe sempre dovuta essere: le priorità degli oppressi, non dell’Oppressore.

È tempo di parlare di diritti dei palestinesi, di sicurezza palestinese e del diritto, anzi, dell’obbligo, del popolo palestinese di difendersi. È tempo di parlare di vera giustizia, il cui risultato non è negoziabile: uguaglianza, pieni diritti politici, libertà e diritto al ritorno.

Gaza ci dice tutto questo e molto altro ancora. È tempo di ascoltare.

Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo ultimo libro, curato insieme a Ilan Pappé, è “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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