Cosa farebbero gli israeliani se dall’oggi al domani i palestinesi sparissero?

In “The Book of Disappearance” di Ibtisam Azem, gli israeliani si svegliano un giorno in un paese senza palestinesi. Azem parla a +972 di come, attraverso questa improvvisa sparizione del “nemico”, affronta nel suo libro alcuni dei capitoli più oscuri della storia di Israele.

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Natasha Roth – 11 novembre 2019

Immagine di copertina: Ibtisam Azem, autrice  de  “The Book of Disappearance.” (Courtesy of Ibtisam Azem)

 

 

Cosa farebbero gli israeliani se tutti i palestinesi “tra il mare e il Giordano” sparissero contemporaneamente?

Questa è la premessa di un romanzo appena tradotto dall’arabo in inglese, “Il libro della scomparsa”, della scrittrice  palestinese Ibtisam Azem (tradotto dal romanziere e traduttore iracheno Sinan Antoon e pubblicato dalla Syracuse University Press). Originariamente pubblicato in arabo nel 2014, la storia di Azem è narrata principalmente da due persone: Alaa, un giovane palestinese che sta soffrendo per la recente morte di sua nonna e che è ossessionato dai ricordi della Nakba e delle sue conseguenze , condivise con lui dalla nonna , e il suo amico Ariel, un giornalista israeliano che lotta per conciliare la sua convinzione che l’occupazione sia sbagliata con l’assoluta convinzione che le circostanze che hanno portato ala fondazione dello Stato di Israele fossero giuste.

Il romanzo di Azem è un’opera di realismo magico: usa l’impossibile scenario di milioni di palestinesi che svaniscono in un batter d’occhio per tirare i fili sciolti della mitologia sionista riguardante l’establishment israeliano. Di conseguenza, nel romanzo  diverse scene angoscianti  appaiono familiari a chiunque abbia letto della Nakba: case con piatti di cibo non consumato sul tavolo;  televisori ancora accesi; chiavi di casa ancora nella serratura , inquietanti stanze vuote dove gli abitanti  sembra siano improvvisamente svaniti in silenzio.

Un tale silenzio  circondò  anche la “scomparsa” di quasi un milione di palestinesi nel 1948, e Azem riconosce che questa forma coloniale di pensiero magico,usata per spiegare lo svuotamento di una terra del suo popolo natio, ha parzialmente ispirato il suo libro. Eppure la sua storia racconta qualcosa di più.

“L’idea principale era mostrare ciò che sta realmente accadendo [in Palestina]”, dice a +972. “Volevo inoltre immaginare  cosa sarebbe successo se Israele – o qualsiasi nazione – improvvisamente non avesse più un nemico”.

L’improvvisa mancanza di un nemico provoca una serie diversificata di reazioni tra gli israeliani del romanzo. Inizialmente, c’è confusione e rabbia per i vari inconvenienti: i pendolari restano bloccati  poiché i loro autobus non arrivano; i giornali non vengono consegnati e la spazzatura non raccolta; insegnanti, dottori e proprietari di caffè non si presentano al lavoro. Qui, Azem sembra voler chiarire quanto siano cruciali i palestinesi affinché il Paese funzioni correttamente.

Nonostante le proporzioni  di ciò che è accaduto comincino a diventare chiare, molti sono tuttavia convinti che vi sia in atto una cospirazione di massa e si chiudono  nella loro paranoia esistenziale. Altri credono che la scomparsa sia un atto di Dio. E altri ancora, come Ariel, non sono sicuri di cosa pensare, ma gradualmente iniziano a usare e quindi a prendere il controllo delle case rimaste vuote, nonostante l’ incertezza su dove siano andati i loro vicini.

Il governo, nel frattempo, dichiara  lo stato di emergenza e circonda con cordoni militari  le aree palestinesi del Paese. Nondimeno, i coloni religiosi armati della Cisgiordania iniziano a occupare quelle stesse zone ,  inclusa Jaffa, dove si scontrano  con gli ufficiali di polizia israeliani e dichiarano la loro intenzione di impadronirsi della terra e delle proprietà deserte. Questo passaggio sconfigge finalmente il mito della Linea Verde ed espone uno dei messaggi fondamentali del romanzo di Azem, ovvero che c’è poca distinzione morale tra la Nakba del 1948 e l’occupazione del 1967.

Azem, nata a Taybeh, vive e lavora a New York come reporter di Al-Araby Al-Jadeed (The New Arab). Tra le altre cose ho parlato con Azem del perché ha scritto il libro, da dove ha preso ispirazione per la storia e del passato palestinese.

La seguente conversazione è stata modificata e accorciata per renderla più fruibile.

Il tuo libro immagina  uno scenario contemporaneo unico, ma c’è anche un senso di mistero che circonda  la scomparsa  di tutti i palestinesi dai territori sotto il controllo israeliano: ricorda una storia in qualche modo familiare, ma anche strenuamente repressa. Cosa ti ha ispirato?

“Nel 2011, quando ho avuto l’idea per la prima volta, ero a New York.  Stavo ascoltando un’intervista con l’ex sindaco di Gerusalemme [Nir Barkat] in cui diceva che i palestinesi a Gerusalemme sono uguali, che sono cittadini e che ottengono tutti i servizi [municipali], tutta la propaganda che conosciamo insomma. Non era una novità per me, ma ero arrabbiata perchè non c’era nessun contraddittorio

“Pensai di scrivere un articolo e iniziai a fare brainstorming. Mi vennero in mente due cose: una era quando  Yitzhak Rabin nel 1992, come Ministro della Difesa, disse che desiderava che il mare inghiottisse Gaza. E la seconda un’intervista di Haaretz del 2004 con lo storico israeliano Benny Morris sulla seconda edizione del suo libro sulla Nakba (“The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited”). Nell’intervista, parlava del fatto che avrebbero dovuto “finire il lavoro” (della pulizia etnica nel 1948).

“Pensare a queste due cose mi  fece venire un’idea: cosa farebbero gli israeliani se tutti i palestinesi sparissero?”

Il tuo libro sta vivendo una seconda vita, essendo stato pubblicato in inglese cinque anni dopo il suo debutto in arabo. Puoi parlarci un po’ della prima uscita del libro e dell’impatto che  ebbe nel 2014?

“Il libro della scomparsa”  fu pubblicato nel momento in cui la primavera araba era ancora in corso, ma  stava iniziando a trasformarsi in una delusione, quindi c’era molta attenzione su questioni diverse dalla Palestina. Ma poiché il libro parla di Jaffa e di Tel Aviv,  suscitò interesse, in particolare, e cosa più interessante per me, in persone che avevano letto il libro a Beirut, a Baghdad o nei palestinesi di tutto il mondo che mi dissero che il libro parlava di loro.

“Quando  feci alcune letture in Palestina, Ramallah, Nazareth e piccole città e villaggi nell’area del Triangolo  (nell’Israele centrale) e in Galilea – le persone dissero che la storia parlava della loro vita. Una persona  disse che improvvisamente  vedeva Jaffa sotto una nuova luce, cosa che mi toccò profondamente. Volevo scrivere qualcosa che parlasse di com’è crescere come cittadino palestinese di Israele, come è doloroso e come a volte c’è così tanto dolore che non vedi le microaggressioni quotidiane.

“Anche nel mondo arabo, sebbene la questione palestinese sia molto  presente nelle notizie, non ci sono molti dettagli, incluso il fatto che i palestinesi hanno diversi status  e sistemi politici  e che ciò  influenza la loro vita quotidiana in diversi modi. Per me è importante non separare queste realtà e far  vedere che sono connesse, oltre che far capire che hanno un’origine  principale “.

Attraverso il diario di Alaa, che Ariel legge dopo la scomparsa del suo amico, la memoria collettiva palestinese è una presenza costante nel libro,. Cosa stavi cercando di dire con il tuo romanzo sul passato palestinese e come si collega al presente?

“Volevo portare una voce palestinese indipendente che potesse parlare del passato, mostrare ciò che è realmente accaduto e parlare delle assenze e dei ricordi di coloro che sono sopravvissuti alla Nakba.

“Come cittadini palestinesi di Israele, studiamo la storia della Palestina dal punto di vista sionista, anche se studiamo nelle scuole arabe. Non ho mai trovato la nostra storia nelle nostre scuole – l’ho imparata  dai miei nonni. Mia nonna materna era originaria di Jaffa – fu  espulsa da al-Manshiyyah [un grande quartiere di Jaffa spopolato e occupato dall’Haganah nel 1948, e gradualmente demolito] e venne a Taybeh.

Un ufficiale della polizia militare israeliana controlla i permessi di ingresso dei palestinesi su un autobus che attraversa il ponte di Allenby in Israele. (Moshe Milner / GPO)

“Da bambina andare a Giaffa con lei e sentirla parlare dei suoi vicini mi ha fatto  conoscere una storia totalmente diversa. Per strada leggi  tutti questi nomi sionisti , il che significa che non ti vedi mai nel tuo ambiente di tutti i giorni, tutto è stato cancellato e quando  qualcosa è rimasto, è un problema, un ricordo o il passato. Quindi volevo anche ridefinire il nostro rapporto con il luogo. ”

La questione dei nomi è  ricorrente nel romanzo. Come in ogni contesto coloniale, la battaglia sui nomi è emblematica di una lotta molto più ampia sull’identità, sul controllo e sulla connessione con la terra; di conseguenza,  nel libro le schermaglie sui nomi dei luoghi incapsulano i temi più grandi del libro. In una scena, Ariel ricorda di aver visto i segnali stradali che Alaa aveva raccolto nel suo appartamento e sui quali  aveva cancellato i nuovi nomi ebraici e riscritto quelli arabi originali. Più avanti nel libro, il governo israeliano inizia a cancellare del tutto i nomi dei luoghi arabi, lasciando solo l’ebraico e l’inglese. In una realtà post-ebraica di stato-nazione, questo aspetto del romanzo colpisce  particolarmente

Sebbene Azem abbia scritto il libro diversi anni prima che il disegno di legge dello stato-nazione diventasse legge, un’altra scena assume un peso  significativo alla luce di tale approvazione: un’intervista con un soldato dell’IDF che  dichiara il suo shock davanti alla scomparsa della sua collega drusa e la sua incredulità che i drusi possano  essere “coinvolti” con i palestinesi. La legge  Israele Nazione Ebraica ha rivelato, ancora una volta, la vacuità della presunta parità di trattamento da parte di Israele verso  suoi cittadini drusi,  parte di una strategia di divisione e conquista che Azem afferma di voler mettere in evidenza con questa scena.

“Molti dei  palestinesi con cui parlo, specialmente in Cisgiordania e Gaza, affermano quanto sia doloroso per loro vedere i soldati drusi nell’esercito israeliano e a fianco del potere occupante”, dice. “La questione dei drusi è molto difficile e volevo affrontare un argomento molto delicato: se aspiri alla libertà, all’uguaglianza e alla giustizia sociale, devi anche affrontare i tuoi problemi, soprattutto in una lotta che si  protrae per molto tempo.

Anziani della comunità israeliana dei drusi in una protesta di massa contro la legge  Israele Stato Nazione in Rabin Square, Tel Aviv, 4 agosto 2018. (Gili Yaari / Flash90)

“Quando senti gli israeliani parlare dei drusi, è incredibile: se vai nei villaggi drusi, la loro situazione, nonostante   possano far parte dell’ esercito, non è migliore di quella dei cittadini palestinesi di Israele. Devono ancora  fare i conti con la discriminazione. ”

Visto che siamo in tema di miti nella società israeliana, volevo anche parlare del personaggio di Ariel. È un israeliano che si autodefinisce di sinistra, molto stereotipato, che crede che gli insediamenti siano sbagliati, ma che continua a ripetersi che le  decisioni dell’establishment israeliano erano giuste. Nel libro si  cala nel ruolo dell’occupante in modo molto esplicito, trasferendosi gradualmente nell’appartamento vuoto di Alaa. Sembra che tu stia sottolineando che anche gli israeliani che sono contro l’occupazione  categorizzano  ciò che sta accadendo sulla Linea Verde e non sono in grado – o non sono disposti -a porre le stesse domande  riguardo alla terra sotto i loro piedi. Puoi dire di più su questa valutazione degli atteggiamenti degli israeliani di sinistra nel 1948 rispetto al 1967?

“Questo aspetto si è basato sulla mia esperienza: per anni sono stato attiva in gruppi che organizzavano incontri tra cittadini palestinesi di Israele ed ebrei israeliani, e una delle cose che mi ha colpito maggiormente nelle nostre discussioni è quanto non vogliono parlare di cosa è successo nel ’48. Ma il problema è proprio il 48 e anche prima, con la fondazione del movimento sionista.

“Dobbiamo parlare  di questo. È stato per me sorprendente vedere quanto gli israeliani desiderino essere europei e occidentali e non accettino di far parte del Medio Oriente. C’è molta negazione,  perché una volta che inizi a porti queste domande, devi anche iniziare a chiederti cosa significa essere in Palestina. Questi sono i tipi di domande che devi porre se vuoi vivere in pace. ”

Prima hai menzionato tua nonna. In che modo i tuoi ricordi di lei hanno influenzato il tuo romanzo?

“Il personaggio della nonna di Alaa è basato su mia nonna, anche se  ci sono state altre persone che ho intervistato e che erano originarie di Jaffa che hanno contribuito alla sua storia. Per me era importante che il personaggio che raccontava il passato palestinese fosse una donna e che fosse un membro di una generazione che ha perso tutto a causa della Nakba, anche nel caso in cui  non se ne sono andati”.

Perché è stato importante per te che  a narrare il passato fosse una donna?

“I miei due personaggi principali sono uomini, ma i personaggi femminili sono donne forti che prendono decisioni cruciali. Se guardi alla storia palestinese durante, prima e dopo la Nakba, e durante la prima e la seconda intifada, il ruolo delle donne , se pure in una società patriarcale, è sempre stato importante nella lotta e nella vita quotidiana. Le donne della mia vita personale, zie e nonne,  erano molto forti. Questo non vuol dire che non soffrivano a causa del patriarcato, ma vivevano le loro lotte a livello politico e sociale. Volevo dare vita a questi personaggi, per dimostrare che esistono e che ce ne sono molti.”

I personaggi femminili saranno ancora più centrali nel prossimo libro di Azem, un romanzo su Jaffa i cui tre protagonisti principali sono donne.

“Riguarda la storia di una famiglia di Jaffa che vive lì e che possiede ancora parte della  propria terra, ma tutti gli uomini della famiglia della generazione Nakba sono stati uccisi in diverse circostanze”, spiega Azem. “Le donne raccontano la storia dal loro punto di vista, parlano di questioni di politica e di droga e dei tipi di problemi che si presentano a Giaffa, Gerusalemme, Lod, Ramle e nelle altre città in cui vivono i palestinesi”.

Azem prevede di finire il libro l’anno prossimo. Nel frattempo, spera che “The Book of Disappearance” ispiri discussioni sia politiche che culturali.

“Il libro pone molte domande che le persone non vogliono  sentirsi rivolgere”, afferma. “Ma spero che i lettori saranno aperti ad ascoltare cosa significano l’occupazione e il colonialismo nella vita quotidiana e come le persone affrontano la propria vita in quella situazione.

“Spero che la gente lo approcci come un lavoro di finzione, perché nonostante la politica, alla fine è un romanzo che cerca di affrontare le questioni sociali e politiche che sono assenti  nei media. E, si spera, aiuterà anche a suscitare un maggiore interesse per la cultura palestinese e per altri scrittori palestinesi ”.

 

Trad: Grazia Parolari  “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” – Invictapalestina.org

 

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