Guarire con l’umorismo: i comici palestinesi toccano le corde delle città occupate

Il palestinese americano Amer Zahr è in missione per curare attraverso l’umorismo.

Fonte: english version

Di Henriette Chacar – 31 agosto 2022

Gerusalemme – Il palestinese americano Amer Zahr è in missione per guarire attraverso l’umorismo.

Nel 2015 iniziò a portare colleghi comici arabo-americani dagli Stati Uniti per esibirsi nelle città palestinesi occupate, tra cui Nablus, Betlemme e Ramallah.

Sette anni dopo, l’ormai annuale Palestine Comedy Festival di Zahr va ancora alla grande.

“La risata è una terapia”, ha detto a Reuters dopo lo spettacolo del festival della scorsa settimana a Gerusalemme. “Dobbiamo mostrare al mondo che i palestinesi amano ridere, amiamo la vita, amiamo l’arte”.

Zahr e il gruppo di altri sette comici si sono esibiti nella scuola cittadina di Dar al-Tifel al-Arabi, fondata da un educatore palestinese nel 1948. L’organizzatore dell’evento, Hani Kashou, ha affermato che i 350 biglietti sono stati tutti venduti.

Le battute degli artisti spaziano da battute comiche sull’essere interrogati dalle guardie di frontiera israeliane a giochi di parole derivanti da errori di pronuncia dell’arabo da parte di persone cresciute a cavallo della loro identità gemella palestinese- americana.

Bilal Sharmoug, che ha chiuso lo spettacolo, ha scherzato dicendo che il motivo per cui era robusto era perché, crescendo, ha confuso la parola “buon appetito” in arabo – sahtein – con sahnein, che significa “due piatti”.

Anche prendere in giro gli stereotipi delle tradizioni arabe ha toccato le corde degli spettatori

Il comico palestinese americano, Joe Abusakher, si esibisce durante il Palestine Comedy Festival a Gerusalemme, il 25 agosto 2022. REUTERS/Sinan Abu Mayzer/file Photo

Quando la comica Reema Jallaq ha parlato di essere una “sopravvissuta allo shibsheb” – riferendosi all’immagine cliché di madri arabe che lanciano pantofole ai loro figli per disciplinarli- Mei al-Bakri, 14 anni, ha detto di avere riso particolarmente.

“E’ stata la mia battuta preferita”, dice mentre è accanto a sua madre.

“E’ stato un grande spettacolo”, ha detto Nihaya Ghoul Awdallah, 70 anni, di Gerusalemme. “Li ringraziamo così tanto per aver portato un bel sorriso sui nostri volti e per averci permesso liberarci dalle nostre preoccupazioni, dalla nostra tristezza e dalle difficili circostanze in cui ci troviamo”.

La composizione del gruppo  nella prima edizione  del festival aveva incluso l’attore egiziano americano nominato agli Emmy, Ramy Youssef e il comico palestinese americano Mo Amer, la cui serie semi-autobiografica è iniziata  su Netflix la scorsa settimana.

Quest’anno, tutti e sette i comici erano palestinesi.

“Portiamo qui palestinesi e arabi americani per dimostrare che la nostra gente in America non ha dimenticato da dove veniamo”, ha detto Zahr, che divide il suo tempo tra Nazareth e Dearborn, nel Michigan.

Zahr si è esibito in tutti e cinque gli spettacoli di quest’anno indossando una maglietta nera con la scritta “stampa” in omaggio alla giornalista palestinese americana Shireen Abu Akleh, uccisa a maggio durante un raid israeliano nella Cisgiordania occupata.

“Se fosse qui, riderebbe anche lei”, ha detto. “La commedia nasce dalla tragedia. Il dolore e la sofferenza sono esattamente il motivo per cui facciamo questo festival”.

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictapalestina.org