“La Tetla’i” (Non andartene): far rivivere le canzoni popolari delle donne palestinesi

Evocate da un secolo di lotte, la rivolta di maggio ha rinnovato l’interesse per le canzoni palestinesi che risalgono all’epoca imperiale ottomana e britannica.

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Di Christina Hazboun – 21 dicembre 2021

Immagine di copertina: Ciò che spesso viene dimenticato è che il folklore palestinese era in gran parte preservato da cantanti e narratrici di storie, i cui nomi potrebbero ora essere destinati all’oblio (El-Funoun Palestine Popular Dance Troupe)

Per i palestinesi, il periodo della prima Intifada alla fine degli anni ’80 vide un risveglio e una ricerca dei canti folcloristici. C’era una spinta a raccogliere l’eredità popolare dispersa che era stata in gran parte dimenticata, saccheggiata, distrutta o smarrita nel corso degli anni.

La somiglianza dello spirito comunitario, dell’unità e della resistenza che ha travolto il popolo palestinese durante la rivolta di maggio di quest’anno, ha eguagliato quello dello spirito della prima Intifada, con i filmati e le canzoni di quel periodo che hanno iniziato ad apparire sui social media.

Una delle canzoni che è riemersa alla coscienza pubblica dopo la storica fuga di sei prigionieri palestinesi dalla prigione di Gilboa a settembre, è stata “Tarweedeh Shmaali”, tradotta dall’arabo come “Canzone del Nord” o “Inno dell’amato ”.

Personalità dei social media come Subhi Taha di Sbieh.jp hanno ricordato la canzone del patrimonio popolare palestinese.

Originariamente una canzone d’amore, “Tarweedeh Shmaali” parla del desiderio di una persona cara che è lontana:

Il nord è il vento di casa, il nord

A nord, le loro porte si aprono

Stanotte manderò un messaggio con il vento del nord

Cercherà i nostri cari e li raggiungerà, yaba [oh padre]

Il nostro esilio è durato troppo a lungo e ci mancano

Oh uccellino, vai dai tuoi cari e diglielo

Diglielo e cerca quelli a loro legati

E saluta il mio amato quando li visiti

Mentre i ricercatori differiscono nell’attribuire le origini della canzone all’epoca imperiale ottomana o britannica, i palestinesi spesso attribuiscono un elemento di resistenza alla canzone, poiché porta al suo interno le storie e le esperienze delle donne che comunicano con i loro uomini oppressi

Preservare la cultura attraverso la musica

Nel suo libro del 1966, “Literature of Resistance in Occupied Palestine 1948-1966”, il defunto autore palestinese Ghassan Kanafani spiega come la cultura popolare palestinese abbia preservato la cultura locale indigena attraverso forme orali. Questo riguardava specificamente la poesia, la letteratura e la narrazione.

Ma c’erano anche i canti popolari. Quei canti erano riprodotti in occasioni sociali come matrimoni, circoncisioni, costruzione di case, stagioni del raccolto o occasioni politiche importanti. Sia prima che dopo la Nakba del 1948, la musica era quell’attività sociale per antonomasia che univa le persone, ma rifletteva anche i sistemi di potere.

Ciò che viene spesso dimenticato è l’esplicita definizione del folklore palestinese come ampiamente preservato da cantanti e narratrici, che sono state spesso sradicate dai loro villaggi e i cui nomi potrebbero ora essere destinati all’oblio.

Il musicista, compositore e arrangiatore giordano Tareq Al-Nasser supervisiona la registrazione di “Tarweede Shamaali” presso gli Al-Nasser Studio in Giordania Musiciste (da sinistra a destra): Sahar Khalifeh, Ne’mat Battah, Mira Abu Helal e Najah Makhlouf (gruppo di danza popolare palestinese di El-Funoun)

Il “Tarweedeh Shmaali”, come ricorda Anas Abu Oun, ricercatore, scrittore e membro dell’El-Funoun Popular Dance Troupe, è venuto alla luce da 40 ore di registrazioni che lui, insieme al compositore e musicista giordano Tariq An-Nasser e ad altri ricercatori e musicisti, stavano ascoltando alle prime ore di una mattina autunnale del 2013.

Il gruppo si era riunito per ascoltare le registrazioni conservate presso l’archivio sonoro di El-Funoun a Ramallah, al fine di selezionare le canzoni per le composizioni che avrebbero fatto parte del loro futuro album, “Zajel”.

La voce distinta di una donna anziana, registrata nella prima metà degli anni ’90, risuonava con perfetta chiarezza, cantando la storia di amore e desiderio diretta a una persona cara nel nord della patria.

La cantante, Um Munther, era una donna palestinese del villaggio di Kobar, in Cisgiordania, la cui voce nel 2014 sarebbe stata immortalata nell’album “Zajel” di El-Funoun.

Le origini e l’evoluzione del tarweedeh

È difficile determinare il periodo da cui ha avuto origine questo canto, anche se molto probabilmente è intorno alla fine dell’era imperiale ottomana e all’inizio del cosiddetto Mandato britannico sulla Palestina.

Copertina dell’album Ishraq/ Reminiscence di Sanaa Moussa del 2016 in cui mette in evidenza le canzoni delle donne (Sanaa Moussa)

Lo storico ed educatore palestinese Dr. Abdul Latif Al-Barghouthi descrive il “tarweedeh” nel suo libro del 1979, “Arab Folk Songs in Palestine and Jordan”, come “canzoni tristi piene di lacrime e lutto”.

Spesso erroneamente definito un genere, la cantante Moussa spiega che la parola “tarweedeh” significa semplicemente “canzone” nel linguaggio colloquiale.

“La prima volta che ho sentito la parola è stato nel 2004 durante il mio lavoro sul campo con le donne in Galilea, le quali si riferivano alle canzoni semplicemente come tarweedeh”, racconta la cantante palestinese Sanaa Moussa a Middle East Eye.

Moussa aveva deciso di ricercare un patrimonio di canzoni di cui raramente si parla, mentre allo stesso tempo lavorava alla musica per il suo album del 2016, “Ishraq Reminiscence”, in cui ha incorporato le canzoni e i suoni di una generazione di donne che hanno assistito alla Nakba.

Ispirata da una canzone che sua nonna le cantava da bambina, ha voluto scoprire se altre donne conoscessero quelle canzoni o se fossero un singolo evento nella memoria di sua nonna.

Questo ricco repertorio veniva cantato principalmente in ambienti per sole donne durante i matrimoni, le stagioni del raccolto, mentre si andava alla sorgente o al ruscello per l’acqua, o quando si lavavano i panni. Ma era anche usato per celebrare gioia, nascite, rivoluzioni e partenze.

In quelle canzoni la partenza degli uomini era principalmente legata alla coscrizione obbligatoria dei palestinesi nell’esercito ottomano. Coloro che partirono furono raramente rivisti, dando origine alla composizione di dolorose canzoni piene di lamenti.

Durante i 400 anni di dominio ottomano, alcuni generi di canzoni si evolvettero, come quelle sui farariyye (disertori) che fuggivano dalla coscrizione obbligatoria negli eserciti ottomani.

Rim Banna è stata una delle figure musicali pionieristiche della scena musicale palestinese, poiché ha contribuito a reintrodurre le canzoni popolari con arrangiamenti contemporanei (Eirik Stordrange)

La più popolare di queste canzoni è la canzone folk “Masha’al”, come descritta nell’album di Rim Banna, “The Mirrors of My Soul”. L’iconica cantante palestinese spiega nell’album che Masha’al era un bel giovane palestinese sfuggito alla mobilitazione ottomana  durante la guerra di Safar Barlik nel 1913-1918 e che era molto ammirato dal popolo palestinese.

Quando i soldati ottomani lo catturarono e lo giustiziarono, le donne cantarono questa canzone per mantenere viva la sua memoria e la sua storia.

La canzone è stata ripetutamente riarrangiata e cantata da molti famosi cantanti di lingua araba, tra cui la cantante libanese Fairouz. Tuttavia, il nome delle donne che originariamente componevano i testi e i ritmi delle canzoni rimane sconosciuto.

Cantare in codice

I testi di “Tarweedeh Shmaali” sono confusi in modo tale da sembrare codificati. Questa tecnica attribuisce loro un elemento di resistenza, ma li colloca anche in una categoria di canti popolari criptati (spesso indicati dai ricercatori come “mshafarrat”, che significa “codificato” in arabo) che si ritiene siano stati cantati dalle donne ai loro cari imprigionati.

“Una canzone va oltre e più in profondità di una lettera, ed è per questo che le donne caricano le canzoni con parole significative, ma a volte usano anche un codice”, dice Moussa.

‘Non è facile per noi parlare apertamente del nostro dolore e della nostra sofferenza. Molte donne con cui ho lavorato non hanno cantato se non dopo diversi incontri con loro’ – Sanaa Moussa, cantante palestinese

Questa tecnica sarebbe stata utilizzata per eludere le guardie carcerarie, ma è stata anche comunemente utilizzata per confondere i non madrelingua arabi, vale a dire gli invasori stranieri nel corso degli anni.

Con molteplici invasioni straniere, che vanno dagli ottomani agli inglesi, seguite dal catastrofico sradicamento del popolo palestinese con la creazione di Israele, i palestinesi hanno dovuto sviluppare un modo di esprimersi che non fosse comprensibile per l’occupante.

Eppure non rimane molto del repertorio codificato di canzoni, come spiega Moussa; “La nostra società è di natura riservata. Aggiungete a ciò il fatto che molti palestinesi hanno subito atrocità orribili durante la Nakba e oltre.

“Non è facile per noi parlare apertamente del nostro dolore e della nostra sofferenza. Molte donne con cui ho lavorato mentre preparavo il mio album “Ishraq” non accettarono di cantare se non dopo esserci incontrate molte volte”, aggiunge la cantante.

Una forma di canto in codice è il “mlolah”, nome che si riferisce all’aggiunta di un conteggio ripetuto della sillaba “l” accompagnato da una vocale e che termina con il suono onomatopeico “rweileloh”.

La cantante e compositrice londinese Reem Kelani descrive la “mlolah” nel libretto del 2016 che accompagna il suo album, “Why Do I Love Her”, come una parola onomatopeica della sillaba “L”, seguita da una vocale che viene ripetuta per mascherare l’originale parola.

“Attraverso i testi apparentemente confusi, le donne trasmettevano messaggi sovversivi, forse informando i loro cari che sarebbero presto stati liberati dai combattenti per la libertà”, si legge nel libretto di Kelani.

“Tarweedeh Shmaali” usa “mlolah”, così come la canzone popolare palestinese “Ya Taali’een ‘ala el-Jabal” (Oh tu, scalando la montagna) che Banna  ripresentò al pubblico nel suo album del 1993 “The Dream”.

Le donne palestinesi lo cantavano ai loro uomini imprigionati per trasmettere messaggi rivoluzionari di prossima libertà e liberazione.

Banna cantò la canzone negli anni ’90 e la dedicò insieme al suo album ai prigionieri politici palestinesi che languivano nelle carceri israeliane.

La cantante, musicista e compositrice palestinese Terez Sliman fornì un’interpretazione di “Ya Taali’een” (come aveva fatto anche Kelani in precedenza) nel suo album “Mina” del 2016, mescolandola con le tradizioni popolari portoghesi. Nelle note di copertina del suo album aggiunge che queste canzoni cifrate venivano talvolta utilizzate per proteggere la proprietà e allertare i vicini di possibili minacce di furto.

Canti di nozze

Un’altra canzone palestinese che utilizza scioglilingua e giochi di parole è “Daba Ya Galbi Daba” (Melt away my heart) che è stata recentemente pubblicata nell’album omonimo dalla Nawa for Culture and Arts Association nella Striscia di Gaza.

L’album raccoglie una vasta gamma di canzoni di donne palestinesi a Gaza e documenta l’eredità immateriale che i palestinesi custodiscono con cura.

La canzone, o “tarweedeh”, veniva spesso cantata anche durante le notti dedicate alla cerimonia dell’henné e ai matrimoni, nell’accogliere le masse dei parenti in festa.

I canti di nozze sono alcune delle canzoni più documentate, come spiega la narratrice palestinese-giordana Sally Shalabi, inclusa una serie di canzoni chiamate “mhahah” che terminano con zaghareed – una forma di ululato celebrativo.

Il “mhahah” è la recita ad alta voce degli auguri di congratulazioni per gli sposi novelli, usata per descrivere i loro attributi positivi come la bellezza, la ricchezza e l’arguzia. È spesso una dimostrazione dell’abilità delle donne nell’improvvisazione poetica.

Molte di quelle forme sono state conservate e l’originale zaghrouta (singolare di ululato) rimane un suono significativo che segna le gioie dei matrimoni o il lutto dei propri cari uccisi dall’occupazione.

Shalabi spiega che l’uso della zaghrouta nella regione di lingua araba risale al Jahiliyya (periodo pre-islamico) ed era usato come grido di battaglia sia da uomini che da donne. Da allora il suo uso si è evoluto fino ad essere attribuito alle sole donne.

La zaghrouta, dice Shalabi, serviva da segnale di notizie, sia di vittoria che di resistenza o gioia. Come il tarweedeh, veniva spesso eseguito a cappella, o accompagnato da tamburi ritmici.

“Non andartene”

Un altro tarweedeh legato al matrimonio è “La Tetla’i” (Non partire), noto anche come “Doleh Safar Doleh” (da paese a paese), che è stato riarrangiato e cantato da Moussa nel 2010.

La  struggente “La Tetla’i” viene cantata per dire addio alla sposa novella mentre lascia la casa dei suoi genitori per trasferirsi dal marito.

In alcuni casi, Moussa descrive le voci delle donne che si fondono con il tintinnio di braccialetti d’oro e con i ripetuti battiti di mano nella melodia popolare originale, come si può anche ascoltare nella sua interpretazione della canzone.

Ma il numero di donne che conservano nella memoria i testi di queste canzoni diminuisce ogni giorno. Questo è stato il caso del tarweedeh incompiuto di “Badawiyye” (La donna beduina) che Lotfiyye Samaan ha cantato a Moussa a Beirut nel 2017.

Samaan, che fu espulsa con la forza dal suo villaggio di Sahmata in Galilea nel 1948, aveva circa settant’anni quando incontrò Moussa e ricordava solo alcune righe della canzone sulla partenza di una sposa:

Una donna beduina emerse, dal prato… da sola

La luna piena era suo fratello, e la mezzaluna… suo cugino

Le donne palestinesi sono state, per secoli, le custodi della conoscenza e le forze di propulsione della lotta attraverso il canto. E la recente generazione di artiste – come Banna, Kelani, Sliman e Moussa – ha lavorato duramente per preservare questa ricchezza, salvaguardando un’eredità per le generazioni a venire.

Queste canzoni formano una registrazione senza tempo di tali incontri che forniscono uno specchio della società palestinese; la loro scomparsa potrebbe significare la perdita di un enorme archivio di conoscenze e la dissoluzione di un’estetica acustica.

 

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” – Invctapalestina.org