Nell’impossibilità di pubblicare dettagli sugli impatti o le intercettazioni dei missili iraniani, i giornalisti locali e internazionali faticano a raccontare la storia completa.
Fonte: English version
Di Oren Ziv – 13 marzo 2026
Dall’inizio della guerra con l’Iran, l’esercito israeliano ha imposto rigide norme di censura ai media locali e internazionali che operano all’interno del Paese, ostacolando gravemente la capacità dei giornalisti di coprire la situazione sul campo.
Ai giornalisti e alle emittenti televisive è vietato pubblicare l’ubicazione precisa degli impatti dei missili iraniani, o persino filmare o fotografare l’entità dei danni in modo da rivelarne la posizione: restrizioni concepite, secondo le parole del capo della censura militare, il Colonnello Netanel Kula, “per impedire l’informazione al nemico in tempo di guerra”.
Al di fuori del periodo bellico, la legge israeliana conferisce già alla censura militare l’autorità di impedire la pubblicazione di determinate informazioni, anche retroattivamente. Ciò può includere aspetti relativi agli accordi per la fornitura di armi o alle attività di raccolta informazioni e spionaggio di Israele, tra gli altri argomenti legati alla sicurezza.
Ma proprio come durante la “Guerra dei Dodici Giorni” dello scorso giugno, la censura ha inasprito le restrizioni nel contesto dell’attuale guerra tra Stati Uniti e Iran. La polizia ha già fermato diversi giornalisti ritenuti colpevoli di aver violato queste norme di censura.
In un documento non classificato pubblicato il 5 marzo, il Colonnello Kula ha ordinato ai giornalisti di sottoporre al controllo della censura, prima della pubblicazione, qualsiasi materiale relativo ai seguenti argomenti: questioni operative, spionaggio, preparazione difensiva, siti di impatto in Israele, gestione degli armamenti (incluse le scorte di munizioni e intercettori, la prontezza operativa di aerei e sistemi di difesa aerea, e l’impiego di armamenti unici e classificati) e vulnerabilità operative in ambito difensivo e offensivo.
“Bisogna inoltre tenere in considerazione la pubblicazione di materiale visivo, come fotografie e video, che deve essere sottoposto a previa approvazione”, ha aggiunto Kula.

Queste restrizioni hanno creato situazioni assurde per i giornalisti. In un caso noto, un missile iraniano ha colpito il bersaglio, mentre frammenti hanno raggiunto un istituto scolastico nelle vicinanze. Eppure, ai media è stato permesso di riferire solo sul secondo aspetto, senza nemmeno poter menzionare il primo o ispezionare i danni.
In un altro caso, dei giornalisti stavano documentando i danni a un edificio residenziale quando un uomo, probabilmente un agente di sicurezza, ha detto alla polizia di intimare ai giornalisti presenti di non filmare il vero obiettivo dell’attacco, che si trovava alle loro spalle. L’agente ha risposto che i giornalisti non se ne sarebbero accorti se non fossero stati avvertiti, dato che la maggior parte dei danni riguardava l’edificio civile.
Diversi membri del personale di alto livello di organizzazioni mediatiche internazionali operanti in Israele hanno dichiarato che le restrizioni della censura hanno reso difficile mantenere le normali attività di informazione.
Un esempio riguarda le dirette di immagini panoramiche di città come Tel Aviv e Gerusalemme, fornite dalle agenzie di stampa internazionali alle emittenti di tutto il mondo. Durante gli attacchi missilistici iraniani, alle agenzie è vietato mostrare la provenienza dei missili intercettori israeliani, il che significa che devono interrompere la trasmissione o inclinare la telecamera verso il basso, in modo che l’orizzonte non sia visibile.
Un alto funzionario di un’agenzia di stampa ha affermato che, dopo aver interrotto la diretta, a volte inviano alla censura filmati di missili in arrivo e intercettazioni per l’approvazione. La censura ha vietato la pubblicazione di diverse di questi video, tra cui un’intercettazione fallita e un frammento di missile che continua la sua traiettoria.
La censura ha anche respinto fotografie che mostravano lanci di intercettori, comprese immagini notturne a lunga esposizione che non rivelano la posizione precisa.

“È difficile capire cosa stia realmente accadendo”, ha spiegato un dirigente di un’emittente straniera che lavora in Israele. “In molti casi, riceviamo rapporti ufficiali che affermano l’assenza di attacchi o danni, salvo poi scoprire in seguito che un obiettivo è stato colpito. Non possiamo riportare o confermare, quindi non sappiamo se sia successo o meno”.
“Abbiamo una comprensione parziale della realtà sul campo”, ha ammesso il dirigente. “La nostra copertura della guerra non è veritiera”.
“Personale di sicurezza mascherato ha detto cosa filmare “
Le critiche alle norme più severe in materia di censura non si limitano ai media internazionali. La sera dell’11 marzo, Hezbollah ha lanciato il suo attacco missilistico più intenso dall’inizio della guerra con l’Iran; i media israeliani ne erano a conoscenza in anticipo, ma è stato loro impedito di pubblicare la notizia.
“La censura ha respinto le informazioni che avevo quella sera sulla possibilità che Hezbollah potesse intensificare il fuoco contro Israele”, ha scritto quella sera Nitzan Shapira del Canale 12. “Più tardi, la stessa informazione è stata pubblicata dalla CNN, e solo allora siamo stati in grado di riportarla”.
“Questo è esattamente il problema di tale condotta”, ha continuato. “Invece di fornire ai cittadini dello Stato di Israele informazioni in tempo reale che potrebbero aiutarli a prepararsi in modo adeguato, le informazioni sono state censurate e il pubblico israeliano si ritrova ancora una volta a essere aggiornato dai media americani. Una situazione assurda”.

La mattina seguente, il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) si è scusato, affermando che era stato “uno sbaglio non informare il pubblico”.
Come nella precedente guerra con l’Iran, anche i giornalisti sono stati fermati durante lo svolgimento del loro lavoro. Due giornalisti di CNN Türk sono stati brevemente fermati mentre trasmettevano in diretta vicino alla Kirya, il quartier generale militare israeliano a Tel Aviv.
In un sito colpito da un missile a Ramat Gan, a Est di Tel Aviv, ho visto membri della squadra di sicurezza civile locale, uno dei centinaia di gruppi di volontari armati che il governo israeliano ha istituito dopo gli attacchi del 7 ottobre per rafforzare il controllo della sicurezza, controllare i documenti dei giornalisti, anche se la polizia li aveva già verificati. “Assicuriamoci che non ci siano spie qui”, ha gridato il comandante della squadra ai suoi colleghi.
Il comandante ha tuttavia ammesso di non avere alcun controllo sui cittadini comuni che filmano con i loro telefoni e diffondono i filmati sui social media.
In un altro luogo colpito, nel centro di Israele, la scorsa settimana un uomo che si spacciava per un volontario della polizia ha chiesto di vedere i tesserini stampa dei giornalisti. Dopo aver identificato un residente palestinese di Gerusalemme Est che lavora per un’emittente straniera, lo ha accusato, senza prove, di trasmettere le posizioni degli attacchi missilistici.
Durante la guerra della scorsa estate, l’attivista di destra noto come “L’Ombra” e i membri della sua squadra di sicurezza civile hanno illegalmente detenuto giornalisti stranieri e palestinesi in un luogo colpito a Tel Aviv. Le autorità hanno poi intimato loro di non interferire con i giornalisti.
“Dopo due anni e mezzo di guerra, inclusa quella con l’Iran la scorsa estate, si ha già esperienza di ciò che si può e non si può documentare, e di ciò che la censura rifiuterà”, ha spiegato un altro giornalista di una testata internazionale.

Immagine dei danni causati a una stazione satellitare nella valle di Elah da un missile lanciato da Hezbollah dal Libano il giorno precedente, 10 marzo 2026. (Jonathan Shaul/Flash90)
“L’estate scorsa ho pubblicato un resoconto da un luogo colpito, ma la censura ha chiamato e ci ha ordinato di rimuoverlo”, ha continuato il giornalista. “Quindi ora, quando arrivo sul luogo di un impatto missilistico, quasi automaticamente documento e riporto solo ciò che so essere consentito”.
Una mattina, durante questa guerra, ha aggiunto il giornalista, “sono arrivato in uno dei luoghi colpiti durante la notte nell’Israele centrale, e agenti della sicurezza mascherati sono venuti a dirmi cosa non filmare”.
A causa delle restrizioni, i giornalisti sono costretti a trovare modi creativi per diffondere le informazioni al pubblico. La sera del 10 marzo, Hezbollah ha lanciato due razzi contro Israele; sebbene ai media fosse vietato pubblicare i luoghi degli impatti, alcuni, tra cui Ynet, hanno citato una dichiarazione di Hezbollah in cui si affermava che l’obiettivo era una stazione satellitare vicino a Beit Shemesh, e hanno incluso un video condiviso da Hezbollah, tratto dai social media.
Alcuni giornalisti hanno tuttavia notato che la censura sembra meno rigida questa volta rispetto alla Guerra dei Dodici Giorni della scorsa estate e che l’atmosfera per le strade è in qualche modo diversa, forse perché gli attacchi iraniani hanno provocato un minor numero di vittime israeliane.
“L’anno scorso, a un certo punto, l’umore pubblico sembrava un po’ più ostile, con attivisti di destra che sostenevano che Al Jazeera e altre emittenti stessero trasmettendo immagini da luoghi in cui non avrebbero dovuto”, ha dichiarato un giornalista di un’emittente internazionale. “Ricordo che la polizia controllava i tesserini dei giornalisti dopo che avevamo filmato le conseguenze di un attacco, perché erano stati provocati da un attivista di destra. Ma questa volta non ho visto niente del genere”.
Oren Ziv è un fotocorrispondente, collaboratore di Local Call e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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