Tute blu: la raffigurazione dei lavoratori nell’arte araba moderna.

Almeno dagli anni ’50, artisti arabi hanno raffigurato i lavoratori in dipinti, sculture, manifesti e, più recentemente, in nuovi media e installazioni.

Fonte: English version

Sultan Sooud Al Qassemi – 27 giugno 2020

Immagine di copertina:  Faraj Daham (Qatar), Truck and Workers, 2011, Photo credit: Sultan Sooud Al Qassemi.

Un gruppo di operai e di studenti viene allontanato a spintoni da un ponte da soldati in elmetto che  brandiscono baionette. Lo stivale di un soldato  calpesta le mani di un civile, mentre un altro manifestante cerca di aiutarlo a resistere. Una bandiera rossa fissata a un’asta riporta le parole “Comitato esecutivo di studenti e lavoratori”. Il dipinto “Abbas Bridge” (1955) di Gazbia Sirri è considerato una delle prime raffigurazioni moderne di operai in un dipinto di un artista egiziano.

Gazbia Sirry (Egitto), Abbas Bridge, 1955, Photo credit: Sultan Sooud Al Qassemi.

L’ascesa dei movimenti di liberazione nel mondo arabo a metà del XX secolo portò con sé una serie di opere complementari nel settore creativo. I giovani uomini e donne impegnati in continue proteste  chiedevano canti e striscioni, prontamente forniti da poeti e illustratori che spesso accompagnavano i manifestanti per le strade. Una componente essenziale di questi movimenti di liberazione fu il movimento operaio, che trovò partner e sostenitori all’interno dei membri della comunità artistica. Questo sforzo di massa coincise con il rafforzamento, e in molti casi con l’assunzione di potere, di gruppi con indirizzo socialista e comunista che  mettevano in primo piano i diritti dei lavoratori.

L’“Abbas Bridge” di Sirri si basa su eventi della vita reale che ebbero luogo in Egitto nel 1947 nella città industriale di Mahalla el-Kubra, con  quelle che sono considerati le più grandi proteste di tale natura nella Storia del Paese. Il governo rispose con la forza, e nel giro di cinque anni il re fu espulso  a seguito del colpo di stato degli “Ufficiali del 1952” in cui,  secondo la studiosa Heba F. El-Shazli, “i lavoratori egiziani ebbero un ruolo politico catalizzatore”. In effetti, sotto il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, l’immagine dei lavoratori  subì un drastico cambiamento. Nelle opere d’arte non erano più nascosti o rappresentati sullo sfondo come astanti passivi, ma in molte opere di artisti egiziani venivano ora posti al centro  della rappresentazione.

Forse pochi altri artisti hanno rappresentato i lavoratori più spesso o con un maggiore senso di empatia dell’egiziano Hamed Ewais (1919-2011). Dipinto dopo dipinto, l’ardente artista di sinistra riprodusse pescatori, operai, agricoltori, barbieri e uomini delle lavanderie come figure grandi e centrali che dominano la composizione. La serie dei titoli pittorici di Ewais, che chiaramente nobilitò il proletariato, tradì anche le sue simpatie verso la classe operaia. Ad esempio,  a seguito della Naksa – la sconfitta araba nella Guerra dei Sei Giorni del 1967 – rappresentò un fellah (contadino) che sventolava una bandana e brandiva una mitragliatrice di fabbricazione sovietica in un’opera intitolata “The Guardian of Life”. Questo mostra l’alto grado di rispetto che una generazione di artisti egiziani mostrò verso i lavoratori negli anni ’50 e ’60.

Un eguale campione della classe operaia fu l’artista Inji Eflatoun (1924-1989), nata in una famiglia di classe medio-alta al Cairo, che  sposò il procuratore comunista Hamdi Aboul Ela. L’attivismo di Eflatoun per le donne e i diritti del lavoro le valse una pena detentiva di quattro anni. Tuttavia, il suo spirito era inarrestabile e  continuò a rappresentare i lavoratori in innumerevoli dipinti, tra  i quali “The Builders” (1952) e “White Gold” (1963) appartenenti a una serie dedicata alle raccoglitrici di cotone dipinta negli anni ’60. Allo stesso modo, il suo contemporaneo Menhat Helmy (1925-2004) dipinse una composizione chiamata “Procession to Work” (1957), che mostra un gruppo di lavoratori e di lavoratrici che trasportano attrezzi e marciano dietro a un uomo con un piccione bianco, popolare simbolo di pace. L’opera di bronzo “Nasser” (1960), di Gamal Al Sagini (1917-1977), professore di scultura presso la Scuola di Belle Arti del Cairo, raffigura il leader egiziano sostenuto  da operai e contadini. Il messaggio è chiaro, i lavoratori, tra gli altri, sostengono Nasser e da loro deriva la forza del presidente.

 Almeno a partire dagli anni ’50, artisti arabi hanno raffigurato i lavoratori in dipinti, sculture, manifesti e, più recentemente, in nuovi media e installazioni. I lavoratori dei diversi settori non  sono stati dipinti solo come figure centrali, ma anche rappresentati con dignità.

In Iraq, i primi lavori di Mahmoud Sabri (1927-2012), tra cui “A Peasants Family” (senza data) e “Builders” (1957),  esemplificano il suo interesse per la difficile situazione dei lavoratori. Con il progredire della sua carriera,  continuò a rappresentare i lavoratori in dipinti come “Parsnip Seller”, (il venditore di pastinaca) (1950), e in seguito, proseguendo gli studi in Russia nei primi anni ’60, con opere come “Family of Farmers”. Come Ewais, Sabri diede alle sue opere titoli che riflettevano l’enorme rispetto che nutriva per gli operai, così come è evidente nel dipinto dell’esecuzione, nel 1963, di Salam Adel, il leader del Partito Comunista iracheno, opera che Sabri intitolò “The Hero”.

A volte i lavoratori rappresentati  erano un riflesso di eventi passati, nonché un presagio di cose a venire – come nel caso di “He told us how it Happened” (1957) dell’iraqeno Kadhim Haydar (1932-1985) in cui un giovane probabilmente disoccupato racconta il sanguinoso giro di vite contro i manifestanti  ordinato dal Primo Ministro Nuri Pasha Al Said a seguito della firma del Patto di Baghdad con la Gran Bretagna. Dopo pochi mesi, la monarchia fu rovesciata nella rivoluzione del 14 luglio. Un altro lavoro importante di Kadhim Haydar è “The Hands” (1956), che raffigura un gruppo di lavoratori e un bambino riprodotti  in modo stupefacente. L’opera è stata esposta nel 1957 nella mostra storica dell’Iraqi Artists Society tenutasi al Royal Olympic Club di Baghdad sotto il patrocinio di re Faisal II.

FOTO Kadhim Haydar (Iraq), “The Hands” 1956. Photo credit: Waddah Faris. Per gentile concessione: Dia Azzawi.

La siriana Leila Nseir (nata nel 1941)  metteva le donne al centro di tutte le sue opere come,  nel suo dipinto  “The Nation” (1978), una rara raffigurazione di una donna martire portata da un gruppo di donne e uomini. Quando si trattava di lavoratori, Nseir rappresentava le donne come contadine in un campo all’alba  o ritratti in primo piano di donne e di uomini  con attrezzi agricoli. L’artista palestinese Vera Tamari (1945) produsse “Palestinian Women at Work” (1979), un rilievo in ceramica facente  parte di una serie di opere che mostrano donne della classe operaia, mentre la tunisina Safia Farhat (1924–2004),  accreditata di aver rivoluzionato l’educazione artistica nell’Istituto di Belle Arti di Tunisi, raffigurò pescatori e operai in numerose opere. Il lavoro di Farhat, sia come artista che come educatrice, andava di pari passo con l’attivismo del marito, il politico socialista Abdallah Farhat, attivo nel movimento di liberazione dello stato nordafricano. Questo fenomeno si ripeteva in Palestina, dove i movimenti artistici erano spesso inseparabili dal movimento di liberazione e la rappresentazione degli operai diventò un tema centrale  in poster come “Arms of the Workers Protect the Revolution” pubblicato nel 1986 dalla Palestine Martyrs Works Society ( artista aconosciuto ).

Leila Nseir (siriana), “Women Farmers” 1980 circa . Photo credit: Ahmed Kasha

Anche numerosi artisti del Golfo che studiarono in Egitto  presero a soggetto i lavoratori, come Abdullah Al Qassar del Kuwait (1941-2003), che dipinse una scena di  lavoratori navali nel porto di Luxor (1964). La scoperta del petrolio nel Golfo  spinse un certo numero di artisti a rappresentarne i lavoratori, in opere come “Extraction of Oil” (1925) del Saudita Abdul Halim Al Radwi (1939-2006), opera che fu trasformata in una cartolina dall’Aramco,  e “Oil Exploration” ( 1953) di Abdullah Al Muharraqi del Bahrain (1939). Inoltre, alcuni artisti del Golfo tentarono di rappresentare i lavoratori asiatici ai quali la prosperità economica di questi Stati doveva molto. E’ il caso di “Truck and Workers” (2011) del qatariota Faraj Daham (nato nel 1956) e più recentemente, con l’installazione “Beyond Them” (2018) di Asma Khoory (nata nel 1994 negli Emirati) che offre un diario audiovisivo delle tute blu asiatiche, raramente presenti o rappresentate nella scena artistica d’élite del Golfo.

Faraj Daham (Qatar), Truck and Workers, 2011, Photo credit: Sultan Sooud Al Qassemi.

Quasi tornando al punto di partenza, ovvero alla metà del Ventesimo secolo, ricordiamo quella che un giornalista chiamò “iconografia degli anni ’40”:  un rilievo in cemento del 2017 del marocchino Mustapha Akrim (nato nel 1981). Il lavoro di 200 cm di diametro intitolato “Tools” comprende raffigurazioni di una pala, una sega, un martello, delle pinze, un cacciavite, un martello e un piccone,  oltre che di altri vari strumenti, come modo per commemorare i lavoratori invisibili spesso nascosti dalla società, specialmente nelle comunità più ricche . A partire dagli anni ’80, il Marocco ha avviato importanti riforme economiche sostenute dall’FMI (Fondo monetario internazionale) e dalla Banca mondiale, compresi i programmi di privatizzazione che alcuni sostengono siano avvenuti a scapito della classe lavoratrice.

Almeno dagli anni ’50, artisti arabi hanno raffigurato lavoratori in dipinti, sculture, manifesti e, più recentemente, in nuovi media e installazioni. Nella maggior parte dei casi, gli artisti hanno  riprodotto donne e uomini fianco a fianco, mentre svolgono  gli stessi compiti e protestano per gli stessi obiettivi e le stesse cause. I lavoratori dei diversi settori non sono stati dipinti solo come figure centrali, ma anche rappresentati con dignità. Negli ultimi tre quarti di secolo i lavoratori hanno spinto verso il cambiamento sociale, economico e politico in tutto il mondo arabo, tuttavia negli ultimi anni, il più delle volte si ritrovano ad essere l’ultima ruota del carro.

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” –Invictapalestina.org

 

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