17 aprile – Giornata dei Prigionieri Palestinesi. I detenuti combattono la prigione e COVID-19.

Ad aprile 2020, il numero di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane è di circa 5000. Questo numero comprende 432 detenuti amministrativi, 41 donne, 7 membri di PLC e 183 bambini  di cui 20 di età inferiore ai 16 anni .

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Addameer Prisoner Support and Human Rights Association – 16 aprile 2020

Mentre celebriamo la Giornata dei Prigionieri Palestinesi, quest’anno i prigionieri e i detenuti palestinesi affrontano l’ulteriore minaccia di un focolaio di coronavirus (COVID-19) nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani. Le autorità israeliane occupanti non hanno preso provvedimenti per liberare prigionieri e detenuti palestinesi o per mitigare e prevenire adeguatamente il focolaio di COVID-19 nelle carceri. Al contrario, durante la pandemia sono continuate le detenzioni e gli arresti arbitrari di massa, elementi base della prolungata occupazione militare di Israele e le violazioni diffuse e sistematiche dei diritti umani contro il popolo palestinese. Secondo le statistiche di Addameer, ad aprile 2020 il numero di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane è di circa 5000. Questo numero comprende 432 detenuti amministrativi, 41 donne, 7 membri di PLC e 183 bambini  di cui 20 di età inferiore ai 16 anni .

Mentre in tutto il mondo le persone private della libertà hanno maggiori probabilità di essere vulnerabili a un focolaio di COVID-19 rispetto al resto della popolazione, COVID-19 presenta un pericolo particolarmente acuto e immediato per i prigionieri e i detenuti palestinesi, che già sopportano condizioni di detenzione terribili, tra cui torture sistematiche e maltrattamenti, negligenza medica pervasiva, sovraffollamento, mancanza di adeguata ventilazione e accesso a prodotti sanitari, inclusi disinfettanti , cattiva alimentazione e, in alcuni casi, divieti  di visite. Queste condizioni rendono le prigioni israeliane un terreno fertile per COVID-19 e aggravano la vulnerabilità dei prigionieri e dei detenuti palestinesi, con centinaia di persone attualmente detenute che soffrono di malattie croniche che non vengono curate. Nonostante la pandemia, le forze di occupazione israeliane continuano a arrestare sistematicamente i palestinesi nelle loro case nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est, e li mettono immediatamente in quarantena. Dall’inizio dello stato di emergenza a causa del COVID-19 a marzo, le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 357 palestinesi di cui 48 bambini e 4 donne.

Prigionieri e detenuti palestinesi isolati dal resto del mondo

All’inizio di marzo, le forze di occupazione israeliane hanno applicato una serie di misure di emergenza in risposta a COVID-19. Ad esempio, il 22 marzo 2020 il comandante militare ha emesso un ordine che ha bloccato tutte le visite di familiari e avvocati ai prigionieri palestinesi, giustificando questa misura come precauzione contro la diffusione del  COVID-19. Inoltre, i detenuti non vengono portati in tribunale per le udienze, il che significa che i loro rappresentanti legali sono esclusi dalla comunicazione diretta e possono solo comunicare con loro tramite telefono. Attualmente ci sono un certo numero di detenuti palestinesi sotto interrogatorio ai quali sono vietate  le visite di avvocati e familiari e ai quali è consentito telefonare o videochiamare solo durante le udienze.  Vi è inoltre il reiterato rifiuto dell’IPS di installare telefoni fissi all’interno delle carceri, impedendo così ai prigionieri di contattare le loro famiglie. In questa situazione, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) è l’unica entità autorizzata alla comunicazione diretta e alle visite ai prigionieri palestinesi.

Inoltre, il 24 marzo il comandante ha emesso un ordine riguardo “l’arresto di sospetti, nonostante  non si possano svolgere gli interrogatori a causa di COVID-19”. Secondo questo ordine, il giudice del tribunale militare è autorizzato ad estendere la detenzione di qualsiasi detenuto; questo implica un pericolo per la salute del detenuto stesso o di qualsiasi altra persona detenuta nella stessa struttura.

Ancora: il 5 aprile il comandante militare ha emesso un ordine riguardante “lo svolgimento delle  udienze utilizzando mezzi tecnologici”. Secondo questo ordine, le udienze dovrebbero essere condotte in streaming sia audio che visivo, e se lo streaming visivo non fosse possibile, rendere possibile almeno  quello audio. Solo in casi specifici il detenuto dovrebbe essere portato fisicamente in tribunale, vale a dire solo quando  lo streaming  sia dannoso al detenuto e al suo caso, tuttavia un detenuto in “quarantena” non è autorizzato a partecipare fisicamente alla sua  udienza in  nessuna circostanza. Quando l’udienza è condotta con mezzi audio o visivi, all’avvocato e al suo assistito  è consentito comunicare sia durante la sessione o immediatamente prima o dopo di essa. Questo ordine  non vale per le  udienze che prevedono la proroga dei periodi di detenzione, infatti in quelle  udienze è consentita la presenza  dell’avvocato e / o del detenuto.

Tutto ciò estende ulteriormente le violazioni di Israele nei confronti del  diritto dei palestinesi alla libertà e alla sicurezza personale, oltre che al diritto di avere un processo equo e rapido. Generalmente, le visite degli avvocati e della famiglia si svolgono al telefono dietro una barriera di vetro, il che significa che quelle visite in particolare non presentano alcun pericolo per i detenuti a causa della mancanza di un contatto fisico diretto.

I prigionieri palestinesi sono in mezzo a una pandemia a rapida diffusione

Nonostante l’impossibilità di avere accesso alle notizie riguardanti le condizioni di detenzione nelle prigioni israeliane, ciò che le organizzazioni  riescono a sapere  dimostra la mancanza di cure per i prigionieri palestinesi.  Nelle prigioni ancora non vi sono  i requisiti minimi di igiene necessari in un contesto così delicato.

I prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane affrontano condizioni di detenzione difficili, tra cui il sovraffollamento, le condizioni antigieniche, la mancanza di un’adeguata ventilazione e una cattiva alimentazione. Ciò rende le prigioni israeliane pericolose aree di riproduzione per COVID-19 e aggrava la vulnerabilità dei prigionieri palestinesi. In particolare, i detenuti hanno riferito che l’IPS ha imposto nuove restrizioni agli acquisti dalla mensa della prigione e che non   fornisce loro prodotti igienici e sanitari adeguati,  esponendoli ulteriormente al rischio di una diffusione incontrollata. Gli ufficiali IPS non stanno prendendo le dovute precauzioni,  e nell’espletare incombenze come il conteggio dei detenuti o altri compiti a contatto con gli stessi , non indossano tute, guanti protettivi o mascherine mediche. Solo di recente, gli agenti hanno iniziato a indossare guanti e mascherine, ma ancora in modo irregolare. L’amministrazione penitenziaria ha sì dato ai prigionieri una serie di mascherine, ma non in numero sufficiente per tutte la sezioni Tutti i trasferimenti sono stati sospesi fino a nuovo avviso.

Lo stato occupante israeliano è obbligato, secondo una serie di trattati e convenzioni internazionali in materia di diritti umani e umanitari, a garantire la protezione dei prigionieri palestinesi. Tuttavia, lo stato occupante continua a violare le leggi internazionali e persino le sue stesse leggi. Ad esempio, l’IPS non sta ancora applicando le decisioni della High Court israeliana per quanto riguarda la dimensione degli spazi personali  dei prigionieri, che è di tre metri quadrati per ciascun detenuto, compreso lo spazio nei bagni,  mentre le norme IPS stabiliscono che lo spazio personale dovrebbe essere di sei metri quadrati per ciascun prigioniero.

L’Alta Corte israeliana prese tale decisione nel 2017, dopo che una serie di organizzazioni israeliane presentò una petizione in merito allo spazio che ogni prigioniero avrebbe dovuto avere a sua disposizione all’interno delle carceri. Spetta allo Stato occupante applicare le sentenze in materia di spazio personale nelle carceri, e questo dovrebbe essere fatto in due fasi, la  prima applicata in un periodo di nove mesi e la secondo in un periodo di 18 mesi. La Procura generale israeliana ha tuttavia fatto appello chiedendo un periodo di applicazione più lungo, ovvero fino al 2027. L’Alta Corte israeliana ha risposto rinviando al 2020 il periodo entro il quale estendere lo spazio per ciascuno prigioniero a quattro metri e mezzo. La stessa sentenza comprendeva anche le strutture e i centri di interrogatorio gestiti dall’Agenzia israeliana di intelligence, ma a queste è stato concesso un periodo di tempo più lungo, ovvero fino al 2021.

Finora tuttavia le autorità israeliane di occupazione non hanno applicato le decisioni della Corte in alcun modo,  così che i prigionieri palestinesi hanno  ulteriore possibilità  di contrarre COVID-19.

Arresti in corso nonostante COVID-19

Le forze di occupazione israeliane continuano quotidianamente ad arrestare i palestinesi nelle loro case in Cisgiordania, e una volta arrestati vengono immediatamente messi in quarantena in celle di isolamento. Ad esempio, il 19 marzo 2020, le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nel campo profughi di Dheisheh e hanno arrestato tre giovani. Le forze di occupazione hanno usato una forza eccessiva durante il raid causando gravi danni alle case dei tre arrestati. I danni hanno  riguardato le porte, i muri e le suppellettili delle tre abitazioni, oltre al  terrore subito dagli abitanti. Uno di questi tre detenuti è Mustafa al-Hassant, che era stato rilasciato il 20 febbraio 2020 dopo essere stato tenuto per circa 20 mesi in detenzione amministrativa senza alcuna accusa o prova. Mustafa nell’estate del 2019 si era anche messo in sciopero della fame per protestare contro la sua detenzione amministrativa. Ora, dopo essere stato tenuto in una cella di isolamento per 14 giorni come quarantena, le autorità di occupazione gli hanno notificato un ordine di detenzione amministrativa di sei mesi.

Altri casi seguiti da Addameer includono il caso del prigioniero Ahmad Nassar, studente universitario. Nassar  è stato arrestato a casa sua il 4 marzo 2020 e trasferito al centro di interrogatorio di Petah Tikva, dove ha trascorso 16 giorni sotto interrogatorio. Durante i suoi ultimi giorni di interrogatorio, dalla cella ha sentito dire dalle guardie che gli interrogatori sarebbero stati sospesi in quanto vi era una persona affetta da COVID-19. Gli fu quindi fornita una mascherina medica, mentre le guardie indossavano delle tute. Il giorno dopo, è stato trasferito in una  cella di isolamento nella  Prison Clinic di al-Ramleh dove è stato informato di essere in quarantena e che ci sarebbe rimasto 14 giorni prima di essere trasferito nella prigione di Megiddo. Nassar ha riferito che le condizioni di detenzione erano inadeguate, in particolare per quanto riguarda la qualità e la quantità dei pasti forniti. Ha anche riferito che la sua temperatura veniva misurata due volte al giorno. Nassar ha poi trascorso solo sei giorni nella clinica carceraria di al-Ramleh, il sesto giorno  ha avuto un’udienza e quindi il giorno seguente è stato rilasciato.

Un altro caso riguarda il prigioniero Qais Daraghmeh, anch’egli studente universitario. Qais è stato arrestato a casa sua il 24 febbraio 2020. È stato immediatamente trasferito al centro di interrogatorio di Petah Tikva dove ha trascorso un totale di 21 giorni. Nella sua ultima settimana è rimasto in cella e non ha subito alcun interrogatorio. Anch’egli ha sentito delle guardie parlare della sospensione degli interrogatori a causa della presenza di una persona affetta da Coronavirus, tuttavia egli non ne fu ufficialmente informato. Dopo quattro giorni gli sono stati dati  guanti e  mascherina ed è stato trasferito  in isolamento presso la clinica della prigione di al-Ramleh. Il giorno seguente è stato informato  che era in quarantena e che avrebbe trascorso in clinica otto giorni, essendo il suo isolamento già iniziato a Petah Tikva. Qais ha riferito che le sue condizioni di detenzione ad al-Ramleh erano inadeguate soprattutto per quanto riguarda la qualità e la quantità dei pasti forniti. Ha anche riferito che la sua temperatura corporea è stata rilevata regolarmente.Dopo otto giorni, Qais è stato  trasferito nella prigione di Ofer, sezione 14, e vi ha trascorso sei giorni prima di essere trasferito nuovamente in isolamento nella prigione di Ayala. Qais è uno dei nove prigionieri messi in quarantena dopo  essere entrato direttamente in contatto con un prigioniero palestinese presente nella sua stessa sezione nella prigione di Ofer e che era risultato positivo al Covid il giorno dopo il suo rilascio. Quanto a Qais, ha trascorso solo quattro giorni in isolamento nella prigione di Ayala, dato che in realtà è stato rilasciato dopo l’udienza in tribunale. Durante l’ isolamento, non è stato sottoposto ad alcun test medico.

 

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” –Invictapalestina.org

 

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