Copertina: Aggiornamento Google di GAZA. È il caso di dire tardi, ma finalmente? Sia chiaro: nulla giustifica il tempo, che ha macinato vite; ma possiamo pensare che il diritto e i diritti stiano facendo sentire la sua voce?
Fonte: Volere la Luna
06 agosto 2025 – di: Alessandra Algostino
Nelle ultime settimane qualche storia dei palestinesi a Gaza, che ricorda come siano persone, non numeri o “animali umani” (Gallant), ha rotto il silenzio dell’informazione “di regime”, dando atto che nella Striscia non vi sono solo gli ostaggi israeliani; la parola “genocidio” è oggetto di discussione e non solo ostracizzata; l’orrore dei bombardamenti e della fame è criticato da rappresentanti delle istituzioni e alcuni Stati riconoscono o promettono di riconoscere lo Stato di Palestina. Qual è il valore delle parole di critica dei crimini compiuti da Israele a Gaza che si sentono – se pur tardive e deboli – in sedi istituzionali e sui media mainstream (mentre la voce dal basso, immediata, è stata inascoltata e criminalizzata)? È una inversione di rotta o l’ennesima mistificazione? Qual è il senso del riconoscimento dello Stato di Palestina se non si ferma il massacro di chi dovrebbe abitarvi? Se non si cambia radicalmente la logica (di oppressione e colonialismo) che lo muove? È un primo passo o un’operazione di facciata?
Senza dubbio critiche e riconoscimenti arrivano tardi, troppo tardi per le decine di migliaia – persone e non numeri – di morti, civili, donne e bambini, per le bombe e per la fame usata come arma di guerra; dopo la dissoluzione dei legami familiari e sociali; dopo la distruzione delle infrastrutture, materiali, sociali e politiche; dopo la perdita del senso della propria dignità che la lotta per la sopravvivenza quotidiana comporta.
È il caso di dire tardi, ma finalmente? Sia chiaro: nulla giustifica il tempo, che ha macinato vite; ma possiamo pensare che il diritto e i diritti stiano facendo sentire la sua voce?
Consideriamo la vicenda degli attacchi a cui è sottoposta Francesca Albanese per i suoi rapporti, a partire dall’ultimo, Dall’economia di occupazione all’economia di genocidio, del 30 giugno 2025, che documenta le complicità delle imprese, toccando il nervo della collusione fra potere politico ed economico, e il mancato accordo in Unione europea per sospendere Israele dal programma per la ricerca e l’innovazione Horizon Europe. Sono attacchi che mostrano come sia alto il rischio che le parole siano pura retorica, per salvare la “nostra” coscienza, o una sua parvenza; per mantenere intatto il volto di un Occidente del diritto e dei diritti (che, oltre a essere in rapido declino, è sempre stato bifronte, coniugando dominio ed emancipazione). Il timore è che siano parole false, destinate a restare deboli e inconseguenti, utili solo a mantenere intatto il dominio e l’immagine di un privilegio suprematista; che siano parole non nel nome dei diritti, ma per distorcere il senso di quanto sta accadendo, negando la complicità nel genocidio e nei crimini, di fronte al diritto e alla storia; che siano una menzogna per tacitare l’insofferenza silenziosa che forse stava iniziando a diffondersi. È l’esperimento di un potere che coniuga la violenza feroce (praticata, sostenuta, tollerata) con bugie caritatevoli, pronte ad essere accolte da società disgregate e passive? Ricordiamo anche il trattamento riservato ai migranti, ai fragili, ai dissenzienti.
Gli Stati, come l’Unione europea, hanno la forza – una forza entro il diritto e che il diritto prevede ed esige – per intervenire: rescindere (o quantomeno sospendere) gli accordi (di cooperazione, commerciali, di ricerca); non trasferire o vendere (in via diretta e indiretta) armi e tecnologie dual use (doppio uso, civile e militare); adottare sanzioni economiche; rendere effettive le risoluzioni e la presenza dell’Onu. Le parole devono essere accompagnate dai fatti. Altrimenti non solo sono tardive, per chi non c’è più, per chi porterà per sempre i segni su di sé, per una società distrutta; ma non fermeranno altri orrori. In questione è la sopravvivenza concreta delle persone a Gaza (e in Cisgiordania), che continuano a morire; in questione, perché il genocidio sotto gli occhi del mondo del popolo palestinese legittima i crimini più efferati su tutti gli eccedenti del mondo, è la vita di molte e molti che vivono ai margini.
In questione è il senso del diritto, dei diritti, dell’uguaglianza, il senso dell’umano; vorrei si comprendesse: non come discorso astratto e non come affermazione autoreferenziale (stiamo perdendo i nostri diritti e noi stessi): di vite concrete si discorre, presenti e future, di dignità delle esistenze, di tutte le esistenze. Come possono essere presente e futuro dell’umanità, se si convive con l’uccisione di persone (bambini) in fila per il pane? L’uomo è sempre stato quello che uccide, «dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura» (Quasimodo), ma è stato ed è anche altro.
Questo per sottolineare che non si intende certo affossare la speranza, o chiudersi in una critica cieca ai cambiamenti che possono avvenire, o in un pessimismo disfattista nei confronti del diritto e dei diritti, ma proprio perché si vuole che la speranza sia concreta, che diritto e diritti siano effettivi e reali, è necessario esigere che abbiano delle gambe solide per camminare, che camminino. Esigiamo che alle parole seguano fatti, fatti concreti: rescissioni o sospensione di accordi (come quello di associazione tra Israele e l’Unione europea); sanzioni economiche; applicazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite e dei provvedimenti degli organi di giustizia internazionale (a partire dall’ordinanza del 26 gennaio 2024 della Corte internazionale di giustizia sul “rischio plausibile” di genocidio; dai mandati di arresto per Gallant e Netanyahu emessi il 21 novembre 2024 dalla Corte penale internazionale; dal parere consultivo sull’illegalità dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024). Sempre continuando la lotta dal basso, con gli strumenti che abbiamo: informazione, denuncia, mobilitazione, solidarietà, boicottaggio.
Una versione più breve dell’articolo è stata pubblicata su il manifesto del 3 agosto

Alessandra Algostino è docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Torino. Fra i suoi temi di ricerca: diritti, migranti, lavoro, democrazia, partecipazione e movimenti, rapporto fra diritto ed economia, pace. Fra i suoi libri e saggi: “L’ambigua universalità dei diritti. Diritti occidentali o diritti della persona umana?”, Napoli, 2005; Democrazia, rappresentanza, partecipazione. Il caso del movimento No Tav, Napoli, 2011; “Diritto proteiforme e conflitto sul diritto”, Torino, 2018; “La partecipazione dal basso: movimenti sociali e conflitto”, in Quaderni di Teoria Sociale, n. 1/2021; “Genere ed emancipazione fra intersezionalità e dominio: una riflessione nella prospettiva del costituzionalismo”, in Uguaglianza o differenza di genere? Prospettive a confronto, Napoli, 2022; “Pacifismo e movimenti fra militarizzazione della democrazia e Costituzione”, in Il costituzionalismo democratico moderno può sopravvivere alla guerra?, Napoli, 2022.

