Fatma Hassona era una fotografa e artista venticinquenne di Gaza che ha documentato gli effetti devastanti della guerra di Israele contro Gaza. È anche la protagonista di un nuovo documentario intitolato Put Your Soul on Your Hand and Wakl (Metti l’anima sulla mano e cammina). Mercoledì mattina, Fatma è stata uccisa insieme ad almeno nove membri della sua famiglia in un attacco aereo israeliano sulla sua casa nel nord di Gaza. Fatma è stata uccisa il giorno dopo che il documentario era stato accettato al Festival di Cannes.
Story April 18, 2025
Fonte: versione originale con video e intervista in inglese.
OSPITE
Sepideh Farsi – film-maker iraniana pluripremiata residente a Parigi.
LINKS: “Put Your Soul on Your Hand and Walk”
(“Prendi l’anima in mano e cammina”)
Fatma Hassona, la fotoreporter palestinese di 25 anni protagonista del documentario di prossima uscita Put Your Soul on Your Hand and Walk, è stata uccisa insieme alla sua famiglia mercoledì scorso da un missile israeliano che ha colpito il suo edificio nel nord di Gaza. L’attacco è avvenuto solo un giorno dopo che Fatma aveva appreso che il film incentrato sulla sua vita e il suo lavoro era stato scelto per essere presentato al festival cinematografico ACID (Association du cinéma indépendant pour sa diffusion, ndt)”, nel contesto di Cannes 2025. La regista Sepideh Farsi ricorda Fatma Hassona per il suo talento, la sua integrità e la sua speranza. “Non riesco a esprimere quanto sia sconvolta”, afferma Farsi. Racconta che Hassona aveva accettato con gioia l’invito a Cannes, ma aveva sottolineato il suo desiderio di tornare a Gaza e rimanere sulla terra della sua famiglia. Farsi aggiunge che è possibile che l’edificio di Hassona fosse stato preso di mira, “visto l’alto numero di giornalisti e fotografi uccisi dall’esercito israeliano a Gaza”. In omaggio al lavoro di Hassona, vi proponiamo il trailer di Put Your Soul on Your Hand and Walk e una selezione delle sue fotografie e poesie.
TRASCRIZIONE: fatta urgentemente potrebbe non essere nella forma definitiva.

AMY GOODMAN: Qui Democracy Now! democracynow.org, The War and Peace Report. Sono Amy Goodman.
Fatma Hassona era una fotografa e artista venticinquenne di Gaza che ha documentato gli effetti devastanti della guerra di Israele contro Gaza. È anche la protagonista di un nuovo documentario intitolato Put Your Soul on Your Hand and Wakl (Metti l’anima sulla mano e cammina). Mercoledì mattina, Fatma è stata uccisa insieme ad almeno nove membri della sua famiglia in un attacco aereo israeliano sulla sua casa nel nord di Gaza. Fatma è stata uccisa il giorno dopo che il documentario era stato accettato al Festival di Cannes. Questo è un estratto del trailer del film.
(estratto dal trailer del film)
SEPIDEH FARSI: Dove ti trovi adesso?
FATMA HASSONA: Sono nel nord di Gaza.
Questo è il mio quartiere. Non c’è nessuno qui, né qui, né là, né là. Non c’è nessuno.
SEPIDEH FARSI: (voce fuori campo sulle immagini)
Quando è iniziata la guerra, il 7 ottobre, stavo viaggiando per il mondo per presentare il mio ultimo film, che parla di una guerra che ho vissuto personalmente da adolescente in Iran. Ho deciso di andare al Cairo per passare a Rafah, ma non ci sono riuscita perché tutte le strade per Gaza erano bloccate. Così ho iniziato a filmare i rifugiati palestinesi che stavano arrivando da Gaza. Attraverso uno di loro ho conosciuto Fatma.
FATMA HASSONA: Sono una fotografa.
SEPIDEH FARSI: Sì, l’ho visto. Ho visto le tue foto.
Incontrarla è stato come avere uno specchio davanti a me che mi ha fatto capire quanto le nostre vite siano condizionate dai muri e dalle guerre.
AMY GOODMAN: Questa era una parte del trailer del nuovo documentario Put Your Soul on Your Hand and Walk. Ora ci raggiunge la regista del film, Sepideh Farsi, pluripremiata regista iraniana, che ci parla da Parigi.
Sepideh, benvenuta a Democracy Now! Le nostre più sentite condoglianze per la morte di Fatma Hassona, che stavi facendo conoscere meglio al mondo in questo tuo nuovo documentario. Puoi dirci chi era, cosa faceva e come è morta?
SEPIDEH FARSI: Ciao, Amy.
Sono sconvolta. È davvero difficile… Non riesco a credere che se ne sia andata. Non riesco a parlarne. L’ho conosciuta un anno fa, come hai sentito nel trailer. Mi dispiace. e… (le scendono le lacrime, ndt)
AMY GOODMAN: Prenditi tutto il tempo necessario. Capisco quanto sia incredibilmente difficile e tremendo. Guardando il tuo documentario, ho pensato al tempo che hai trascorso con lei su Zoom, cercando di parlare, di riconnettervi, alla paura che provavi ogni volta che la contattavi che quella potesse essere l’ultima conversazione… È questa la domanda che sorge guardando il documentario: Sepideh riuscirà a contattarla di nuovo? E che sorriso incredibilmente radioso che ha Fatma mentre descrive le situazioni più difficili in cui si trovava, la sua famiglia e il numero di persone che sono morte intorno a lei, ed è questo che permea l’intero documentario.

SEPIDEH FARSI: Sì, era esattamente come l’hai descritta, Amy, una persona solare, radiosa, molto coraggiosa, resiliente, giovane, piena di speranza, a volte disperata, ma in generale molto forte, ottimista e dotata di una grande integrità.
(schermo con l’intervistata e una serie di foto scattate da Fatma e poi stralci dal documentario)
Naturalmente, tutto quel periodo è stato un anno di contatti intermittenti, molto frequenti, per quanto possibile. Molte volte ho temuto per la sua vita. Le scrivevo ogni giorno, se lei non riusciva a connettersi, almeno ci scambiavamo messaggi di testo e audio e foto, tutto quello che potevamo. Il più delle volte riuscivamo a parlare, e io filmavo le videochiamate. E sì, ogni giorno e ogni notte temevo per la sua vita.
E in qualche modo, alla fine di quel periodo, quando è stata annunciata la selezione glielo avevo detto, proprio il giorno prima che ci lasciasse, che fosse uccisa, che il film era stato selezionato. Era immensamente felice. Le ho chiesto: “Accetti di venire?” Lei ha risposto: “Sì, a condizione che poi possa tornare a Gaza. Voglio restare qui. L’occupazione israeliana vuole che ce ne andiamo. Io non voglio andarmene. Voglio restare nella mia terra e nella mia casa, come gli altri palestinesi”. Ma stavamo cercando di farla uscire almeno per la presentazione del film. E il giorno dopo ho saputo la notizia. Non riesco a crederci. Non riesco a dirle quanto sia addolorata. Abbiamo perso una persona straordinaria.
AMY GOODMAN: Cannes ha rilasciato una dichiarazione, quelli della rassegna ACID.
SEPIDEH FARSI: Sì.
AMY GOODMAN: Hanno detto di Fatma Hassona, dopo che è stata uccisa: “Il suo sorriso era magico come la sua tenacia: testimoniare, fotografare Gaza, distribuire cibo nonostante le bombe, il lutto e la fame. Abbiamo ascoltato la sua storia, abbiamo gioito ogni volta che la vedevamo viva, abbiamo temuto per lei”, hanno detto. Puoi raccontarci come ha iniziato a usare la macchina fotografica? Uno degli aspetti più toccanti di questo documentario è che incontriamo, uno dopo l’altro, anche con sua sorpresa, i membri della sua famiglia, che si trovano nello stesso luogo in cui lei riesce a collegarsi. Incontriamo suo fratello, suo padre. Li vediamo mentre guardano te, una donna a capo scoperto, che le parli da Parigi o da dove ti trovi. Lei invece, in tutta la sua la vita, è stata solo a Gaza.
SEPIDEH FARSI: Sì, esattamente. È stata una cosa molto importante sia per me che per lei. Ho condiviso con lei i miei momenti di dubbio, di senso di colpa, di incertezza se fosse giusto o no raccontarle e condividere con lei tutti i miei viaggi, le mie avventure e quello che stavo facendo. E a un certo punto ho pensato che fosse il mio modo di contribuire a darle qualcosa che non conosceva ancora, perché non aveva mai avuto la possibilità di uscire da Gaza. E la prima volta che ci siamo parlate, mi ha detto: “Tu vieni dall’Iran. Una delle città che mi piacerebbe vedere è Teheran”. E io le ho risposto: “Io non posso tornare a Teheran”. E lei: “Perché?”. Le ho detto: “Per motivi politici”. Per lei era assurdo. Non riusciva nemmeno a immaginare come altre persone, oltre ai palestinesi, potessero essere bandite dal proprio Paese, mentre loro erano rinchiusi nel loro Paese e non potevano uscire. Insomma, c’era un contrasto enorme tra la mia vita e la sua.
Abbiamo accettato questa situazione e abbiamo costruito l’intero film e il nostro rapporto attorno a questa discrepanza tra le nostre esperienze. E credo che questo sia stato uno degli aspetti più ricchi del nostro scambio: io non credo in Dio e lei sì, io sono in esilio e lei è bloccata nel suo Paese. Questo ha reso l’esperienza ancora più commovente, credo, sia per me che per lei.
La prima volta che le ho detto: “Sei così giovane. Hai l’età di mia figlia”, lei ha risposto: “Oh, potresti essere mia madre!”. Era così spontanea, generosa e sistematica nel documentare il genocidio e la sua visione di ciò che stavano vivendo, con una chiarezza incredibile, nonostante la sua giovane età, o forse proprio grazie a quello, non saprei.
AMY GOODMAN: Stiamo mostrando le sue fotografie mentre parliamo. Vorrei chiederti come vi siete conosciute, ma prima puoi raccontarci come è morta qualche giorno fa?
SEPIDEH FARSI: Continuo a chiedermi se ci fosse un legame tra la selezione del film a Cannes e il fatto che il giorno dopo, solo un giorno dopo, la sua casa è stata colpita. Beh, la casa è stata colpita da una bomba. La gente dice che fosse un attacco mirato. Credo che possa essere stato così, dato l’alto numero di giornalisti e fotografi uccisi dall’esercito israeliano a Gaza. Quindi penso che questa volta abbia potuto essere uno di quei casi.
Naturalmente non so altro. Mi piacerebbe che venisse fatta un’indagine per scoprirlo, perché mi era molto cara, a me e a molti di noi. Ma il fatto è che la bomba è stata lanciata sulla sua casa e la casa, tutta la casa, è stata distrutta, lei e altri nove membri della sua famiglia, compresi tutti quelli che conoscevo, sono morti. Sto cercando di saperne di più. È possibile che i suoi genitori, o uno dei due, siano ancora vivi, gravemente feriti. Sto ancora cercando notizie. Non lo so. Ma di sicuro il numero dei morti è 10 e quello dei feriti 11. E penso che non saprò mai, finché non verrà fatta un’indagine, perché quella casa è stata colpita.
AMY GOODMAN: Sepideh, come hai conosciuto Fatma?
SEPIDEH FARSI: Come spiego nel trailer e all’inizio del film, mentre ero in giro per il mondo con il mio film precedente, il film d’animazione The Siren, ovviamente seguivo le notizie sulla guerra a Gaza, a partire dal 7 ottobre, e poi tutto quello che è successo dopo. Ma mi mancava un pezzo del puzzle.
Beh, ora vedete il mio gatto, che è nel film. Scusate, è sempre nell’inquadratura.
Ma per me mancava un pezzo del puzzle, ovvero il punto di vista palestinese, la narrazione palestinese. A un certo punto è diventato così insopportabile che ho deciso di andare a Gaza, passando per Rafah. Sono andata al Cairo per attraversare il confine, ma era già troppo tardi. Inoltre, ho un passaporto francese, sono nata in Iran. Non era possibile. Così ho iniziato a lavorare con i rifugiati palestinesi al Cairo e attraverso uno di loro ho conosciuto Fatma online, ed è così che è iniziato tutto. È stato immediato. Il legame è stato immediato.
AMY GOODMAN: Parlaci del motivo per cui ha iniziato a usare la macchina fotografica, è incredibilmente pericoloso. Ha perso molti membri della sua famiglia, ma anche altri, come suo nonno e suo zio, che sono morti durante lo scorso anno e mezzo, mentre lei era ancora viva.
SEPIDEH FARSI: Credo che parte del destino dei palestinesi o dei gazani sia la consapevolezza di questa fatalità. Io mi rifiuto di accettarla, ma credo che loro abbiano questa consapevolezza. Nel film lei dice: “Non possono sconfiggerci, perché non abbiamo nulla da perdere”. È una frase molto forte. Ci vuole tempo per comprenderla e capire cosa intende dire. Ora capisco cosa intendeva dire. Ovviamente si ha la propria vita da perdere, ma credo che ci sia questa fatalità a cui sono preparati. Sì, aveva già perso 13 membri della sua famiglia, se ricordo bene, nel gennaio 2024. Me ne ha parlato uno per uno. Ha detto i loro nomi, la loro età e tutto il resto, più volte nel film.
E nonostante ciò, non si è arresa, non ha smesso di scattare foto e di documentare. Era essenziale per lei, anche scrivere, perché era anche una poetessa, come hai detto. Ma la fotografia, credo, era la sua attività principale, la più impegnata. Le ho chiesto se le sarebbe piaciuto continuare con la musica, perché cantava anche, e con la scrittura, e lei ha risposto: “No, la fotografia è la cosa più importante per me”. E lei stessa descriveva la sua macchina fotografica come un’arma. Diceva: “Sai, come il cecchino che alza il fucile e spara, io alzo la macchina fotografica e scatto una foto. Ed è essenziale documentare questa guerra e il genocidio”. Lo ripeteva continuamente. Quindi penso che per lei fosse molto importante che le sue foto e il suo lavoro in generale, compresi i testi, rimanessero e fossero trasmessi e condivisi con un pubblico più ampio. Ed è quello che cercherò di fare con tutti i mezzi a mia disposizione.
AMY GOODMAN: Hai una poesia che potresti leggerci?
SEPIDEH FARSI: La cerco. Solo un istante.
AMY GOODMAN: Stiamo parlando con Sepideh Farsi, la pluripremiata regista iraniana che vive a Parigi. Il suo nuovo documentario, Put Your Soul on Your Hand and Walk, ha come protagonista Fatma Hassona, deceduta questa settimana. Il giorno prima di morire in un attacco aereo israeliano, insieme a nove membri della sua famiglia, ha detto a Fatma che il film era appena stato accettato al Festival di Cannes e che desiderava che lei fosse presente. Hai trovato la poesia?
SEPIDEH FARSI: Sì. Questa è una delle sue poesie:
“The Man Who Wore His Eyes.”
I don’t have a CV
To recognize two eyes
Mysterious
And I believe
I do not have a story
One clear for a stranger
To believe it
And he believes
I have no physical characteristics
Complete
To fly
Outside of this gravity
And I believe
Maybe I’m ushering in my death
Now
Before the person standing in front of me lifts
His sharp sniper rifle
And it ends
And I’m done
Silence
Are you a fish?
I did not answer when the sea asked me
I didn’t know where these crows came from
And pounced on my flesh
Would it have seemed logical
If I said yes
Let these crows pounce
At the end
On a fish
She crossed
And I did not cross
My death crossed me
And a sharp sniper bullet
I became an angel
For a city
Huge
Bigger than my dreams
Bigger than this city
I became poetry saint.
“L’uomo che indossava i suoi occhi”.
Non ho un curriculum
Per riconoscere due occhi
Misteriosi
E credo
Di non avere una storia
Che sia chiara, che uno sconosciuto
Possa credere
E lui crede
Che io non abbia caratteristiche fisiche
Complete
Per volare
Fuori da questa gravità
E credo
Che forse sto anticipando la mia morte
Ora
Prima che la persona in piedi davanti a me
Alzi
Il suo micidiale fucile da cecchino
E finisce
E io sono finito
Silenzio
Sei un pesce?
Non ho risposto quando il mare me lo ha chiesto
Non sapevo da dove venissero questi corvi
Che si sono avventati sulla mia carne
Sarebbe forse sembrato logico
Se avessi detto sì
Lascia che questi corvi si avventino
Alla fine
Su un pesce
Che lei ha attraversato
E io non ho attraversato
La mia morte mi ha attraversato
E il proiettile micidiale di un cecchino
Sono diventato un angelo
Per una città
Enorme
Più grande dei miei sogni
Più grande di questa città
Sono diventato un santo della poesia.
AMY GOODMAN: Sepideh, stiamo chiudendo la trasmissione. Vorrei ringraziarti di cuore. Pubblicheremo la poesia online. Sepideh Farsi, la pluripremiata…
SEPIDEH FARSI: Grazie.
AMY GOODMAN: … documentarista. Fatma Hassona, la protagonista del suo film, è stata uccisa.
Traduzione a cura di: Leila Buongiorno Tutti gli articoli pubblicati: Invictapalestina.org
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