Israele ci sta costringendo a lasciare Gaza City. Sappiamo che potrebbe non lasciarci mai tornare

La cronista del Guardian a Gaza descrive il dilemma che la sua e altre famiglie devono affrontare: molti sono affamati, senza soldi e senza mezzi di trasporto

Fonte. English version

Di Malak A Tantesh da Gaza City – 10 settembre 2025

Immagine di copertina: Persone guardano i volantini con gli ordini di evacuazione lanciati a sud di al-Mawasi Gaza City il 9 settembre. Fotografia: Omar Al-Qattaa/AFP/Getty Images

Il 9 settembre è il compleanno di mia sorella Enas, quindi stamattina eravamo felici, bevevamo caffè insieme in famiglia e ci raccontavamo barzellette, finché non abbiamo visto i volantini che cadevano dall’alto intimandoci di evacuare. Così, invece di preparare biscotti e torte per festeggiare, stiamo facendo i bagagli per un altro sfollamento.

Il piano dell’esercito israeliano di occupare Gaza City mi ha riportata con la mente ai primi giorni della guerra: la tensione, il terrore e la pressione psicologica. Ho paura che il ciclo degli sfollamenti si ripeta di nuovo.

Abbiamo vissuto in dieci luoghi diversi da quando abbiamo lasciato la nostra casa a Beit Lahia, nel nord di Gaza, all’inizio della guerra. Una frase continua a ronzarmi in testa: “Non voglio”.

Non voglio rivivere tutto questo. Non voglio tornare a sud: anche se fa parte di Gaza, lì ci siamo sentiti estranei, con il cuore che bramava il profumo della nostra terra.

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Palestinesi evacuano Gaza City verso le aree meridionali della Striscia di Gaza, 10 settembre. Fotografia: Eyad Baba/AFP/Getty Images

La mia mente corre ai ricordi delle sofferenze vissute nel sud, nelle tende, tra il caldo dell’estate e il freddo dell’inverno, nella lotta per procurarci cibo e acqua, nella difficoltà di accedere a elettricità e internet.

Il primo venerdì della guerra siamo fuggiti senza sapere dove stavamo andando, divorati dalla paura, con solo piccole borse riempite in fretta con vestiti leggeri ed essenziali di base. Era un tempo estremo, vissuto minuto per minuto nella confusione totale.

Questa volta sappiamo di doverci preparare a tutte le possibilità. Così, due settimane fa, mio padre ha deciso di andare a sud per cercare un rifugio per noi, nel caso fossimo stati di nuovo costretti a sfollare. È partito con la sua vecchia bicicletta, portando solo una borsa con un po’ di cibo e acqua.

Distruzione a Beit Lahia, città natale di Tantesh, fotografata nel gennaio 2025. Fotografia: Enas Tantesh/The Guardian

La prima cosa che ha notato è stata la mancanza di trasporti. Ci sono pochissime auto ancora in circolazione per via della scarsità di carburante – un litro ora costa 500 shekel (148 dollari), 100 volte il prezzo normale. Ancora meno sono i carri trainati da animali, perché la maggior parte dei cavalli e degli asini è morta di fame o di sfinimento. Le strade sono ormai solo sabbia, macerie e pietre.

Tutti hanno speso i risparmi in cibo quando la carestia ha fatto schizzare i prezzi a livelli inimmaginabili. Così la maggior parte delle persone non può permettersi di portare con sé nulla; ma se vengono sfollati senza le poche cose essenziali – come coperte e pentole – non avranno soldi per sostituirle.

Quando mio padre è arrivato a Deir al-Balah non ha trovato un posto per noi. Al-Mawasi è una striscia di terra larga appena un chilometro ed è già sovraffollata di sfollati provenienti da Rafah e Khan Younis. Cercando, continuava a domandarsi dove mai potessero andare tutte le persone rimaste nel nord di Gaza.

Ha concluso la ricerca andando a trovare un vecchio amico nella nostra città, Beit Lahia, che vive ancora nella zona di sfollamento nell’est di Mawasi. Abu Ahmed, 46 anni, aveva deciso di restare nel sud quando noi eravamo rientrati a casa durante la tregua.

Ma nel giro di mezz’ora, quattro pesanti raid aerei hanno colpito a poche centinaia di metri, nella periferia orientale della cosiddetta “zona umanitaria”. Questi attacchi hanno riempito mio padre di paura. Come può l’esercito israeliano dirci di evacuare Gaza City per la nostra sicurezza, mentre bombarda proprio i luoghi in cui vuole mandarci?

Un gran numero di palestinesi si raduna per ricevere cibo ad al-Mawasi. Abed Rahim Khatib/Anadolu/Getty Images

Abu Ahmed ha raccontato a mio padre di almeno dieci persone che conosceva uccise dai bombardamenti israeliani in pochi giorni. Un suo vicino è morto mentre cercava il segnale per il telefono sulla stessa collina che anche noi scalavamo quando avevamo bisogno di collegarci a internet.

Un raid all’alba ha ucciso due fratelli gemelli, compagni di classe di suo figlio di 10 anni, insieme ai loro genitori, il giorno precedente. Anche cinque lavoratori in una fattoria vicina, una delle pochissime ancora attive a Gaza, sono stati colpiti.

Mio padre ha lasciato rapidamente l’area, temendo per la sua vita, ed è tornato a nord. Dopo due giorni interi di una ricerca impossibile di un luogo sicuro che non esiste, è rientrato esausto, con i vestiti sporchi e il volto bruciato dal sole.

Non dimenticherò mai la gioia del giorno di gennaio in cui siamo tornati al nord durante la breve tregua, una sensazione ancora incisa nel mio cuore. Ricordo la dolce stanchezza, il conforto che mi aveva invasa quando ho rimesso piede sulla terra del nord.

Malak Tantesh e suo padre, Amjed Tantesh, tra le rovine della loro casa a Beit Lahia, nord di Gaza. Fotografia: Enas Tantesh/The Guardian
Tantesh con i familiari nel nord di Gaza.(Enas Tantesh/The Guardian)

Allora, come civili, abbiamo cercato di ridare vita alla nostra città demolita, Beit Lahia. Abbiamo creato nuovi ricordi, con seri tentativi di riparare la distruzione causata dall’invasione israeliana. Era come rinascere.

Ma poi la guerra è ripresa, e con essa sfollamento, fame, paura e sofferenza. Un colpo di carro armato ha ucciso il mio amato zio Bahjat, 57 anni, mentre lui e mio padre stavano recuperando alcuni nostri averi da un vecchio rifugio – la perdita più grande per la nostra famiglia, finora.

Palestinesi che tornano nel nord di Gaza nel gennaio 2025 durante la breve tregua.(Enas Tantesh/The Guardian)

Mio padre è sopravvissuto miracolosamente illeso, ma non potevamo restare a lungo a Beit Lahia. Costretti dall’avanzare dei bombardamenti e dei colpi di artiglieria, ci siamo dovuti spostare a Gaza City.

Abbiamo affittato un appartamento, quindi le nostre condizioni di vita erano migliori rispetto a quelle di centinaia di migliaia di persone per quanto riguarda acqua, elettricità e internet, ma condividevamo con loro la fame, poiché il cibo era sparito dai mercati.

Quella difficoltà per noi è diminuita quando i valichi sono stati riaperti e alcuni aiuti e beni commerciali hanno ripreso a entrare, ma i prezzi non erano accessibili a tutti. I più vulnerabili non hanno assaporato questi “privilegi”.

Panini cotti nell’appartamento della famiglia Tantesh a Gaza City quando lo zucchero è tornato disponibile.(Enas Tantesh/The Guardian)

Poi sono arrivati l’intensificarsi degli attacchi nei quartieri orientali di Gaza City e le notizie del piano israeliano di occuparla completamente e di sfollare tutti gli abitanti verso sud. Le persone affogavano nelle domande senza risposta.

Anche volendo partire, la gente è troppo povera e stremata. Migliaia di famiglie sopravvivono con un solo pasto al giorno, di solito lenticchie. Se non riescono nemmeno a permettersi il cibo, come potrebbero mai pagare i costi dello sfollamento, che richiedono almeno 2.000 shekel solo per il trasporto?

Il nostro ritorno al nord ci era sembrato un sogno impossibile diventato realtà. Eravamo ancora sfollati, ma potevamo sentire il calore della casa nelle strade e nei vicoli di Gaza City. Eravamo tra parenti e amici, circondati da negozi di vestiti, caffè e i pochi luoghi rimasti belli. Nulla di tutto questo esiste al sud, dove non si vedono che tende, senza spazio per sfuggire a una realtà dura e dolorosa.

La vista su Beit Lahia dal tetto della casa del nonno di Tantesh, febbraio 2025.(Enas Tantesh/The Guardian)

Se saremo di nuovo sfollati, sappiamo che potrebbe non esserci più consentito tornare. Lo sentiamo chiaramente. Trasformeranno ciò che resta di Gaza City in cenere, come hanno fatto con la mia città, Beit Lahia, e con le vicine Jabaliya e Beit Hanoun.

La cancelleranno dall’esistenza, distruggendo ogni traccia di vita – umana, animale e vegetale. Trasformeranno tutto in macerie grigie. Quando questi pensieri ci attraversano la mente, siamo sopraffatti dal dolore e dalla rabbia, frustrati da un mondo che potrebbe fermare tutto questo, ma sceglie invece di guardare da lontano.

Abbiamo sognato di essere invitati a tornare nelle nostre città e nei nostri quartieri, invece che a spostarci a sud. Abbiamo sperato in una tregua per porre fine a questo incubo una volta per tutte. Abbiamo pregato per un miracolo che fermasse il piano israeliano. Eppure, ancora una volta, stiamo facendo i bagagli per partire.

Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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